In Corea del Nord la fotografia non è mai un semplice gesto estetico e innocuo. Lì, premere un pulsante equivale a sfidare un sistema costruito sull’ossessione per il controllo. Dietro ogni obiettivo si nasconde un rischio: oltrepassare linee invisibili che nessuno osa tracciare, ma che tutti sanno di non poter superare.
Il Paese, infatti, applica regole rigidissime e non sempre scritte sull’uso della macchina fotografica. Basti pensare che ai turisti è concesso scattare solo ciò che le guide autorizzano, mentre soldati, infrastrutture, edifici in rovina o cittadini comuni devono restare fuori dall’inquadratura. O ancora, i ritratti dei leader politici, considerati sacri, devono essere fotografati nella loro interezza, senza tagli o imperfezioni.
Questo rigido controllo nasce da una logica chiara: la fotografia non è mai solo un’immagine, ma un atto politico. Ogni scatto porta con sé il peso della propaganda, il rischio della repressione, la possibilità di trasformarsi in prova di “tradimento”.
Il caso Eric Lafforgue
Eric Lafforgue è forse il simbolo più noto di questa lotta silenziosa tra immagine e potere.
Durante ben 6 viaggi a Pyongyang, il fotografo francese ha collezionato centinaia di scatti che, oltre la patina patinata della propaganda, mostravano la quotidianità fatta di attese, povertà e contraddizioni. Bambini che giocano tra le macerie, soldati stanchi, cittadini distratti dal peso di una vita senza libertà. E poi Eric Lafforgue è stato ufficialmente bandito dal Paese.
La scintilla che ha scatenato il tutto? Non un reportage di denuncia, ma un’osservazione ironica sui turisti spagnoli che indossavano t-shirt con il volto di Kim Jong Il. Un commento innocuo, diventato il pretesto perfetto per cacciarlo. Il messaggio era chiaro: l’immagine della Corea del Nord non appartiene a chi la vive, ma a chi la controlla. Da quel momento, Lafforgue non ha più potuto mettere piede nel Paese. Le sue foto, però, hanno continuato a circolare in tutto il mondo, mostrando una Corea del Nord ben diversa da quella dei manifesti ufficiali.


L’arresto di Seok Jae-hyun
Ancora più drammatica è la storia di Seok Jae-hyun, fotografo sudcoreano che aveva scelto di raccontare non il volto ufficiale del regime, ma le sue ombre. Nel 2003 fu arrestato in Cina per aver documentato la fuga disperata di rifugiati nordcoreani che cercavano di attraversare il confine. Le sue fotografie mostravano la fragilità di chi rischiava la vita per un futuro migliore, e proprio per questo furono considerate una minaccia. Seok venne condannato a due anni di carcere: il suo crimine era aver raccontato una verità scomoda, aver dato un volto umano a chi il regime preferiva tenere nell’ombra. Il suo caso mostra come in alcuni casi la censura non si fermi ai confini della Corea del Nord, ma si estenda ben oltre, intrecciando diplomazia, pressioni internazionali e paura del dissenso. La fotografia diventa così terreno di battaglia non solo estetico, ma geopolitico.
La fotografia come strumento di resistenza
Il paradosso raggiunge l’apice quando a cadere vittima della macchina della censura è chi lavora dentro il regime. Nel 2019 il fotografo personale di Kim Jong-un è stato destituito per un errore tecnico: un flash che per un istante ha oscurato il volto del leader supremo. Non un sabotaggio, non un atto di ribellione, solo un difetto ottico. Ma in un sistema che eleva l’immagine del potere a icona sacra, anche un’inquadratura imperfetta diventa un crimine.
La Corea del Nord non censura solo per proteggere la propria immagine, ma per costruirne una nuova. Ogni foto diffusa all’estero è filtrata, approvata, ritoccata. Eppure, proprio per questo, ogni scatto che riesce a sfuggire alla morsa della censura acquista un valore enorme. Non è più soltanto un’immagine, ma una crepa. Una fenditura che permette di intravedere un frammento di realtà: un autobus sovraffollato, un soldato che cede alla stanchezza, un bambino che gioca lontano dai poster propagandistici.
La fotografia, in questo contesto, diventa strumento di resistenza. Non solo documenta, ma rivela. È l’antidoto a una narrazione ufficiale che non ammette sfumature.


I racconti di chi fugge
Non a caso, alcuni dei reportage più potenti sulla Corea del Nord sono nati al di fuori dei suoi confini, grazie ai rifugiati o agli sguardi rapidi dei viaggiatori. Sono immagini che non hanno nulla di eroico nella loro estetica, ma che proprio nella loro imperfezione custodiscono una forza inedita.
Come ad esempio il fotografo franco-polacco Tim Franco che ha scelto di raccontare il “dietro le quinte” della Corea del Nord attraverso i rifugiati. Il suo progetto “Unperson” raccoglie ritratti e testimonianze di persone che hanno lasciato la DPRK, attraversando pericolosi percorsi per arrivare alla Corea del Sud. Il risultato è un promemoria di quanto sia necessario uno sguardo attento per capire davvero cosa ci raccontano le immagini.
O ancora “Glimpses”, il progetto sviluppato da NKNews che ha chiesto a un gruppo di disertori nordcoreani e a Fyodor Tertitskiy, esperto russo di Corea del Nord, di commentare il lavoro del fotografo Chris Petersen-Clausen.


Sicuramente la Corea del Nord rappresenta un caso estremo e paradossale. Ma è la dimostrazione di come proprio là dove ogni foto è sorvegliata, la fotografia diventa lo strumento più potente per rompere il silenzio.


Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @super8otto.