Art IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1
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IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1

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Giorgia Massari

Per il primo episodio di IN STUDIO, il nuovo format di Collater.al per scoprire gli studi dei creativi, abbiamo deciso di andare a trovare l’artista Fabio Weik. Il suo studio non è in una città come Milano o Roma, ma si trova nella provincia di Bergamo, lontano dalle distrazioni. Ma prima di parlare del suo studio, vi presentiamo Fabio Weik. Un artista multidisciplinare che negli ultimi anni ha saputo distinguersi in termini di contenuti e di innovazione espositiva.

Chi è Fabio Weik?

Fabio Weik è un writer e artista contemporaneo dal 1997. Esponente attivo della TDK crew, un’importante crew storica di graffiti italiana, e fondatore della crew Interplay. Fin dai primi istanti passati nel suo studio è percepibile il suo approccio del tutto professionale al luogo di lavoro, che lui stesso ha definito “un luogo di produzione al pari di quello di un’azienda”.

Il lavoro di Fabio Weik riflette l’attuale contesto storico e la società contemporanea dominata dai mass media e dalla televisione. «Tutte le mie produzioni seguono la ritmica mediatica» ci spiega, «quando una notizia viene soppiantata da un’altra, io creo un’installazione o un intervento multidisciplinare». In questo modo Weik si serve di simboli e icone popolari e, attraverso l’uso di tecniche sperimentali e di materiali non convenzionali come acidi, vetro, polvere, gesso e oggetti comuni, innesca nello spettatore un processo di identificazione e di riflessione su temi sociali e contemporanei. 

Lo studio

Come anticipato prima, lo studio è concepito da Fabio come un luogo strettamente lavorativo, che l’artista decide di tenere separato dalla sua dimensione privata. L’ordine e la catalogazione regnano sovrane. Ma, come in ogni luogo creativo, c’è spazio per qualche stravaganza. Il luogo di per sé è un ex spazio industriale. Si tratta di un’ex fabbrica oggi adibita a studio, che condivide con la compagna e set designer Cler Bonomelli. Da un punto di vista di oggetti e strumenti, ciò che salta subito all’occhio è l’enorme quantità di carta dorata. Si tratta in realtà di coperte isotermiche, la prima cosa data ai migranti al momento dello sbarco e usate spessissimo all’interno della sua produzione. Ma partiamo con la prima domanda.

Da quanto tempo sei in questo studio?

«Da poco in realtà, da circa un anno. Ho sempre avuto studi molto grandi. Il mio primissimo studio è legato a un bellissimo ricordo e a un mio caro amico e mecenate Eugenio Borroni, proprietario della fabbrica Borroni, che ora purtroppo non c’è più. All’interno di questa ex fabbrica di colla c’erano più di 700 opere d’arte della sua collezione privata. Lì feci la mia prima mostra personale grossa. Lui mi diede uno spazio a fianco al suo studio da adibire nel mio luogo di lavoro. Lì è stato il primo approccio con un ambiente grande».

Poi come si è evoluta la tua concezione di studio?

«C’è stato un periodo in cui il mio studio diventava il luogo in cui dovevo fare la mostra. Andavo lì molto prima. Ad esempio, quando ho fatto la mostra al Castello di Soriano ho abitato lì per un periodo. Mi auto imponevo una sorta di residenza. In realtà, quello che voglio è che io diventi lo studio e lo studio diventi me. Fin quando, come in questo caso, ho trovato il mio giusto balance. Lontano dal casino, in un ambiente pulito e grande».

Come vivi questo studio adesso?

«Cerco di far diventare il mio studio la mia comfort zone. Quando sto qua dentro io sto bene, la mia comfort zone finisce dopo quella porta. Da un punto di vista pratico e tecnico cerco di mantenere un’organizzazione. Mai nulla è messo a caso. In questo gran caos dev’esserci ordine. Una cosa molto importante per me è che il luogo di lavoro sia staccato dalla mia casa e dalla mia vita privata. Secondo me, il luogo dell’artista non dev’essere quello in cui vive, perché poi succede che ci si aliena nell’ambiente e non si produce in maniera lucida. Per fare una buona produzione devi avere il momento in cui entri nell’ambiente produttivo e te ne esci, te lo devi anche imporre. Ci vuole la competenza di saperne uscire».

Oltre agli studio visit, ti piace usare lo studio come punto di incontro con altri artisti o con curatori e galleristi, per discutere e avere spunti di riflessione?

«Sono tanto scappato da questa cosa, anche se mi piace avere l’invadenza interessata.
Gli artisti sono sempre visti come qualcosa di magnifico e allo stesso tempo come qualcosa di pochissimo professionale. In realtà, l’ambito dell’arte contemporanea ha un grado di professionalità altissima, se vuoi fare solo quello di lavoro. Per questo, il luogo di lavoro devi cercare di mantenerlo come tale. Lo scambio di interazione lo devi fare solo se può essere utile alla produzione, perché è come un’azienda. Forse è brutto da dire, ma se vuoi fare l’artista tu diventi un brand e quindi hai una parte di produzione. Questa cosa, spesso, soprattutto quando avevo lo studio a Milano, diventa “vado a trovare l’artista perché tanto non ha niente da fare, sto lì con lui e perdiamo tempo tutti e due”, poi ne arriva un altro e così via. Il fatto di essermi allontanato dalle metropoli è stato anche dettato dal fatto di non voler più questa cosa. Se una persona viene qua è perché davvero è interessato a parlare di quello che succede qua dentro e c’è un interesse vero. In questo, la distanza dalle metropoli fa da filtro».

La distanza o, più in generale, questo bisogno di allontanarti, ti ha mai creato problemi?

«Io penso che l’arte non sia per tutti, anzi, per me l’arte è per pochissimi. L’interazione tra artisti dev’esserci solo quando serve davvero, soprattutto quando hai bisogno di trasversalità. Ma penso che troppi punti di incontro nell’ambito artistico, facciano male».

Parlando di un aspetto più pratico. Quali sono gli oggetti o i materiali che non possono mancare nel tuo studio?

«Premetto che non ho una tecnica che prediligo, essendo un artista multidisciplinare. Però c’è stato un periodo in cui utilizzavo molto gli acidi, perché a volte esco da questa linea mediatica, e parlo di tutt’altro. Quindi per utilizzare questi acidi mi sono costruito tutte le ampolle, studiando quale plastica non veniva corrosa con l’acido, quindi se ero in giro e trovavo il bicchiere del drink che era fatto di quella plastica, lo rubavo e me lo portavo a casa. Dal punto di vista di strumenti, il supporto stesso è un oggetto particolare, ovvero le coperte isotermiche, compro un sacco di bancali. Uso tantissime spatole e spatoline».

Sei affezionato a questo luogo o te ne andresti domani?

«Beh, mi dispiacerebbe logicamente. Ho creato una comfort zone qui, ma so che è nobile e ricreabile ovunque, potenzialmente. Non metto radici in nessuno spazio, mi lascio la possibilità di cambiare».

Chiudiamo con una curiosità off-topic. Come mai hai scelto di non apparire in pubblico mostrando il tuo volto?

«Quando faccio un progetto acquista una dimensione propria. Per questo non mi metto mai in prima persona, né come faccia né come soggetto, preferisco che diventi più famosa l’opera di me. A me non interessa stare in prima linea, non perché non voglio metterci la faccia ma l’opera ha già una faccia».

Ph Credits Andrés Juan Suarez

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Scritto da Giorgia Massari

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