House of Vans Barcelona: skate, arte, musica e Tony Alva

Giulia Pacciardi · 2 mesi fa

“Off The Wall” è skate, arte, musica.
È skateborder da tutto il mondo che si incontrano per condividere ciò che sanno fare meglio.
È la capacita di Vans di interpretare una cultura, rispettarne il DNA e regalare esperienze agli appassionati di questo sport che, a giudicare dalla nostra esperienza, è molto di più.

Per quattro lunghi giorni consecutivi, l’Utopia126 di Carrer De Cristébal De Moura si è trasformato nel teatro di live performance musicali e artistiche, esposizioni, workshop, gare di trick, school session per i più piccoli, vetrina per talenti, brand e realtà emergenti che hanno reso l’House Of Vans di Barcellona un luogo unico nel suo genere.

Quattro giorni in cui questa cultura e questo sport sono stati raccontati tramite alcuni dei suoi esponenti più importanti, ma anche dai giovani skateboarder che a bordo delle loro tavole sfrecciavano ovunque, portando con loro rumore, risate ed emozione alla vista di idoli e campioni che, come se non sapessero di esserlo, passeggiavano tranquilli tra mille occhi e gridolini di incredulità.
L’House of Vans di Barcellona è stato puro spirito, la narrazione completa di una sottocultura nata in mezzo alla strada e che proprio lì vuole rimanere, senza troppi artefizi e costruzioni.

Noi siamo stati lì dall’inizio alla fine, dal 25 al 28 settembre, tempo che ci ha permesso di vivere tutte le esperienze ideate da Vans.
Dal live painting dell’artista Julian Lorenzo, al workshop di Aymaboards di personalizzazione tavole, ai concerti con artisti come il trapper Hard Galiza e il dj set di Kaytranada, al community market che domenica è stato padrone dell’intera venue, fino alla sfida “cash for tricks” a cui hanno partecipato numerosi avventori.

Ma qui, con un po’ di sano nervosismo, abbiamo avuto anche la possibilità di conoscere e scambiare quattro chiacchiere con un uomo che è la storia di questo sport, che da più di 50 anni vola con qualsiasi tavola su qualsiasi superficie, che a 62 anni skatea come a 16 e che conosce questa cultura come nessuno.
Tony Alva era uno di quegli idoli che camminava tranquillo stringendo mani e ascoltando i suoi fan e qui trovate la nostra intervista e il reportage dell’intero evento.

Sei uno dei pionieri di questa disciplina e di questa cultura che mixa sport, moda e stile di vita. Quando hai iniziato questo percorso eri consapevole di ciò che stavi creando?

No, non lo ero. A quel tempo ero solo un giovane surfer e skateboarder che usciva di casa per fare ciò che era normale fare.
Nel quartiere di Los Angeles dove sono cresciuto surfare e skaetare sono parte della quotidianità, non avevo idea che sarei diventato quello che sono ora, una sorta di John Galliano dello skateboard.

Ma poi sei diventato uno degli skater più importanti di questo sport, sotto ogni punto di vista.

Sì, ma penso sia così solo perché lo faccio da quasi più di 50 anni e, ormai, sono rimasto uno degli ultimi. Molti degli altri ragazzi sono morti perché non sono stati abbastanza saggi da scegliere uno stile di vita sano, giusto.
Quando decidi di farlo e lo fai per così tanti anni diventi quasi automaticamente una leggenda vivente, trovi degli sponsor, qualcuno che crede in quello che fai.

Com’è stato per te con Vans con cui hai cominciato a collaborare a metà degli anni ‘70, come sono cambiate le cose da quegli anni a oggi?

Si, ho aiutato Steve Van Doren a lanciare la Era, la prima scarpa da skate, e le cose da quel giorno sono cambiate molto.
All’inizio non avevamo sponsor, non avevamo soldi, eravamo solo dei ragazzini che uscivano di casa per andare a skaetare, per divertirsi.
Poi aziende come Vans hanno cominciato a sponsorizzarci, altre si occupavano delle nostre ruote, dei nostri caschi, io stesso ho creato la mia compagnia, tutto è stato portato ad un livello corporate e fu incredibile.
Ma poi la skate morì di nuovo, non c’erano più sponsor, più soldi, neanche dei luoghi dove andare a skaetare che non fossero la strada.
La storia dello skate non è tutta successi, ci sono stati tanti momenti bassi, tante situazioni hardcore che abbiamo dovuto affrontare per rimanere fedeli al nostro percorso, essere skateboarder non è un discorso di quanti soldi guadagni, di quanto sei popolare, è per il senso di libertà che può regalare una tavola, per la passione, per la creatività che ci si mette, è una cosa che fai per amore.
Non lo fai per diventare la prossima “fashion icon” o qualcosa del genere.
Puoi diventarlo però se scegli di stare al gioco e io sto a questo gioco da quasi più di 50 anni, per questo le persone mi vedono come un modello e per me è una cosa senza prezzo perché solo il tempo può dartelo, non lo puoi comprare.

