In occasione dell’uscita di Birds of Mexico City, progetto fotografico costruito nel tempo tra identità e rappresentazione ed edito da DAMIANI Books, abbiamo parlato con il fotografo Pieter Henket del suo approccio al ritratto e della tensione costante tra controllo e apertura all’altro.

Alla base del suo lavoro c’è una domanda semplice solo in apparenza: quanto appartiene davvero al fotografo un ritratto? «Per me, un ritratto funziona solo se appartiene davvero alla persona davanti alla macchina fotografica. Certo, io arrivo con un linguaggio visivo forte — la luce, la composizione, il modo in cui costruisco un’immagine. È il mio mestiere, e lo prendo molto sul serio. Ma quello è solo il punto di partenza. L’immagine vera nasce nello spazio tra me e la persona che sto fotografando».

In Birds of Mexico City, questa dimensione condivisa diventa centrale: «La collaborazione è stata fondamentale. Ho lavorato con un incredibile team queer interamente messicano e ogni persona che si è messa davanti alla macchina fotografica ha portato la propria storia, la propria identità, e spesso anche idee su come voleva essere vista». Un processo fatto di ascolto e attenzione, dove anche il dettaglio più piccolo può cambiare tutto: «Non penso in termini di percentuali. L’immagine è qualcosa a cui arriviamo insieme. Il mio ruolo è creare uno spazio in cui qualcuno possa entrare nella propria piena presenza, ed essere visto con dignità».

Il progetto si muove tra simbolismo, costume e performance, ma senza mai perdere il legame con il reale. «Non credo che smetta mai di essere un ritratto. Anche con costumi o simboli, sto sempre fotografando la persona. Il resto serve a esprimere qualcosa di vero, non a nasconderla o trasformarla in un personaggio».

Ogni immagine nasce infatti da un dialogo: «Tutto parte da conversazioni reali. Non solo con chi è davanti alla macchina fotografica, ma anche con i creativi locali che hanno lavorato ai costumi. Hanno portato le loro storie, i loro riferimenti, la loro cultura. Diventa un linguaggio condiviso». È proprio lì che l’immagine costruita acquista senso: «Diventa qualcosa di diverso solo quando si perde questa connessione. Quando è solo un’idea o solo un’immagine bella. Quello che cerco sempre è la presenza — quella sensazione che qualcuno sia davvero lì, a guardarti».

Dal punto di vista visivo, il lavoro di Henket richiama la pittura olandese, ma incontra soggetti profondamente contemporanei. «Non penso a un bilanciamento. È qualcosa che esiste naturalmente insieme. Vengo da una tradizione in cui la luce è fondamentale — dà struttura, calma, un senso di tempo sospeso. Ma le persone che fotografo appartengono completamente al presente».

È proprio questo contrasto a interessarlo: «Uso una luce quasi classica e ci inserisco persone che rappresentano qualcosa di nuovo. Questa immobilità dà loro peso, quasi come nei dipinti antichi, dove le figure venivano trattate come santi o personaggi importanti. Non in senso religioso, ma nel modo in cui vengono viste. Questo crea tensione, ma anche dignità. Rallenta l’immagine e ti obbliga a guardare davvero».

Il percorso che lo ha portato a questo tipo di pratica passa anche da momenti ad alta visibilità, come il celebre ritratto di Lady Gaga. «Quel lavoro è stato importante, mi ha dato visibilità e ha aperto molte porte. Mi ha portato fino al Metropolitan Museum of Art di New York, e mi ha dato lo spazio per concentrarmi su progetti più personali».

La svolta arriva con lavori più lunghi e immersivi: «A un certo punto sono stato invitato a lavorare su un progetto a lungo termine, Congo Tales. È stato lì che ho iniziato a rallentare. A passare più tempo con le persone, con le storie, ad andare oltre la singola immagine».
Una direzione che oggi sente come necessaria: «Credo che sia responsabilità di un artista usare il proprio talento per dare visibilità a chi merita di essere visto, o le cui storie meritano di essere raccontate. Rimango aperto anche a progetti più immediati, come quello con Lady Gaga, ma devono avere senso. Sono molto grato a quell’immagine, perché mi ha permesso di arrivare fin qui».
Copyright Pieter Henket | Courtesy of and published by DAMIANI Books.
