Design Mise en Places – Leña Marbella
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Mise en Places – Leña Marbella

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Giulia Guido

A Marbella, lungo la Costa del Sol, potreste imbattervi in un luogo in cui il fuoco non è soltanto un mezzo di cottura, ma un linguaggio architettonico e un’esperienza sensoriale completa. Leña, la steakhouse firmata dallo chef andaluso Dani García e progettata da Astet Studio, è un ristorante che rifiuta i cliché della griglieria tradizionale e trasforma il primordiale in un’estetica sofisticata. Qui, legno, pietra e brace diventano materia viva, elementi che raccontano una storia che va ben oltre il piatto.

Astet Studio, che ha già progettato altri spazi per Dani García, per il Leña ha concepito un interno dove il nero è protagonista assoluto. Pareti, pavimenti, soffitti e arredi sono avvolti da una palette scura che non può non ricordare il legno carbonizzato, trattato con la tecnica giapponese Yakisugi. Questo nero non è piatto, ma mutevole: si accende e si spegne seguendo l’intensità del fuoco delle braci.

Già dalla facciata, il Leña dichiara la sua identità attraverso una superficie composta da forme metalliche circolari nere che ricordano gli anelli della legna da ardere. Attraverso il vetro ambrato con texture piramidali, progettato su misura dallo studio, si intuisce un interno che gioca con la luce e le ombre.

Una piccola lobby curva, in legno e superfici opache, accoglie gli ospiti e li introduce in un mondo dominato da texture primitive. È un anticipo dell’esperienza che li attende: un passaggio dalla luce mediterranea all’intimità del carbone.

Il primo ambiente è il whiskey bar, un bancone scolpito da un tronco di legno lungo cinque metri, attraversato da strisce specchiate e sormontato da pietra tropicale nera. Sopra, un baldacchino in ottone sospeso funge da lampada e contrasta con i toni scuri, mentre un lucernario verticale porta all’interno un bagliore naturale che si apre verso la terrazza esterna.

Superato il bar, è il soffitto a guidare i clienti tra panche serpentiformi nere e un grande volume organico al centro della sala principale. Questo elemento, con la sua doppia curvatura, crea micro-spazi raccolti dove sedersi e vivere l’esperienza gastronomica in intimità. È come se ogni angolo della sala fosse un diverso frammento di paesaggio, con le sue ombre, riflessi e bagliori.

Qui, sopra le teste dei commensali, si estende un soffitto monumentale in frassino tinto, con linee sinuose che evocano gli anelli di un tronco tagliato. Un esempio perfetto di come l’architettura e la scultura si mixano, seguendo il concept del ristorante e ricordando in tutto e per tutto che il fuoco è l’elemento che anima l’intero spazio.

Elemento non secondario è la cucina a vista, che si apre sulla sala come un palcoscenico. Una pelle in ottone avvolge lo spazio operativo, scivolando verso l’area della griglia in pietra vulcanica. Le pareti in ceramica antracite e l’illuminazione teatrale dividono l’attività in atti distinti, trasformando la preparazione dei piatti in spettacolo.
Il fumo, il calore e il crepitio della brace diventano parte dell’esperienza sensoriale. Non si tratta solo di assaporare la carne, ma di viverne il rito: dal taglio alla cottura, dall’aroma alla visione del fuoco.

La prova che al Leña nulla è lasciato al caso si può vedere anche dai servizi, pensati come estensione narrativa del ristorante. Dopo una partizione in vetro fumé con roccia sospesa, si accede a uno spazio voltato rivestito in ottone e specchi pivotanti. Al centro, un massiccio blocco di pietra grezza ospita un lavabo in terrazzo.

Questo contrasto tra lucido e ruvido, tra opulenza e primitivismo lo ritroviamo anche nei piatti che vengono serviti, a partire dalla scelta delle superfici e dei colori. Troviamo colori scure su cui spicca il rosso della carne, ma anche elementi estranei alle pietanze, come corde o pagine di giornale, che riportano alla mente i barbecue fatti con gli amici. 

Come in tutti i precedenti episodi di Mise en Places, anche al Leña il design non è un semplice contenitore, ma un prolungamento della filosofia gastronomica di Dani García: ogni dettaglio architettonico, ogni scelta materica e luminosa risuona con la cucina alla brace.

Dal soffitto che arde di luce alle panche che avvolgono come braci spente, dagli odori affumicati alla carne che sfrigola, tutto contribuisce a un’esperienza immersiva, dove i confini tra cibo, architettura e sensi si dissolvono.

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Written by Giulia Guido

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