Style Saelf, sotto lo stesso cielo alla Milano Fashion Week
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Saelf, sotto lo stesso cielo alla Milano Fashion Week

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Leila Stabile
Saelf_SS27 | Cover Collater.al

C’è un dettaglio di Saelf che non emerge mai abbastanza: il marchio di Giulia Spitaleri non fa collezioni, fa confessioni. Mercoledì 23 settembre, in via Carlo Poma 54 a Milano, va in scena Traccia III — Sotto lo stesso cielo, terzo capitolo di un progetto che conosciamo già e che dice più sull’identità del brand di quanto potrebbe dire una qualunque sfilata guardata da sola.

Il punto di partenza, questa volta, non è un tessuto: è una data. Il 10 agosto, sulle sponde dell’Etna, tra il giorno che brucia e la notte di San Lorenzo che si apre alle stelle cadenti. “Vengo da una terra che brucia e protegge“, scrive Spitaleri nel manifesto della collezione, “la porto addosso anche quando non la nomino.” E nell’invito, in una riga che vale più di qualsiasi scheda tecnica: “mi sembra che ci siano momenti in cui sentiamo di appartenere a qualcosa, senza sapere esattamente cosa. A una terra, a una stagione, a un suono. A una memoria che non ci lascia.” Non è un plus valoriale aggiunto in fase di comunicazione: è, letteralmente, da lì che parte la collezione, dalla cenere di una montagna siciliana


Una materia che porta ancora la cenere addosso 

Quella cenere, quella terra, quella notte diventano materia in modo quasi letterale. La palette di Sotto lo stesso cielo si muove tra nero lavico, un marrone di terra secca, rosso ruggine, avorio polveroso e un giallo che sembra rubato al crepuscolo. Cotoni grezzi, sete lavate, lino, tela e jersey sottili raccontano capi vissuti, mai ostentati. Il dettaglio che si porta dietro tutto il resto è la manica arrotolata, un gesto quotidiano, legato alla fatica, al caldo, al sudore. E poi c’è la frangia, che prosegue una ricerca aperta dal grembiule della Fall Winter 26/27: non più citazione diretta, ma il suo resto, smontato e riassorbito nel capo, ancorato sempre a una parte funzionale, una memoria che, letteralmente, pende. È in questa materia che prende forma la silhouette della Spring Summer 27: tagli netti, vita bassa, un layering pensato per sottrazione. Saelf non cerca la perfezione della costruzione: cerca, ed è qui il punto, il segno di un capo già vissuto, coerente fino in fondo con il racconto che lo genera.

Del resto Spitaleri lo aveva già detto, a modo suo, quando ci raccontò che a spingerla a fondare il brand non era stata una strategia ma il bisogno di dare forma a “la cultura legata all’atto del vestirsi“. Due anni dopo quella dichiarazione suona meno come un buon proposito e più come una promessa mantenuta: qui il layer personale non accompagna la collezione, la costituisce.


L’universo artistico non è mai solo contorno 


Che Saelf tratti l’arte come materiale primo e non come componente secondario lo sapevamo già da Traccia I, quando l’opera di Alessandro Calabrese diventava stampa su tre capi esposti alla Fondazione Sozzani. In Traccia III il principio si ripete e si rafforza: l’allestimento porta ancora la firma di Nicola Pantano la continuità del collaboratore, di episodio in episodio, è essa stessa una dichiarazione d’intenti, che trasforma lo spazio in un archivio di presenze, capi sospesi sottovuoto insieme a polvere, terra e foglie secche, come un paesaggio che rifiuta di lasciarsi andare del tutto. A completare il rito, la performance di due ore di Emanuele Algeri, il risveglio di un corpo sopito che prova a riconnettersi con chi è venuto prima. Ogni episodio di Traccia genera il materiale, fisico e simbolico, per quello successivo: non collezioni stagionali, ma puntate di una stessa narrazione che si scrive collaborando, ogni volta, con un artista diverso.

Crediti foto: Giuseppe Vaccaro

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Scritto da Leila Stabile

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