Art L’estetica ucronica di Daniel Arsham
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L’estetica ucronica di Daniel Arsham

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Giulia Pacciardi

Caratterizzati da un’estetica ucronica, i lavori dell’artista multidisciplinare Daniel Arsham sono attualmente una delle cose più interessanti che possiate scoprire.
Nato e cresciuto a Miami, oggi di base a New York, Arsham si muove con abilità sulla linea che connette arte, architettura e performance.
Noi abbiamo deciso di approfondire il suo lavoro attraverso 4 dei suoi progetti e collaborazioni di maggiore risonanza, partendo dall’inizio della sua carriera fino ad arrivare agli ultimi lavori.

Laureato alla Cooper Union di New York City, dove nel 2003 ha ricevuto il Gelman Trust Fellowship Award, Arsham ha sempre dimostrato interesse per tutto ciò che riguarda la manipolazione e la distorsione degli oggetti e degli spazi, portandoli ad avere sembianze che non dovrebbero avere o che, comunque, lo spettatore non riesce a riconoscere come reali.

Daniel Arsham e la danza: Merce Cunningham’s Dance Company & Jonah Bokaer

Le caratteristiche delle sue opere, e gli interrogativi che fa scaturire negli occhi di chi guarda, lo hanno portato nel 2004 a ricevere l’interesse prima della Gallerie Emmanuel Perrotin di Parigi, che oggi lo rappresenta, e poi della leggendaria compagnia di danza Merce Cunningham’s Dance Company.
Con quest’ultima ha iniziato una collaborazione, durata per diversi anni, durante la quale ha curato lo stage design di performance che hanno girato il mondo e il primo palco è oggi parte della collezione permanente del The Walker Museum.

Nel 2007 ha cominciato a collaborare, sempre nell’ambito della danza, anche con Jonah Bokaer, ex ballerino della Merce Cunningham, coreografo e mixed media artist.
Con lui ha ideato “REPLICA”, un progetto che, tramite l’utilizzo di architettura e luci, simulava la perdita della memoria e delle facoltà percettive.
Sempre con Bokaer, nel 2010, Arsham ha dato vita a “Why Patterns”, parte del più grande progetto Snarkitecture.

Daniel Arsham e Snarkitecture

Nel 2007, con il socio e architetto Alex Mustonen, mette in piedi uno dei progetti più rilevanti dei nostri anni e lo fa con l’intenzione e l’obiettivo di espandere sempre di più i confini tra le discipline da lui studiate.
Snarkitecture, il cui nome proviene da un poemetto umoristico di Lewis Carroll “The Hunting of The Snark” che descrive il “viaggio impossibile di un improbabile equipaggio alla ricerca di una creatura inconcepibile”, è uno studio di design che comprende la creazione di progetti in larga scala che sono un mix di arte, architettura e performance.
Con un approccio concettuale incentrato sull’importanza dell’esperienza e la reinterpretazione dei materiali, Arsham e Mustonen creano opere che sono momenti inaspettati, che invitano le persone ad esplorare, a perdersi e a confrontarsi con esse.
Tra le installazioni più memorabili ricordiamo Dig, del 2011, con cui Arsham esplora l’architettura degli scavi, The Beach, del 2015, la riproduzione di una spiaggia all’interno del National Building Museum di Washington DC, l’Alfred States, del 2018, installata all’interno dello storico Palazzo dell’Ufficio Elettorale di Milano per esplorare i 3 stati mutevoli dell’acqua, la Fun House, sempre del 2018, l’installazione che ri-immagina l’idea della casa tradizionale e Sway, del 2019, un’installazione partecipativa composta da specchi e 150 sfere bianche in grado di muoversi e cambiare grazie al movimento dei visitatori.

Ma con Snarkitecture, Arsham e Mustonen, hanno dimostrato interesse anche nella creazione di oggetti per brand di design di tutto il mondo, tutti caratterizzati dall’attenzione ai materiali e da un’estetica innovativa che punta alla distorsione di oggetti che conosciamo con sembianze diverse.

Un esempio è Broken Mirror, nato in collaborazione con l’italiano Gufram, che crea un contrasto giocoso tra la precisione tecnica dello specchio e l’inaspettata morbidezza del materiale espanso.
Con il brand berlinese Pentatonic hanno creato Factured, una collezione tutta costruita con materiali di scarto che si fonda sui temi della separazione e della modularità, di trasformazione e ricostruzione.
Con le stesse caratteristiche c’è anche Slip Chair, una sedia che a prima vista sembra sprofondare nel terreno e quindi essere inutilizzabile ma che, in realtà, grazie alla forma e posizione della lastra nera in marmo torna ad esserlo.

Daniel Arsham e Future Relics

Un altro progetto che l’artista di Miami porta avanti dal 2013 è Future Relics, una serie di oggetti dall’utilizzo quotidiano che vengono immaginati e riproposti in una veste del tutto nuova, quella di un passato riscoperto nel futuro.
Il suo obiettivo è quello di dimostrare il valore del tempo, l’importanza che esso ha in tutto ciò che ci riguarda e in quanti modi può affliggerci.
Gli oggetti che trasforma sono spesso quelli tecnologici, a dimostrare come tutto dopo poco possa già essere considerato obsoleto, e li rende reliquie, scoperte archeologiche che provengono da un futuro distopico.

