All’inizio degli anni ’90 qualcosa, nel mondo della fotografia qualcosa si stava incrinando: la perfezione non era più interessante. E in questo spazio irregolare emergeva Davide Sorrenti, un ragazzo che fotografava non per costruire uno stile, ma per trattenere ciò che gli sfuggiva dalle mani.

Il suo sguardo, asciutto e istintivo, anticipò un cambio di paradigma. Non era ancora quello che oggi chiamiamo heroin chic e nemmeno un’estetica: era un modo di vivere la giovinezza senza filtri, con la consapevolezza che tutto potesse finire troppo in fretta. Ed è proprio questo che rende la sua eredità più grande della sua breve vita.

Con Davide Sorrenti Journals: Volume 1 1994–1995, pubblicato da IDEA e curato dalla madre Francesca Sorrenti, entriamo nel punto più intimo del suo processo creativo. Non una retrospettiva ordinata ma un archivio vivo: schizzi strappati, Polaroid frenetiche, appunti sgrammaticati, prove di stampa che sfociano in disegni, collage e fotografie che ancora oggi riescono a colpirci.

Il volume si affianca alle altre pubblicazioni dedicate a Davide come ArgueSKE, Polaroids, My Beautyfull Lyfe, il documentario See Know Evil ma resta il più personale. Qui non incontriamo il mito, ma la persona: il ragazzo che stava diventando artista senza ancora saperlo.

Aprire Journals significa osservare la fotografia nel suo momento zero, quando è ancora impulso e non immagine, verità prima che estetica. E ricordare che la forza di Davide Sorrenti non stava nel provocare, ma nel dire ciò che vedeva senza protezioni.


