Come siamo arrivati ad amare i gangster movie?

Come siamo arrivati ad amare i gangster movie?

Tommaso Berra · 4 mesi fa · Art

Il dualismo di natura sociale tra malvivente e funzionario della legge accompagna la storia del genere gangster fin dalle sue prime rappresentazioni. Le immagini di quel mito americano essenzialmente violento, che attraverso il western può riferirsi a un passato ricordato ormai solamente per il valore storico, con il genere gangster obbligano lo spettatore a confrontarsi con una realtà prossima a lui, senza condizioni per poterla ostacolare.
Nonostante la crisi del 1929, il cinema hollywoodiano è riuscito ad accelerare i tempi del suo consolidamento, riuscendo a trattare temi in evoluzione come appunto quello dei film gangster, ponendo l’attenzione nel corso del tempo non solo sui mitragliatori, ma analizzando le condizioni che rendono possibile il fenomeno della delinquenza e i luoghi in cui essa prolifera.
È quella concezione romantica del tema, sviluppata dagli anni ’60 in un’onda di relativismo culturale, che ha offerto una figura emotiva del gangster, come quella dei Padrini di Coppola o di Scarface, in cui la violenza coesiste con drammi interiori.
I Crime Movies incarnano la storia americana provando che il processo artistico e le esperienze sociali sono inseparabili. Su questa alternanza magnetica tra disprezzo ed empatia si è costruita la fortuna di un genere che non tramonta, e non è pronto ad abbandonare l’idea di farci sentire cattivi ben vestiti, complici feroci, in pericolo ma sempre dalla parte dei buoni.

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Le storie sono incentrate sulle imprese di criminali, che svolgono attività illegali facendo ricorso alla violenza. A opporsi alla riuscita della rapina, del sequestro o del furto c’è la polizia, per molto tempo eroica versione della giustizia pubblica. Visto il fascino che suscitava nel pubblico, il tema gode di una profonda filmografia, che inizia nel cinema delle origini con le prime rappresentazioni, essenziali nella trama ma già complete di tutti gli elementi strutturali.

In The Great Train Robbery (La grande rapina al treno, 1903, diretto da Edwin Porter), il tema è già completo, vediamo una vittima, una banda di criminali intenzionati a rapinare una locomotiva, l’apoteosi della storia con la sparatoria e un lieto fine, secondo uno schema che durerà intatto fino agli anni ’30. Il genere si adattò poi a scenari più selvaggi con il cinema western, in cui gli sceriffi (sempre un funzionario della legge dalla parte dei buoni) combattono cavalieri solitari, abili e determinati.

Il genere in origine si sviluppa attraverso la figura di Griffith e una sola macchina da presa per le strade di Little Italy. Da qui nascono film come the Mustakeers of Pig Alley (1912), in cui i tòpoi del genere sono già espressi in tutta la loro chiarezza e riconoscibilità. Violenza, sequestri, spie, informatori sono stati infatti assimilati dalla società dei fruitori cinematografici come caratteri di un immaginario delineato nel tempo. La tradizione gangsteristica si categorizza consapevolmente negli anni ’30 e da quel momento fino agli anni ’70, occuperà il 20% di tutte le produzioni hollywoodiane. Tuttavia, film come Little Cesar (1931), The Public Enemy (1931) o Scarface di Howard Hawks (1932) sono andati incontro a critiche feroci che condannavano i contenuti amorali dei film, che Howard Huges (produttore di Hawks) ha definito come “Basic Truths”. Il suo avvocato invece dichiarerà “gangster pictures are action pictures. The screen has played them for years. It called them Westerns when they stole horses Instead of booze”.

UOMINI BEN VESTITI

I caratteri tipici delle trame sono ripetuti negli anni attraverso gesti essenziali, modificati via via da una visione meno tipicizzata del protagonista, non solamente uno spietato carnefice, bensì una specie di eroe popolare, abile, nel caos della depressione, ad ottenere quel che conta di più: il successo. I mezzi attraverso il quale si arriva al successo sono i medesimi, ovvero la criminalità e l’estorsione.
Cambiano i mondi in cui la criminalità opera, infiltrata nelle scommesse pugilistiche o nei più diversi settori imprenditoriali. I temi nel corso della storia non cambiano di molto, a causa del fascino che suscita l’immaginario criminale a tutti i livelli, le trame sono spesso sovrapponibili e danno un’identità chiara all’ambientazione e personaggi.

