IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1

IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1

Giorgia Massari · 3 settimane fa · Art

Per il primo episodio di IN STUDIO, il nuovo format di Collater.al per scoprire gli studi dei creativi, abbiamo deciso di andare a trovare l’artista Fabio Weik. Il suo studio non è in una città come Milano o Roma, ma si trova nella provincia di Bergamo, lontano dalle distrazioni. Ma prima di parlare del suo studio, vi presentiamo Fabio Weik. Un artista multidisciplinare che negli ultimi anni ha saputo distinguersi in termini di contenuti e di innovazione espositiva.

Chi è Fabio Weik?

Fabio Weik è un writer e artista contemporaneo dal 1997. Esponente attivo della TDK crew, un’importante crew storica di graffiti italiana, e fondatore della crew Interplay. Fin dai primi istanti passati nel suo studio è percepibile il suo approccio del tutto professionale al luogo di lavoro, che lui stesso ha definito “un luogo di produzione al pari di quello di un’azienda”.

Il lavoro di Fabio Weik riflette l’attuale contesto storico e la società contemporanea dominata dai mass media e dalla televisione. «Tutte le mie produzioni seguono la ritmica mediatica» ci spiega, «quando una notizia viene soppiantata da un’altra, io creo un’installazione o un intervento multidisciplinare». In questo modo Weik si serve di simboli e icone popolari e, attraverso l’uso di tecniche sperimentali e di materiali non convenzionali come acidi, vetro, polvere, gesso e oggetti comuni, innesca nello spettatore un processo di identificazione e di riflessione su temi sociali e contemporanei. 

Lo studio

Come anticipato prima, lo studio è concepito da Fabio come un luogo strettamente lavorativo, che l’artista decide di tenere separato dalla sua dimensione privata. L’ordine e la catalogazione regnano sovrane. Ma, come in ogni luogo creativo, c’è spazio per qualche stravaganza. Il luogo di per sé è un ex spazio industriale. Si tratta di un’ex fabbrica oggi adibita a studio, che condivide con la compagna e set designer Cler Bonomelli. Da un punto di vista di oggetti e strumenti, ciò che salta subito all’occhio è l’enorme quantità di carta dorata. Si tratta in realtà di coperte isotermiche, la prima cosa data ai migranti al momento dello sbarco e usate spessissimo all’interno della sua produzione. Ma partiamo con la prima domanda.

Da quanto tempo sei in questo studio?

«Da poco in realtà, da circa un anno. Ho sempre avuto studi molto grandi. Il mio primissimo studio è legato a un bellissimo ricordo e a un mio caro amico e mecenate Eugenio Borroni, proprietario della fabbrica Borroni, che ora purtroppo non c’è più. All’interno di questa ex fabbrica di colla c’erano più di 700 opere d’arte della sua collezione privata. Lì feci la mia prima mostra personale grossa. Lui mi diede uno spazio a fianco al suo studio da adibire nel mio luogo di lavoro. Lì è stato il primo approccio con un ambiente grande».

Poi come si è evoluta la tua concezione di studio?

«C’è stato un periodo in cui il mio studio diventava il luogo in cui dovevo fare la mostra. Andavo lì molto prima. Ad esempio, quando ho fatto la mostra al Castello di Soriano ho abitato lì per un periodo. Mi auto imponevo una sorta di residenza. In realtà, quello che voglio è che io diventi lo studio e lo studio diventi me. Fin quando, come in questo caso, ho trovato il mio giusto balance. Lontano dal casino, in un ambiente pulito e grande».

Come vivi questo studio adesso?

«Cerco di far diventare il mio studio la mia comfort zone. Quando sto qua dentro io sto bene, la mia comfort zone finisce dopo quella porta. Da un punto di vista pratico e tecnico cerco di mantenere un’organizzazione. Mai nulla è messo a caso. In questo gran caos dev’esserci ordine. Una cosa molto importante per me è che il luogo di lavoro sia staccato dalla mia casa e dalla mia vita privata. Secondo me, il luogo dell’artista non dev’essere quello in cui vive, perché poi succede che ci si aliena nell’ambiente e non si produce in maniera lucida. Per fare una buona produzione devi avere il momento in cui entri nell’ambiente produttivo e te ne esci, te lo devi anche imporre. Ci vuole la competenza di saperne uscire».

