Style Dr. Martens e la pelle Crazy Horse Cherry Red: una storia in movimento
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Dr. Martens e la pelle Crazy Horse Cherry Red: una storia in movimento

Dr. Martens, la Crazy Horse Cherry Red e la liberta’ creativa: dalla nuova collezione alla giornata di Milano, con Marta Del Grandi
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Arianna Maria Leva

Una collezione che invecchia bene per scelta, tre parole cucite sul tallone dal 1960 che oggi diventano una domanda, e la voce di Marta Del Grandi. Dr. Martens prova a capire che cosa ci rende unici.

Una scarpa nuova ha un difetto: è nuova e quasi tutto ciò che indossiamo è progettato per restare uguale a se stesso il più a lungo possibile, senza pieghe, segni o memoria. Con la nuova collezione in pelle Crazy Horse Cherry Red, Dr. Martens fa il contrario: sceglie un materiale pensato per registrare ciò che gli succede.

Una pelle che tiene il conto

La pelle Crazy Horse è impregnata di cere e oli, e per questo ha un aspetto vivo fin dal primo giorno. Con l’uso si ammorbidisce, si segna, sviluppa una patina che dipende da chi la porta, da dove cammina e per quanti chilometri. Graffi e pieghe qui sono cronaca. Nessuna coppia resta uguale a un’altra, ed è un’idea quasi paradossale per un marchio nato dalla produzione in serie. Il modello nasce infatti come un prodotto industriale, pensato per essere replicato: il primo stivale uscì dalla linea di produzione il 1° aprile 1960, data da cui deriva il suo nome. La pelle Crazy Horse introduce però una variabile che la produzione in serie non può controllare: il tempo e l’uso. L’identità della scarpa non è più soltanto quella del modello, ma anche quella della persona che lo ha indossato.

A portare la pelle Cherry Red sono cinque silhouette: lo stivale 1460, la scarpa 1461, lo Chelsea 2976, il mocassino Adrian e la Mary Jane 8065. Per l’autunno-inverno 2026 il 1460, il 1461 e la Mary Jane 8065 arrivano anche nelle nuove edizioni DM’s Green. Sono i modelli che hanno costruito il mito del marchio, riletti attraverso un materiale che non teme il tempo e lo trasforma in estetica.

Dal 1960 sul passante del tallone di ogni Dr. Martens c’è scritto With Bouncing Soles. In origine indicava la celebre suola ammortizzata ad aria. Oggi è diventato il nome di una piattaforma globale che il marchio lancia con la campagna AW26, e il suo perno è una domanda: What Makes Your Sole Bounce?

Per rispondere la campagna riunisce voci molto diverse: l’attrice e icona di stile Chloë Sevigny, il musicista e scrittore Jordan Stephens, la comica e imprenditrice Naomi Watanabe, insieme a molti altri esponenti della community Doc’s nel mondo, tra cui l’italiana Marta Del Grandi, artista e ambassador del marchio.

Il progetto non si esaurisce nella campagna e prevede collaborazioni creative, programmazione culturale, esperienze e iniziative con comunità creative. La formula è la stessa da oltre sei decenni: le silhouette iconiche iniziano la storia, la community le dà significato.

Dentro il backstage della campagna italiana

È nel momento in cui la campagna prende forma che il concept globale incontra una sensibilità più personale. Per la sua interpretazione italiana, C41 ha lavorato insieme a Marta Del Grandi, portando davanti all’obiettivo non solo il volto di un’artista, ma anche il suo modo di vivere la musica, il movimento e la creatività. Le immagini del backstage restituiscono proprio questo passaggio: tra preparazione, set e momenti lontani dall’immagine finale, si intravede il lavoro che sta dietro alla campagna e il rapporto tra Marta e il linguaggio di Dr. Martens.

Più che mostrare semplicemente come nasce uno shooting, il backstage permette di guardare la campagna da una prospettiva diversa. È qui che la dimensione globale del progetto lascia spazio a un’interpretazione più vicina al contesto italiano, costruita intorno alla presenza e all’identità di Marta.

Marta Del Grandi: la spinta ha bisogno di una pausa

Marta Del Grandi, è protagonista del live che chiude l’evento di Milano del 27 settembre. A lei abbiamo rivolto qualche domanda, per mettere alla prova la domanda su cui poggia tutta la piattaforma With Bouncing Soles. 

What makes you you, you?

Mi identifico molto nel mio segno zodiacale, il segno dei pesci! C’è una forte dualità e contraddizione in me, che mi spinge a mettermi sempre in discussione e a cercare di evolvere.

Una contraddizione che diventa spinta a evolvere è già un buon carburante. Ed è proprio a questo punto che si innesta la domanda che Dr. Martens rivolge a chiunque incontri nel suo percorso.

“What makes your sole bounce?”: cosa ti fa muovere, oggi?

