Il 2 giugno 1946, una matita su una scheda spostò il nostro Paese da una forma di Stato a un’altra. Oggi, ottant’anni dopo, la matita non la prendiamo nemmeno più in mano. In mezzo c’è una storia che riguarda l’informazione, la rappresentanza e il modo in cui forse abbiamo smesso di crederci.
Il 2 giugno è una di quelle date a cui la scuola cerca di farci affezionare per sempre, e che la vita adulta riduce a un ponte: Repubblica, referendum istituzionale, suffragio universale. Dodici milioni di donne in fila ai seggi, con il regolamento che prevedeva l’annullamento del voto per il rossetto lasciato sulla busta. Un dettaglio che sembra folklore, ma racconta cos’era allora il voto: una cosa fragile, fisica, da maneggiare con cura, perché c’era il rischio concreto di rovinarla.
Oggi quel rischio non esiste più. Non perché siamo diventati più bravi, ma perché in larghissima parte non ci andiamo proprio. Alle ultime elezioni europee, nel giugno 2024, ha votato il 49,69% degli aventi diritto. Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, in un’elezione nazionale, gli astenuti hanno superato i votanti. Ventiquattro milioni di italiani sono rimasti a casa. È il primo partito del Paese e non ha nemmeno un simbolo.
Da qui nasce la domanda che vogliamo farci: crediamo ancora al potere del voto?

Per rispondere, o per provare a farlo, bisogna capire prima cosa è successo al voto in questi ottant’anni.
C’è qualcosa di profondamente novecentesco nel modo in cui veniamo educati al voto. La narrazione standard ci consegna il diritto di voto come epilogo felice di una conquista: la Resistenza, la Costituzione, il suffragio, il ’68, il ’74 con il divorzio, l’80 con l’aborto.
Una linea che sale.
In questa narrazione il voto è un gesto pieno, significa dire chi siamo, appartenere a una parte, accettare il compromesso del numero: “una testa, un voto“, come fondamento di una società che decide insieme.
Per la generazione dei nostri nonni e dei nostri genitori, votare era partecipare alla vita politica del Paese che accadeva ovunque: nelle fabbriche e nelle parrocchie, nelle università e nei cinema, e che, solo alla fine, convergeva sulla scheda.
Oggi, il voto lo percepiamo come un diritto acquisito, e come spesso accade con le cose acquisite, lo diamo per scontato. Non abbiamo combattuto per averlo. Non abbiamo visto cosa significava non averlo. E allora pensiamo, anche solo inconsciamente, di poterne fare a meno.
La linea ha smesso di salire.
La forma sociale che dava significato al voto si è dissolta. Così il voto è rimasto, ma è rimasto solo, svuotato del senso di cosa significhi esercitarlo.
Ha smesso di essere un dovere civile (individuale e quasi intimo) e si è iper-politicizzato. Non si vota più con senso civico, si vota per combattere qualcuno.
Destra contro sinistra.
Sì contro no.
Noi contro loro.
Il paradosso è che questo non produce più partecipazione o attivismo sociale: produce vampate. La politica si accende a dismisura per qualche ora, con la stessa intensità emotiva di una finale di Sanremo, e, proprio come Sanremo, si spegne. Torna in letargo fino alla votazione successiva, lasciando dietro di sé solo l’eco dello scontro, senza nessuna delle conseguenze costruttive che il voto dovrebbe avere.
Il risultato è un elettorato spaccato tra chi non si presenta e chi si presenta solo per dire no all’altro. In entrambi i casi, il senso civico, quella cosa noiosa e necessaria che tiene insieme una comunità, è già andato via da un pezzo.

