Art Guim Tió Zarraluki, quando il volto smette di essere un ritratto
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Guim Tió Zarraluki, quando il volto smette di essere un ritratto

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Arianna Maria Leva

Guim Tió Zarraluki parte da un gesto apparentemente semplice, quello del guardare un volto e renderlo irriconoscibile, o meglio nasconderlo. Non per cancellare la persona o l’identità di essa, ma per mettere in discussione tutto ciò che normalmente utilizziamo per riconoscerla.

Nato a Barcellona nel 1987 e formatosi alla Facoltà di Belle Arti dell’Università di Barcellona, l’artista ha costruito il proprio linguaggio intorno alla pittura figurativa, alla distorsione e a un interesse costante per il modo in cui immagini, memoria e identità si costruiscono reciprocamente.

Nella sua ricerca in questi anni il volto è diventato quasi un punto di partenza per arrivare altrove: verso paesaggi sospesi, figure minuscole, ricordi, solitudine e una dimensione sempre più ambigua tra realtà e immaginazione. All’inizio della sua carriera Guim Tió Zarraluki prendeva immagini provenienti dalle riviste di moda e interveniva direttamente su di esse, modelle e volti costruiti secondo i codici della pubblicità venivano alterati con pastelli a olio, solventi e acrilici: occhi enormi, nasi sproporzionati, colli allungati, colori innaturali.

Guim Tió Zarraluki

Il procedimento ha qualcosa di ironico, quasi infantile, ma dietro quella deformazione c’è una critica precisa. La bellezza delle immagini patinate viene sottoposta a una seconda manipolazione, se la fotografia di moda ritocca il corpo per renderlo desiderabile, Tió lo ritocca nuovamente per mostrarne l’artificialità.

Inevitabile notare quindi nela sua ricerca una riflessione sulla condizione umana e sui tabù di una società sottoposta alla “tirannia visuale” di televisione, pubblicità e riviste di moda. È interessante perché Guim Tió Zarraluki non si limita a dire che l’immagine contemporanea è falsa, la prende sul serio fino alle sue estreme conseguenze, modificandola dall’interno.

Con il passaggio alla tela, il suo lavoro cambia e i riferimenti alla moda rimangono come una sorta di memoria visiva, ma le figure diventano meno riconoscibili e più enigmatiche. Il volto non è più il luogo attraverso cui identificare qualcuno, ma diventa una superficie instabile. La figura rimane, ma l’identità sembra sfuggire.

Questo rende la pittura di Tió sorprendentemente contemporanea, perchè in un’epoca in cui siamo abituati a costruire la nostra presenza attraverso immagini continuamente riconoscibili, il suo gesto più radicale è togliere informazioni. Le proporzioni cambiano, le persone diventano piccole, quasi perse all’interno di spazi enormi. In alcune opere la figura umana sembra sul punto di scomparire dentro un prato, una distesa d’acqua o un paesaggio dai colori irreali.

Non sapere chi stiamo guardando diventa parte essenziale dell’opera, ed è un passaggio importante perché modifica il rapporto tra individuo e ambiente. Nei primi lavori il problema era come vediamo una persona, nei lavori successivi diventa come una persona si percepisce quando viene messa di fronte a qualcosa di molto più grande di lei. La pittura diventa così meno satirica e più contemplativa, senza perdere quella sensazione di inquietudine che caratterizzava i primi ritratti. Il tema della memoria attraversa un’altra parte significativa della sua ricerca. Nel 2016, in occasione di una mostra a Barcellona, Tió aveva lavorato sulla memoria collettiva, sull’oblio e sulla riscrittura della storia, interrogandosi anche sul modo in cui le immagini accumulate quotidianamente sui nostri dispositivi finiscono per sostituire la memoria vissuta.

Nei suoi quadri non sembra esserci tanto il tentativo di riprodurre un ricordo quanto quello di rappresentare la sua instabilità. Le immagini appaiono sfocate, incomplete, quasi consumate. Non raccontano necessariamente un episodio preciso: sembrano piuttosto il residuo di qualcosa che abbiamo visto e che stiamo cercando di ricordare. La pittura diventa allora un luogo intermedio, non fotografia, non sogno, non memoria esatta. Il corpo non è più soltanto qualcosa da deformare e diventa qualcosa da ricordare, perdere, ritrovare.

E forse è proprio questa la parte più interessante di Guim Tió, la sua pittura non procede semplicemente dalla figurazione all’astrazione, ma si sviluppa dalla certezza all’incertezza. Prima prende un volto perfettamente costruito dalla cultura visiva e lo altera. Poi ne cancella progressivamente i contorni. Infine allontana la figura dentro un paesaggio. Come se, per capire davvero cosa rimane di un’immagine quando smettiamo di riconoscerla, fosse necessario perdere il volto e guardare ciò che c’è intorno.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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