Gohar Dashti, artista e fotografa iraniana, con la serie Today’s Life and War mira a sfruttare la propria fotografia come cassa di risonanza della propria generazione. Un modo per dare voce al suo popolo e portare sotto gli occhi di tutti le conseguenze dell’instabilità socio-politica del proprio Paese.

Gohar Dashti nasce ad Ahwaz, in Iran, nel 1980, l’anno in cui le truppe irachene di Saddam Hussein,
preoccupate dalla rivoluzione islamica iraniana dell’Ayatollah Khomeini – e per rivendicare il possesso dei territori lungo il fiume Shatt al-Arab – invadono il Paese.

Lo scontro, che doveva inizialmente essere una guerra lampo, si trasforma in un lungo e sanguinoso conflitto di trincea durato otto anni. Quasi un decennio di tensioni e perdite per entrambi i popoli che si riflettono – come è solito ormai in ogni conflitto dell’epoca contemporanea – sulla popolazione civile. Anche dopo la fine delle contese, le conseguenze sul piano emotivo continuano a riversarsi e a lasciare segni indelebili sulla generazione dell’artista e su quelle future.

Proprio per questo la fotografa decide di presentare la serie ponendovi al centro una coppia impegnata nelle faccende più semplici e quotidiane – guardare la televisione, fare colazione, leggere il giornale, perfino il momento del loro matrimonio – sottolineando come la guerra e il pericolo siano talmente radicati nella loro vita da seguirli ovunque. Dalla televisione giungono solo brutte notizie, nei giornali si leggono disastri e tragedie e, perfino nel momento in cui dovrebbero riposare, la minaccia della guerra e della distruzione rimane una presenza opprimente e costante.

Ci parlano di questa oppressione i panni puliti che, in una delle fotografie, vengono stesi non su un normale filo da bucato ma sopra il filo spinato; lo si vede nella presenza rumorosa in quasi ogni scatto di soldati e carri armati sullo sfondo. In una delle fotografie, mentre la donna lavora al computer e il compagno fissa in camera, entrambi sono seduti su dei sacchi: forse sacchi da trincee, o forse, invece, borse contenenti quel poco che possiedono, sempre pronto per un imminente e improvviso spostamento, un simbolo della continua fuga e migrazione forzata a cui sono costretti i popoli che vivono in guerra e in continua instabilità.

Nelle loro vite non c’è spazio per l’intimità e per stare soli, soltanto l’uno con l’altro, perché la
presenza della guerra è parte della loro realtà, quasi come fosse un’altra compagna di vita. La serie di Gohar Dashti ci parla con una delicatezza disarmante di una delle questioni più indelicate e soffocanti, che è diventata però, ormai da troppo tempo, parte dell’identità del suo popolo.




Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @super8otto.