A complicare tutto ciò ci si è messa anche una buona parte dell’informazione. Un altro paradosso se si pensa che il suo compito avrebbe dovuto essere quello di fornire i mezzi per darsi delle risposte e che, invece, negli ultimi decenni, ha creato solo un forte senso di spaesamento e vertigine.
Tre cose in particolare sono cambiate.
La velocità: una notizia nasce, diventa meme, viene smentita e dimenticata in quarantotto ore, costringendoci a giudicare velocemente, e giudicare velocemente significa spesso giudicare male.
La frammentazione: non esiste più una sfera pubblica condivisa, esistono nicchie algoritmiche dove ognuno legge il proprio mondo confermato dieci volte al giorno, e la stessa notizia, vista da due feed diversi, viene raccontata con due lessici opposti.
L’impurità: è caduta la distinzione tra informazione e propaganda, tra cronaca e opinione, tra fatto e meme. Quando tutti dichiarano da che parte stanno, smettiamo di credere a chiunque.
È in questo contesto che si apre una questione che quasi nessuno ha il coraggio di affrontare ad alta voce.
Il principio “una testa, un voto” è il fondamento della democrazia moderna, e nessuno lo mette in discussione come diritto. Il diritto al voto è universale ed è inviolabile, e su questo non si torna indietro. Però la pratica del voto, chi vota, come vota, perché vota, ha smesso di essere un gesto omogeneo. Chi passa due ore al giorno a leggere analisi politiche e chi prende la decisione cinque minuti prima di entrare al seggio guardando l’ultimo video di TikTok, formalmente, contano uguale.
È giusto? La domanda è scomoda perché qualunque risposta è pericolosa.
Se diciamo sì, è giusto, accettiamo che la qualità della decisione collettiva sia svincolata dalla qualità dell’informazione individuale e che il risultato medio di tante teste sarà (si spera) almeno ragionevole.
Se diciamo no, non è giusto, scivoliamo verso il voto censitario, i test di competenza, la tutela paternalista; modelli che la storia ha già provato e già scartato, perché producono regimi e non democrazie.
Dobbiamo forse cambiare la domanda, allora, e chiederci: come si rende possibile un voto consapevole?

Non si toglie il diritto a chi non ne sa abbastanza: si lavora affinché tutti ne sappiano abbastanza. Ed è esattamente qui che pubblica amministrazione, scuola, servizio pubblico, editoria hanno fallito, creando un vuoto che i social hanno riempito talmente velocemente che non ce ne siamo accorti.
Così il voto si è trasformato in contenuto. Postiamo le foto delle schede annullate per protesta, pubblichiamo storie con scritto “Vota!” – in casi più estremi con scritto cosa votare -, trasformiamo la posizione politica in slogan da bio.
Sia chiaro, tutto ciò non è un male di per sé. Per molti, soprattutto giovani, l’attivazione politica passa proprio dalla visibilità, dall’estetica dell’appartenenza. Il problema è quando la performance sostituisce la decisione. La politica come estetica, senza la politica come gesto, è solo intrattenimento fine a sé stesso.
E quando la politica diventa intrattenimento, l’approccio cambia e ci sentiamo legittimati a girare canale, mettere muto, o peggio, a spegnere il televisore.
Allora torniamo alla domanda. Crediamo ancora al potere del voto?
Forse la risposta più onesta è che abbiamo smesso di crederci perché lo abbiamo caricato di un peso sbagliato e che non può reggere. Si è insinuato nel nostro pensiero che una croce su una scheda ogni tot di anni possa da sola reggere la democrazia. E quando non lo fa, quando il candidato che abbiamo scelto delude, quando il referendum non cambia niente, quando il mondo continua a girare esattamente come prima, ce ne andiamo. Convinti che il problema non siamo noi, ma qualcun altro.
Ma il voto non è una soluzione.
È la punta dell’iceberg.

Il 2 giugno 1946, il voto rappresentava solo l’ultimo atto di un processo lungo, collettivo, fatto di partecipazione quotidiana. Oggi quel processo non c’è più. È rimasto solo il momento finale. E ci stupiamo che non basti?!
Sotto la superficie mancano tutti i pilastri che dovrebbero venire prima: la conoscenza, l’attivismo, il senso civico, la partecipazione sociale. Il voto non è il primo segnale da leggere per capire la deriva della nostra società, ma l’ultimo di mille tasselli che si sono già sgretolati, che abbiamo lasciato sgretolare.
Non crediamo più al potere del voto perché abbiamo smesso di fare il lavoro che lo precede.
E forse, per ritrovare il primo, bisognerebbe ricominciare dal secondo.