Le prime sono rappresentate da città moderne, pericolose e tristi, che producono gangster, ovvero personaggi affascinanti che agiscono con metodi dei quali non conosciamo i segreti. In altre parole si tratta di personaggi che impongono agli altri la propria vita e le proprie scelte, le quali, quando giungono a noi sono già state prese, l’operato del gangster si sviluppa per obiettivi e tecniche chiare. Agli spettatori, invece, non si riconosce solamente un ruolo di puri guardoni. Al contrario, essi partecipano alle attività criminali quasi fossero vicari e finiscono per godere del modo in cui le vicende si rivoltano contro l’eroe tragico vestito con Borsalino e abito scuro.

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In Scarface di Hawks compare un altro tema che sarà tipico del genere, ovvero l’immigrazione. In questo specifico caso è incarnato nel criminale Tony, che rincorrendo il sogno americano, si accorge di non poter comprare l’unica cosa che gli mancava: gli affetti. Rimanere da soli è pericoloso e questa è una convenzione chiara dei gangster movie fin dagli anni ’30.

La vita dei protagonisti di questi film è infatti caratterizzata da uno sforzo continuo per definirsi come individui e guidare se stessi fuori dalla massa, per poi morire, appunto, soli, come individui e non come eroi, nichilisti e paranoici nei confronti del destino che è visto in modo tragico.
Questa complessità psicologica starà alla base della rilettura del genere che ha luogo dagli anni ’40 fino agli anni ’70, periodo nel quale cambia la tradizionale attribuzione dei ruoli e nasce un meno ovvio modello di truffatori, spesso creati da scrittori di sinistra che sembrano apprezzare il modo in cui, attraverso questo tipo di film, si può criticare il capitalismo statunitense e la deriva che ha preso il sogno americano. 

Il dopoguerra vede nascere il genere con caratteristiche nuove, affini al noir, che proiettano i criminali in un viaggio angoscioso dentro di , alla ricerca di risposte davanti a un mondo trasformato come quello degli anni ’40-50.

UOMINI DI FAMIGLIA E BRAVI RAGAZZI

Svanisce pian piano quell’atteggiamento che giustificava l’operato dei funzionari della legge, anche quando, per arrivare alla cattura del malvivente, ricorrevano alla violenza o ancor peggio all’omicidio. Circoscrivendo il discorso al decennio degli anni ’70 e alle produzioni nordamericane, possiamo ritrovare quegli esempi che determinano la maggiore rottura con il Crime classico. Si tratta di film figli di quel processo già in atto negli anni ’60 che metteva in discussione il concetto di classicismo cinematografico. Un decennio dopo, tale processo ha condotto alla nascita di due tra i più riusciti esempi del genere, quali i primi due film della saga de Il Padrino, realizzati rispettivamente nel 1972 e 1974.

In essi si fonde la lezione del cinema gangsteristico con il melodramma meridionale, ottenendo un prodotto difficile da classificare. Altri film sono C’era Una Volta in America, The French Connection, Bonny e Clyde, Chinatown, o altri film culto che approfondiscono la moda del genere poliziesco e criminale, diversificando i temi e in molti casi basandosi su romanzi di genere, che grazie alla loro notorietà favoriscono il successo del film. 
La saga de il Padrino per esempio amalgama elementi tanto suggestivi quanto scomodi per le istituzioni, ma proprio per questo adatti a creare una rappresentazione cinematografica di successo e fare la fortuna di Francis Ford Coppola e della Paramount.

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Il magnetismo trasmesso dalla famiglia Corleone definisce il genere e lo modifica per sempre, creando una vera e propria Godfather Syndrome, che non è piaciuta a tutta l’opinione pubblica, tanto che il Time in una copertina del 1977 critica la tolleranza da parte della società e l’infatuazione per gli aspetti romantici di un’organizzazione criminale come la mafia, mettendo in luce come essa persistesse nella società americana e che dal film di Coppola in avanti ha fornito sempre di più storie per fortunate pellicole incentrate su gangster come Al Capone.