Il pensiero che il senso di comunità e la condivisione di visioni possano portare a delle azioni reali a un vero cambiamento.

Quanto è importante, nel tuo percorso, seguire ciò che ti incuriosisce anche quando non sai ancora dove ti porterà?

Non so mai dove voglio arrivare, per me qualsiasi stimolo che mi incuriosisca è preziosissimo e lo seguo senza freni.

La musica è fatta di movimento, ma anche di pause. Quanto contano le pause nel tuo modo di creare?

Moltissimo. Credo che il tempo dedicato all’ozio sia importante tanto quanto quello in cui creo, perché lascia spazio ai pensieri di svilupparsi da soli, lentamente e senza scopo.

Nel tuo lavoro c’è molta ricerca, ma anche una componente istintiva. Quando capisci che è il momento di smettere di pensare e iniziare a seguire l’istinto?

Nella scrittura inizio sempre da un’idea casuale e la sviluppo seguendo il mio istinto. Solo una volta che ha una forma compiuta ci dedico un pensiero più razionale, e capisco se funziona.

L’evento del 27 mette insieme musica, performance, workshop e manualità. Che rapporto hai con il “fare” e con le cose che richiedono tempo per essere costruite?

Per me sono attività terapeutiche. Ogni volta che sento di non riuscire a ritrovare la mia bussola, mi dedico a un’attività creativa manuale per ri-centrarmi. È tempo investito benissimo.

Che cosa significa per te sentirti davvero libera nel processo creativo?

Non avere l’obiettivo di compiacere il pubblico.

Pensi che oggi abbiamo ancora bisogno di recuperare un rapporto più lento con le cose che facciamo?

Sicuramente credo che se ne parli sempre di più e che sia una necessità condivisa.

“Condivisa” è la parola che ci porta alla domanda successiva: che cosa cambia quando la creatività smette di essere un fatto individuale e diventa un’esperienza che si vive insieme.

Il 27 settembre persone, linguaggi e forme di creatività diverse si incontrano nello stesso luogo: quanto può cambiare il modo in cui viviamo la creatività quando smette di essere qualcosa di individuale e diventa un’esperienza condivisa?

La condivisione di spazi e di incontri reali è secondo me la chiave per sopravvivere a questo momento storico di grande alienamento e sgretolamento di tutte le certezze che avremmo potuto avere in passato. Anche a livello creativo, penso che non si possa prescindere dallo scambio con altri artisti e con il pubblico.

Quanto della tua identità musicale nasce dalle persone che incontri e dai luoghi che attraversi?

Il mio percorso di studi e di crescita personale è stato molto legato al viaggio, alla scoperta di luoghi e culture lontane, all’incontro e all’apertura verso le persone. Devo tutto agli insegnamenti umani che mi hanno regalato i musicisti, i maestri e le persone geniali che ho incontrato e continuo ad incontrare sulla mia strada.

Chiudiamo dove eravamo partiti, con la domanda che dà il nome a tutto questo. Il 27 settembre il pubblico di Marta sarà in gran parte nuovo: che cosa vorrebbe che facesse “bounce” in chi la ascolta?

E per chiudere tornando alla domanda di partenza: cosa vorresti che facesse “bounce” nelle persone che incontreranno la tua musica il 27 settembre?

Spero di riuscire a creare una connessione emotiva con il pubblico, che sarà in gran parte nuovo alla mia musica. Spero di potergli lasciare qualcosa di me toccando delle corde che li facciano risuonare!

Il suo modo di creare è tutto tranne che lineare e qui l’immagine del rimbalzo torna familiare. Una suola rimbalza perché prima si comprime e poi restituisce energia, e il movimento passa dalla pausa. Marta ci arriva per conto suo: il tempo dedicato all’ozio conta per lei quanto quello in cui crea, perché lascia ai pensieri lo spazio di svilupparsi «da soli, lentamente e senza scopo». Anche il rapporto col fare manuale, cuore dell’evento, ha per lei un valore quasi terapeutico. Il 27 settembre il pubblico sarà in gran parte nuovo alla sua musica. E forse è proprio da qui che nasce il suo modo di intendere il movimento: non sapere esattamente dove si sta andando, ma lasciare abbastanza spazio perché qualcosa possa accadere lungo il percorso.

Le icone non invecchiano, si scrivono

Alla fine tutto torna alla pelle. Una Dr. Martens appena uscita dalla scatola è una pagina bianca, e diventa un racconto solo con l’uso. Anche la giornata di Milano funziona così e il programma è una cornice, ma il senso lo mettono le persone che entrano, provano e restano. È la stessa logica che attraversa la nuova collezione: niente rimane davvero identico a come era all’inizio. La pelle registra il tempo, le persone lasciano tracce, le esperienze cambiano forma. Ed è proprio questa la spinta di cui parla Dr. Martens, qualcosa arriva, ci attraversa e torna indietro diverso.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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