Se una prerogativa dell’artista è spesso l’egocentrismo, quando parliamo di collettivo artistico questo pregiudizio – per la maggior parte fondato – vacilla. Essere un collettivo richiede pazienza, condivisione e ascolto, che tante volte significa anche «lasciare andare un’idea della quale ci si è innamorati» ci spiega il collettivo RM. Con loro e con altri collettivi – MRZB, Palazzo Bronzo, Hardchitepture e Extragarbo – abbiamo voluto approfondire la loro struttura, per capire come si diventa un collettivo, ma soprattutto perché e come si continua una ricerca comune, dettata senz’altro da una visione condivisa costruita da pensieri differenti. Se negli ultimi anni i lavori collettivi sono sempre più diffusi probabilmente è complice il desiderio di contrastare una società che tende invece all’individualismo. Gli aspetti positivi dunque son ben presenti, a partire dal confronto e dalla divisione dei compiti, ma le complessità esistono e partono soprattutto da un sistema – quello dell’arte – che spesso predilige il singolo, anche da un punto di vista finanziario. Scopriamo qualcosa di più.
Il punto d’incontro
Come per un’amicizia tutto nasce da un luogo comune, ma anche da background, traumi, urgenze e ideali condivisi. Spesso, ci spiegano i collettivi, è l’accademia a farli incontrare, forti di mentori condivisi e scuole di pensiero che indubbiamente guidano l’estetica e la ricerca in una fase embrionale.
«Ci siamo incontrati tra le aule dell’Accademia di Belle Arti di Urbino e le fabbriche abbandonate in cui andavamo a dipingere, lo stare insieme e il condividere le stesse pratiche e passioni ha portato ad unirci». (Hardchitepture)
Tutto poi è portato avanti dalla fiducia, costruita nel tempo, ed è «affidato all’empatia del singolo». Ma anche «andando a mangiare dal cinese insieme e bevendo caffè in studio», ci spiegano i ragazzi di Palazzo Bronzo.
Come si porta avanti una ricerca collettiva? Essere un collettivo significa necessariamente che ogni membro debba condividere la stessa visione e la stessa ricerca?
«Sicuramente la ricerca passa per la frequentazione di forme e di testi, attraverso lo studio e la condivisione, ma non c’è un modo predefinito di affrontare una ricerca collettiva. È un movimento ondivago, che si situa tra perseguire tappe definite e esplorare spazi ignoti, perdere tempo, stare insieme, parlare tanto, tentare vie non battute e vedere dove si va a finire.» (Palazzo Bronzo)
Entrano più nello specifico Extragarbo, spiegando che «generalmente, quando iniziamo a lavorare c’è un primo momento di discussione lenta e approfondita dove tutt* portano all’attenzione del gruppo il proprio punto di vista, dopodiché inizia una fase di negoziazione dove le intenzioni e le visioni singolari si mescolano per sfociare poi nella formalizzazione di un progetto che sia realmente collettivo. La specifica unione di sensibilità e competenze che dà vita ai nostri lavori collettivi è qualcosa che solo Extragarbo è in grado di immaginare. Non risponde mai all’esigenza di un singolo. Sarebbe impossibile.»
«Deleuze diceva che era Félix GuaQari a trovare i diamanti, ma che poi era lui a tagliarli. Funzioniamo più o meno allo stesso modo, anche se a volte ci scambiamo i ruoli involontariamente.» (RM)
Essere un collettivo può essere un ostacolo?
L’ostacolo, o meglio, la difficoltà è spesso riconducibile a un problema sistematico. In altre parole finanziario, legato al budget delle istituzioni, gallerie e privati che non considerano il lavoro di gruppo in un’ottica di sostenibilità economica del collettivo. «Lavorare in collettivo è prima di tutto una scelta politica anti-autoriale e comunitaria», spiega Extragarbo. «Questa modalità di lavoro, a sua volta, porta con sé una serie di questioni molto urgenti e complicate. La prima, su cui tutto il resto poggia, è senza dubbio quella della sostenibilità. Essere tant* e lavorare in gruppo nel mondo delle arti e della cultura in Italia è difficilmente sostenibile. Bisogna pensare a delle strategie di hacking e di sopravvivenza e in parallelo costruire esperienze e modelli che possano far diventare prassi la co-creazione». La visione di Extragarbo sembra accumunare tutti i collettivi interpellati, ma, oltre a questo fattore – che in ogni caso è importante considerare e affrontare -, emerge un grande pro che diventa in qualche modo l’ago della bilancia. «Lavorare collettivamente permette una divisione di ruoli e compiti, che si traduce in ibridazione costante della ricerca, instabilità costruttiva delle strutture di pensiero, complementarietà della pratica.», ci spiega MRZB.
Com’è la vita in collettivo?
Palazzo Bronzo: «Lavorare in gruppo permette di fare cose che non si potrebbero fare da soli, sia nel senso della progettazione che nel senso della realizzazione, delle competenze. Insieme riusciamo ad approfondire le idee del singolo in modo ampio e diffuso, arricchendole, trasformandole e collettivizzandole. In generale, il collettivo mette in luce tutti gli aspetti della relazione con l’altro. Condividere uno spazio costringe ad essere elastici perché ci si scontra con idee, desideri, abitudini e bisogni diversi dai propri. L’obiettivo è che la differenza diventi un’occasione di arricchimento e che lo scontro diventi un incontro. Nella pratica dei fatti significa avere la capacità di fare un passo indietro su ciò che si vorrebbe per fare spazio a chi desidera qualcosa di diverso e capire quanto e come intervenire nelle situazioni. Non esiste una formula scientifica per far funzionare questo meccanismo, tutto è affidato all’empatia del singolo e alla capacità di comprendersi. In questi termini conoscerci è molto importante perché più che un ingranaggio siamo un organismo aggregato da due sistemi connettivi: l’umanità e l’identità. Non possiamo funzionare senza conoscerci approfonditamente, ne consegue che, insieme ad essere compagni all’interno del collettivo, siamo anche amici [nakama = 仲間].»
Extragarbo: «Lavorare in tant* non è affatto semplice, mette in discussione il proprio io singolare e già solo questo aspetto ha dei pro e dei contro al suo interno. Alcune frustrazioni vengono alimentate, eppure poter contare su una rete solidale è sempre sorprendente. Relativizzare il desiderio individuale significa entrare in un ecosistema di pensiero condiviso e in ogni caso generativo. È un processo più lungo e a volte faticoso perché moltiplica i passaggi e necessita di una cura reciproca costante. È un sistema molto fragile e per questo molto prezioso.»

Abbiamo incontrato RM, MRZB, Palazzo Bronzo, Hardchitepture e Extragarbo in occasione della mostra FARE COLLETTIVO. Un nuovo progetto culturale concepito come una serie di episodi espositivi dedicati a un collettivo di artisti e affiancati da una pubblicazione, la prima edita da Platea I Palazzo Galeano.