Si accusavano i film gangster di utilizzare nomi veri e città reali, oltre che scenari noti come la città di New York (tra le preferite insieme a Chicago), mostrate nei loro bassifondi, in cui agiscono personaggi sporchi, popolari o gangster pettinati. Ci si sposterà con l’evoluzione delle trame verso hotel lussuosi o tetti di grattacieli, dai quali far calare i fili che muovono come marionette il destino delle città sottostanti.

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Con l’attrazione per la mitologia mafiosa, i Corleone diventano la migliore immagine contemporanea, perché immersi nel mistero, componente imprescindibile dell’epica. Nel nuovo genere gangster la famiglia è composta da eroi mitici, paradigmi di mascolinità e potenza bilanciata dall’assenza di paura e controllo. Eroi complessi che pagano un prezzo non fisico bensì spirituale, fino a portarci a vivere le conseguenze di un destino che non possiamo ostacolare. La mafia iniziò a riconoscere se stessa, in Italia come negli USA, forse proprio grazie ai romanzi e ai film.
Marlon Brando interprete di Don Vito Corleone definì Il Padrino un film non sulla mafia, ma sull’ideologia delle corporations, Don Vito è quindi solo un comune magnate americano e le sue tattiche non sono diverse da quelle utilizzate dalle grandi industrie americane. Il genere gangster appare quindi come una metafora dell’abuso di potere da parte dello Stato, aspetto conservato tutt’ora. 

Persino la violenza cambia, ora non più nei confronti dell’uomo di legge, al centro come da tradizione, bensì descritta sotto un nuovo aspetto. La violenza è parte di una strategia economica oppure si usa per punire un tradimento. La sofferenza dei nuovi villain risiede nella loro morte patetica e non tragica, avvolti da una solennità che è la vera novità portata al genere gangster, perché la caricatura della divinità non ha nulla di mostruoso esteriormente, come invece accadeva con la cicatrice di Tony in Scarface, simbolo del demoniaco o di follia interiore. Seguire i passi di queste creature così complesse ed egoiste diventa un compito da portare a termine, una proposta che non si può rifiutare.

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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Prima dei social, prima della diffusione istantanea dei progetti e di un certo individualismo, i collettivi nati nelle accademie d’arte vivevano in un forte clima di condivisione, espresso nel profilo instagram e progetto di crowdsourcing @90sartschool.
Iniziato poco meno di un anno fa, il progetto è nato da una base di foto di archivio di Matt Atkatz, ex studente della Rhode Island School of Design. Da quel momento tanti ex alunni hanno iniziato a condividere foto delle loro serate underground nei luoghi simbolo della vibrante scena artistica di quegli anni.

Le notti ribelli di una gioventù bruciata che ha prodotto poi artisti di ogni genere, che hanno sviluppato il proprio stile in un clima di assoluta libertà e stranezza. @90sartschool è un viaggio nel tempo per diverse generazioni, una più adulta che ha vissuto la propria gioventù proprio negli anni ’90 e che riesce a cogliere i riferimenti culturali presenti in molti scatti. Per i teenager l’archivio non è un racconto nostalgico ma piuttosto una fonte di ispirazione e una macchina del tempo all’interno di ambienti che tutt’ora loro vivono ma che ha subito una forte trasformazione identitaria.

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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ai margini della società globalizzata – quella della sindrome da workaholism – e ai margini del giorno ha sempre vissuto una società che non si è mai posta confini o limiti di alcun tipo. È qui, tra le gente della notte, che dal 2018 al 2021 la fotografa Carolina Lopez ha vagato munita della sua macchina fotografica. 

Carolina Lopez è una giovane fotografa di origini latinoamericane che lavora tra gli Stati Uniti e l’Europa, dove ha preso vita il suo ultimo progetto fotografico “Les Nuits Fauves”. Le donne che popolano la vita notturna di città come Berlino, Praga, Londra, Las Vegas, Parigi e Milano sono le protagoniste dei suoi scatti. 

Con un’estetica super satura e un taglio quasi documentaristico il lavoro di Carolina è un’analisi sulla società consumistica, superficiale ed evidentemente ossessionata dalla moda e dall’estetica. Il flash accecante sella macchina fa luce su alcuni elementi, lasciandone altri totalmente al buio e restituendo quell’aspetto fugace e misterioso della notte. 

