La regista e graphic novelist Marjane Satrapi, morta oggi a 56 anni, ha dimostrato che un fumetto in bianco e nero può fare quello che faticano a fare i libri di storia: rendere visibile cosa significa crescere dentro una teocrazia, perdere un paese, ricominciare altrove.

Con Persepolis ha trasformato la propria biografia in un documento e ha dato al graphic novel una legittimità che la critica faticava ancora a riconoscergli. Ma forse la cosa più difficile che ha fatto è stata restare coerente per trent’anni: artista, regista, attivista, sempre con la stessa voce.
Nata a Rasht nel 1969 e cresciuta a Teheran in una famiglia di sinistra, aveva nove anni quando la rivoluzione islamica di Khomeini cambiò per sempre il paese in cui era nata. Quella frattura, vissuta nell’età in cui si diventa adulti senza volerlo, sarebbe diventata il nucleo di tutto quello che avrebbe fatto.
Persepolis, pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, è il racconto di quegli anni: infanzia borghese e laica, velo imposto, genitori che scendevano in piazza, adolescenza strappata e poi l’esilio in Europa. Il bianco e nero secco, senza sfumature, rispecchiava la brutalità di ciò che descriveva e funzionava perché mostrava proprio quello che stava succedendo.
Nel 2007 il fumetto è diventato un film d’animazione co-diretto con Vincent Paronnaud: Premio della Giuria a Cannes, nomination agli Oscar. Non era solo un’opera autobiografica, era uno strumento politico preciso: un modo per rendere comprensibile, a chi quella storia non la conosceva, cosa significasse davvero vivere sotto una teocrazia.
Dopo Persepolis è arrivata una carriera cinematografica irregolare ma coerente: Pollo alle prugne (2011), tratto da un altro suo fumetto; poi Hollywood con The Voices (2014) e il biopic Radioactive (2019) su Marie Curie con Rosamund Pike. Film molto diversi tra loro, accomunati da un interesse costante per le donne che resistono, sopravvivono, scelgono.

Il lavoro più importante degli ultimi anni, però, non era cinematografico. Nel 2023, dopo le proteste di Donna Vita Libertà esplose sulla scia della morte di Mahsa Amini, Satrapi ha coordinato Femme, vie, liberté, una graphic novel collettiva realizzata con oltre venti artisti, storici e giornalisti, resa disponibile online in persiano per chiunque in Iran volesse leggerla. Nello stesso anno ha organizzato un flash mob davanti all’ambasciata iraniana a Parigi in solidarietà con cinque adolescenti arrestati per un TikTok. A chi le chiedeva se non fosse troppo poco, aveva risposto a Deadline: «Non penso che quello che faccio sia enorme o immenso, ma ho una voce, ho una faccia e sono conosciuta in Francia. Faccio semplicemente quello che devo fare».

Era anche onesta sulla paura. Sempre a Deadline: «Ho imparato nella vita a non avere paura. Non è che non la senti – la senti, ma poi decidi se ti importa o no. Nel mio paese ci sono ragazzi di 17 anni che vengono uccisi, mentre io ho vissuto più di mezzo secolo». Nel 2024 era stata eletta membro dell’Académie des Beaux-Arts francese e aveva ricevuto il Premio Principessa delle Asturie per la comunicazione e le scienze umane. Riconoscimenti che arrivavano tardi, come spesso succede, ma che confermavano quello che i lettori sapevano già da vent’anni: che Persepolis non era solo un fumetto importante, era uno di quei libri che cambiano il modo in cui si guarda a un pezzo di storia.