Calchi di macchine fotografiche Polaroid, lettori di cassette e telefoni cellulari, telefoni fissi, orologi e pianole appaiono come artefatti in via di erosione.
Di questi oggetti – “reliquie del futuro” , oggi arrivati a 9, Arsham ha prodotto anche dei film con protagonisti attori come James Franco, Juliette Lewis e Mahershala Ali.

Un altro legame che se si parla di Arsham non può essere sottovalutato è quello con la moda, iniziato quasi gli albori della sua carriera e continuato negli anni anche con Snarkitecture, con cui ha ridisegnato i negozi di brand come Kith, Stampd, Cos, Odin, BEAM e Valextra.

Daniel Arsham e la moda: Dior

La prima collaborazione con la maison francese risale al 2011, quando si è occupato dell’allestimento delle vetrine per i negozi di Milano, Parigi e New York.
In tutti e tre i casi si è ispirato ai plissé degli abiti degli anni ’40 e ’50, riproducendoli con resina bianca e facendoli dialogare sia con lo spazio che con gli accessori e i capi in esposizione.

Ma negli anni a venire il rapporto si è intensificato e insieme a Kim Jones, direttore artistico di Dior, hanno dato vita a una serie di collaborazioni mai passate inosservate.
La prima è stata quella con per la sfilata SS20, per cui Arsham si è occupato del set design all’interno dell’Istituto del Mondo Arabo di Parigi.
In un mix tra passato e futuro, l’artista ha fatto sì che tutti gli ospiti dello show si immergessero nella realtà della maison passando per una stanza, completamente costruita in marmo bianco, ispirata all’universo familiare dello stilista-fondatore per celebrarne la tradizione, se pur costellata dai segni del tempo, e per riprendere il tema dell’invito da lui ideato ispirato alla biografia originale di Christian Dior del 1951.
Subito dopo il bianco del marmo ha lasciato spazio ai toni del rosa e alla caducità della sabbia sulla quale campeggiavano quattro sculture monolitiche, a formare il nome DIOR, anch’esse semi distrutte e consumate dal passare del tempo.
In questo contesto irreale ha sfilato una collezione con alcuni pezzi nati dalla stessa collaborazione, fra loro le sneaker B23, la nuova versione della borsa Saddle e i berretti con e senza visiera.

Poco dopo aver collaborato alla sfilata, il sodalizio tra Kim Jones e Arsham si è trasformato in una collezione caratterizzata dai dettagli stilistici dell’arte del secondo riportati su alcuni elementi iconici, come il logo del brand, e dalla realizzazione della campagna SS20 uomo diretta da Steven Meisel.

Ultima cosa, ad oggi, a cui hanno collaborato è l’iconica Newspaper Print di Dior e questo lavoro Arsham lo ha raccontato così:


“The process of working with Kim Jones and the Dior team on this collection wasn’t a straight line. Many ideas came in and out but early on Kim sent me the original files from the newspaper designs of the Galliano Spring Summer 2000 collection as inspiration. The idea of turning an everyday day item like that into a textile felt similar to the way in which I try to reinvent everyday objects in my own work. I reworked the original 20 year old print with new text and drawings and altered the dates as well. The new print forms a small capsule within the overall @dior collection I made with Kim. Happy to see it finally out in the world!”

Ultimi Progetti

Daniel Arsham e Hajime Sorayama

Due artisti differenti con una caratteristica in comune, quella di voler proporre una visione del mondo diversa da quella quotidiana, specchio della loro mente e immaginazione.
Unitisi per la prima volta nel 2019, Arsham e Sorayama hanno esposto la loro prima scultura alla galleria 2G di NANZUKA a Tokyo, un braccio di cristallo eroso che incastra le dita con un braccio robotico danneggiato.
Del 1° marzo 2020 è invece la notizia di una seconda scultura nata da questa collaborazione, due mani appartenenti a un robot femminile che stringono uno dei Future Relics, una macchina fotografica erosa dal tempo.

Daniel Arsham and “Paris, 3020” 

Attualmente esposta alla Gallerie Perrotin di Parigi c’è, invece, “Paris, 3020”, una serie di sculture di grandi dimensioni ispirate a busti, fregi e sculture iconiche dell’antichità classica.
Per questa collezione Arsham ha potuto utilizzare stampi e scansioni di alcune delle opere più iconiche delle collezioni del Musée du Louvre di Parigi, del Museo dell’Acropoli di Atene, del Kunsthistorisches Museum di Vienna e del San Pietro in Vincoli come materiale di partenza per questo nuovo corpus di opere.

Interessato al modo in cui gli oggetti si muovono nel tempo, le opere selezionate dall’artista sono talmente iconiche che hanno eclissato il loro status di mero “oggetto d’arte” e si sono invece inserite nella nostra memoria e identità collettiva.

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Scritto da Giulia Pacciardi

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