Quando hai aiutato Vans a creare la Era, su quali dettagli ti sei focalizzato?

Il mio obiettivo era quello di migliorare la performance della scarpa, loro hanno aggiunto lo stile.
Ma l’elemento fondamentale di questa scarpa è la suola, la Waffle Sole, e nella scarpa che sto indossando ora (Vans AVE pro, la scarpa che celebra Anthony Van Engelen, ndr) c’è la versione moderna che ha superato tutte le aspettative in termini di performance.
È la migliore low skate shoe che Vans abbia mai creato fino ad ora, certo è la mia opinione, ma la mia opinione è abbastanza buona. (ride)

Ho skateato con tutte le scarpe create da Vans e al momento questa è davvero la migliore che si possa trovare sul mercato.

Qual è la tua top tre?

Sicuramente la Anthony Van Engelen pro, la SK8-HI e la versione originale, autentica, della Era.

Il tuo rapporto con Vans dura da oltre 45 anni, come credi che riesca a rispettare così tanto la cultura che ruota attorno allo skate?

Perché Vans dà, non prende e basta.
La cultura skate è veramente autentica e come tale deve essere rispettata, tutti gli skater sanno riconoscere cosa è vero e cosa non lo è. 

Quando ho cominciato con Vans ero un bambino, era un piccolo negozio e ora siamo in tutto il mondo, tanti cool kids con passioni per musica, arte, skate lavorano per noi.
Vans potrebbe guadagnare più di 5 miliardi di dollari quest’anno e tutto è iniziato da una bottega.
Questa è una storia di successo, se vogliamo parlare di American Dream, questo è davvero un sogno americano che si è avverato, specialmente per due ragazzi come Paul e Steve Van Doren che continuano ad amministrare l’azienda come se fosse un business di famiglia.
Noi non diamo importanza alle super star, come possono essere i calciatori, noi sponsorizziamo surfers, skateboarders, graffiti artist, musicisti che hanno iniziato le loro carriere nei garage.
Non sono tante le aziende che non corrono dietro alla “next big thing”, quella del momento, ma queste collaborazioni durano pochi anni, fino a che non arriva qualcuno che offre più soldi.
Per noi non funziona così, per noi la cosa più importante è la qualità, il tipo di relazione che intercorre tra il brand e il talento.
Prima che smettessi di bere e di fumare cannabis ero un disastro, un mostro, ma il mio sponsor non mi ha mai abbandonato, mi hanno sempre esortato a smettere ma non mi hanno mai voltato le spalle. 

Quando ho deciso di cambiare la mia vita per il meglio Vans è stata parte di questo viaggio che mi ha portato a trovare tutto quello che ho sempre cercato.
Ho uno sponsor che è rimasto con me nel bene, nel male e ora nel bello, esiste qualcosa di meglio? Di tutto quello che ho fatto io con Vans? Libri, film, musica, concerti, viaggi, skate e surf?
Ai miei occhi davvero no.

L’ultima domanda che voglio farti riguarda le Olimpiadi di Tokyo 2020 dove lo skaterboard sarà presente per la prima volta come disciplina. Qual è stata la tua reazione a questa notizia?

All’inizio non l’ho presa bene, riuscivo a vederla solo come una mossa da uomini di business. 

Poi ho cominciato a vederla come un’opportunità per i giovani skateboarder affamati di esperienze come queste, poi però la cosa mi ha nuovamente infastidito.
Credo fermamente che le Olimpiadi abbiano bisogno dello skate molto più di quanto lo skate abbia bisogno delle Olimpiadi.
Solo il tempo potrà dirci se riusciranno a comunicare i nostri valori in maniera reale, questo primo anno sarà solo un test.
E la stessa cosa succederà per il surf, credo che dovranno costruire delle piscine che riprodurranno le onde, l’assenza del mare e delle spiagge toglierà l’anima a questo sport.
Per me sarà spazzatura, ma allo stesso tempo sarà una cosa buona per tutti i talenti di questa disciplina, ci sono pro e contro.
Tutto verrà portato ad un livello commerciale di cui non ci è mai importato niente, di cui non abbiamo assolutamente bisogno. 

Noi skateboarder siamo hardcore, veniamo dalla strada, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è la pura essenza del nostro sport.
Sono convinto, le Olimpiadi hanno bisogno di noi, noi non abbiamo bisogno di loro per continuare a crescere e fare quello che sappiamo fare bene.

Take it or leave it.

Foto di: Elisa Scotti

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