Cosa ci aspettiamo dal nuovo album di Devendra Banhart

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5 Settembre 2019

"Ma" è il decimo album di Devendra Banhart, uno degli artisti più eclettici della sua generazione. In che direzione andrà?

Vado sempre nel panico quando mi chiedono qual è il mio artista preferito. Ascolto troppe cose e poi dai, pure tu, ma che domande sono.
D’altra parte, ogni volta che il vibrato di Devendra Banhart mi sfiora le orecchie, io ce l’ho una risposta a quella domanda così assoluta e pretenziosa: Devendra Banhart sta al mio regno di ascolti come Zeus sta all’Olimpo.

Il musicista e songwriter dall’aspetto un po’ naïf è nato a Houston in Texas da madre venezuelana e padre americano ma è cresciuto tra Caracas e Los Angeles studiando all’Istituto d’Arte di San Francisco e approcciando al mondo dell’industria musicale nel 2002 con il debutto freak folk The Charles C. Leary.

Da quell’album ha perfezionato sempre più il suo particolarissimo sound inspirato all’indie folk, alle influenze psych e al movimento tropicalista brasiliano che ha avuto tra i suoi esponenti eroi come Caetano Veloso, Gal Costa, Gilberto Gil e gli Os Mutantes. Così ha pubblicato i successivi Rejoicing in The Hands, Niño Rojo e Cripple Crow, profilandosi come uno degli artisti più bizzarri, incredibilmente creativi e completi della sua generazione.
Di Devendra potevi parlare con una nicchia non troppo ampia ma curiosa e affascinata da quelle atmosfere così intime, esotiche e a volte crepuscolari, dall’emozionante riverbero della sua voce e dalla sua figura misteriosa, un po’ pazza e fricchettona, ma indiscutibilmente adorabile.

Banhart non è solo un musicista e songwriter ma ha anche portato una collezione di opere originali in esposizione al MOMA nel 2007 al fianco del pittore Paul Klee, ha pubblicato di recente un libro di poesie e, ancora oggi, disegna bellissimi artwork per i suoi dischi.
Su YouTube c’è addirittura un video di sette anni fa in cui tatua e si fa tatuare dall’amico Marcelo Burlon.
Insomma, Devendra è un artista a tutto tondo, un neo-hippie che non piace agli hippie e ha tutta l’ambizione di uscire da quest’ingiusta definizione, sperimentando album dopo album in direzioni diverse pur sotto uno stesso inconfondibile marchio di fabbrica.

Da Smokey Rolls Down Thunder Canyon a What We Will Be, Banhart si infogna con la samba, il reggae, Arthur Russell, il rock e una psichedelia quasi doorsiana che però si sfoca nella singolarità delle sue composizioni storte, luminose, lisergiche e letargiche.

A un decennio dal suo debutto arriva anche l’album Mala che lo porta addirittura in direzione dell’elettronica, di brani più sottili e accessibili e di un’immagine più ripulita rispetto agli esordi. Per lui è l’occasione di dimostrare di sapersi prendere anche sul serio, anche se con brani meno complessi dei precedenti.

Ed è più o meno nella stessa direzione di Mala (ma più scura) che va l’ultimo album Ape In Pink Marble, a mio avviso, il più lontano da ciò che ho sempre amato e ricercato in un artista come Devendra Banhart.
Forse Ape è stato il suo prodotto meno riuscito per via di quelle soluzioni troppo dentro le righe ma fuori dal suo mondo, per questo si aspetta il decimo album in carriera perché rimetta a posto tutti i cardini Banhart.

L’uscita di Ma è prevista per il 13 settembre via Nonesuch Records ed è stata anticipata da tre singoli che fanno ben sperare in un cambio di direzione rispetto al precedente Ape In Pink Marble del 2016.
Il primo brano che abbiamo ascoltato dopo tre anni di astinenza è Kantori Ongaku che ci rimanda subito alle atmosfere di Cripple Crow perché ne riprende le sonorità briose e luccicanti, un accenno a quel mix carismatico di spagnolo e inglese che ci aveva conquistati agli esordi, così come le chitarre accoglienti e una voce che trema nei momenti giusti.
Non ultimo, Kantori ci ricorda con un video splendido diretto da Juliana e Nicky Giraffe, i colori e la follia estetica di Carmencita.

La conferma che Ma si stia muovendo in questa direzione ci arriva con il secondo singolo, Abre Las Manos, ancora più esotico e tropicale del primo e, questa volta, totalmente in spagnolo.
La sensazione è che Devendra voglia rimettere al proprio posto le pietre angolari della sua carriera (Cripple Crow, Smokey, What We Will Be) e cementificarle a imperitura memoria con il suo decimo album.

Certo non mancheranno tracce più riflessive come ci suggerisce il terzo e ultimo singolo uscito, Memorial, che ricorda Leonard Cohen e le atmosfere suggestive e solitarie di Last Song For B. Ma è un sollievo che ci siano, in luogo di meno consone sperimentazioni, e intervengano a spezzare una palette di colori vivaci o a riempire i vuoti creati dalle assenze.


Ma” è un termine della cultura giapponese (cui Banhart è molto legato) che indica un intervallo, uno spazio tra due elementi strutturali: un concetto filosofico che ha a che fare con dottrina buddhista del vuoto, unico spazio in cui può avvenire l’illuminazione della verità.
Immaginate quindi una pausa che, dopo una rottura, prepara a un nuovo tempo.

Ma è il nuovo tempo di Devendra Banhart. O, almeno, ci auguriamo lo sia.

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