Grazie a una campagna di crowdfunding “Les Nuits Fauves” è diventato un libro ed è stato pubblicato dalla casa editrice italiana Selfself Books. Qui sotto potete trovare alcuni scatti del progetto, ma scopritelo per interno sul sito di Carolina Lopez e sul suo profilo Instagram

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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Nella giornata di oggi, giovedì 7 aprile, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al quale hanno partecipato oltre quattro mila fotografi provenienti da 130 paesi.
Una giuria ha premiato i migliori scatti realizzati in occasione di reportage giornalistici, già pubblicati nelle più importanti testate mondiali come il New York Times e National Geographic. I vincitori, suddivisi in diverse categorie, hanno avuto la meglio tra 64823 altri scatti, a colori e in bianco e nero, realizzati in ogni latitudine, cogliendo pratiche antichissime, riti o gli effetti dei grandi disastri ambientali successi negli ultimi anni.

La foto vincitrice del premio assoluto come World Press Photo of the Year è quella della canadese Amber Bracken, nella quale si vedono gli abiti rossi appesi a Kamloops, per commemorare le 215 tombe non contrassegnate alla trovate alla Kamloops Indian Residential School.
La storia giornalistica dell’anno è invece quella fotografata da Matthew Abbott per National Geographic, che racconta il modo con cui gli indigeni australiani bruciano spontaneamente il sottobosco per prevenire incendi in scala più grandi. Questa pratica viene messa in atto in Australia da migliaia di anni ed è stata documentata perfettamente da Abbott.
Ci sono anche reportage portati avanti per anni, come quello di Lalo de Almeida, brasiliano che in Distopia amazzonica ha raccontato la deforestazione del polmone verde del Brasile anche a causa delle politiche ambientali del presidente Jair Bolsonaro. I volti spaesati degli indigeni hanno regalato scatti dalla forte importanza giornalistica e antropologica.

I vincitori oltre al montepremi avranno la possibilità di comparire nel World Press Photo Yearbook 2022, annuario che raccoglie le immagini più belle e i commenti della giuria per ciascuna foto, pubblicato in sei lingue e disponibile a partire da inizio maggio. Sempre nello stesso periodo partirà il tour mondiale della mostra, che nel 2021 ha toccato 66 città in 29 stati.

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Gli scaffali sono pieni di narrativa che entra a fondo nella storia artistica e personale di Jean-Michel Basquiat, pioniere del graffitismo americano elevato a forma d’arte rispettata, da collezione ed esposta nei più importanti musei del mondo.
Se le amicizie con Andy Warhol e Keith Haring sono ormai raccontate da molti dei partecipanti della scena artistica newyorkese degli anni ’80, se la storia d’amore con Madonna fa parte del lato più pop della storiografia legata a Basquiat, il 9 aprile a Manhattan inaugura una mostra che svela aspetti più intimi del pittore, attraverso le fotografie dell’album di famiglia. Il progetto si chiama “Jean-Michel Basquiat: King Pleasure©” ed è curato dalle sorelle Lisane e Jeanine, più piccole dell’artista e che lo hanno vissuto prima come fratello maggiore, timido e scherzoso, poi come un artista di fama mondiale.

Oltre 200 opere inedite tra scatti e manufatti legati alla famiglia di SAMO©, dal rapporto di amicizia con il padre Gerard a quello con la madre Matilde, colei che ha fatto scattare la scintille dell’arte al piccolo Basquiat portandolo a spasso per i musei di New York.
Attraverso le foto di famiglia si ripercorrono gli anni a Flatbush e poi a Boerum Hill a partire dal 1972. Alcuni scatti mostrano anche il biennio in Porto Rico, nel quale la famiglia si era trasferita per un’opportunità di lavoro del padre Gerard. Il ritorno a Brooklyn nel 1976 coincide con l’inizio dei primi seri esperimenti artistici, che porteranno alla prima opera venduta a Warhol nel 1979 (Stupid Games, Bad Ideas) e alla prima personale del 1982 alla Annina Nosei Gallery.
Nella mostra si racconta di un Jean-Michel Basquiat divertito nel costruire pupazzi di neve in mezzo alla strada, o a raccogliere mele con tutta la famiglia. I ritratti con in braccio le due piccole sorelle restituiscono un’atmosfera familiare facile da cogliere a molti, raccontata proprio dalle due curatrici in un articolo su Wepresent. Una mostra che è il contrario del pop, contenitore dentro il quale è spesso stato inserito Basquiat, non spirito collettivo ma nucleo minimo di affetti e creatività.

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