Oltre agli studio visit, ti piace usare lo studio come punto di incontro con altri artisti o con curatori e galleristi, per discutere e avere spunti di riflessione?

«Sono tanto scappato da questa cosa, anche se mi piace avere l’invadenza interessata.
Gli artisti sono sempre visti come qualcosa di magnifico e allo stesso tempo come qualcosa di pochissimo professionale. In realtà, l’ambito dell’arte contemporanea ha un grado di professionalità altissima, se vuoi fare solo quello di lavoro. Per questo, il luogo di lavoro devi cercare di mantenerlo come tale. Lo scambio di interazione lo devi fare solo se può essere utile alla produzione, perché è come un’azienda. Forse è brutto da dire, ma se vuoi fare l’artista tu diventi un brand e quindi hai una parte di produzione. Questa cosa, spesso, soprattutto quando avevo lo studio a Milano, diventa “vado a trovare l’artista perché tanto non ha niente da fare, sto lì con lui e perdiamo tempo tutti e due”, poi ne arriva un altro e così via. Il fatto di essermi allontanato dalle metropoli è stato anche dettato dal fatto di non voler più questa cosa. Se una persona viene qua è perché davvero è interessato a parlare di quello che succede qua dentro e c’è un interesse vero. In questo, la distanza dalle metropoli fa da filtro».

La distanza o, più in generale, questo bisogno di allontanarti, ti ha mai creato problemi?

«Io penso che l’arte non sia per tutti, anzi, per me l’arte è per pochissimi. L’interazione tra artisti dev’esserci solo quando serve davvero, soprattutto quando hai bisogno di trasversalità. Ma penso che troppi punti di incontro nell’ambito artistico, facciano male».

Parlando di un aspetto più pratico. Quali sono gli oggetti o i materiali che non possono mancare nel tuo studio?

«Premetto che non ho una tecnica che prediligo, essendo un artista multidisciplinare. Però c’è stato un periodo in cui utilizzavo molto gli acidi, perché a volte esco da questa linea mediatica, e parlo di tutt’altro. Quindi per utilizzare questi acidi mi sono costruito tutte le ampolle, studiando quale plastica non veniva corrosa con l’acido, quindi se ero in giro e trovavo il bicchiere del drink che era fatto di quella plastica, lo rubavo e me lo portavo a casa. Dal punto di vista di strumenti, il supporto stesso è un oggetto particolare, ovvero le coperte isotermiche, compro un sacco di bancali. Uso tantissime spatole e spatoline».

Sei affezionato a questo luogo o te ne andresti domani?

«Beh, mi dispiacerebbe logicamente. Ho creato una comfort zone qui, ma so che è nobile e ricreabile ovunque, potenzialmente. Non metto radici in nessuno spazio, mi lascio la possibilità di cambiare».

Chiudiamo con una curiosità off-topic. Come mai hai scelto di non apparire in pubblico mostrando il tuo volto?

«Quando faccio un progetto acquista una dimensione propria. Per questo non mi metto mai in prima persona, né come faccia né come soggetto, preferisco che diventi più famosa l’opera di me. A me non interessa stare in prima linea, non perché non voglio metterci la faccia ma l’opera ha già una faccia».

Ph Credits Andrés Juan Suarez

IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1
Art
IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1
IN STUDIO con Fabio Weik – ep. 1
1 · 15
2 · 15
3 · 15
4 · 15
5 · 15
6 · 15
7 · 15
8 · 15
9 · 15
10 · 15
11 · 15
12 · 15
13 · 15
14 · 15
15 · 15
Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks

Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Art

Il Texas, anche soprannominato The Giant in quanto Stato più grande degli USA, arriva a Milano per una mostra collettiva da Antonio Colombo Gallery. A rappresentarlo, cinque artisti – Adrian Landon BrooksSophie RoachEsther Pearl WatsonBruce Lee WebbAdam Young con un ospite d’eccezione, il musicista Tom Russell – che per nascita, formazione o per un periodo di vita hanno assorbito l’anima e la cultura texana. Negli ultimi anni il Texas è considerato come nuova frontiera dell’arte negli States. Sono sorte varie istituzioni private, rinomati architetti hanno completato diversi progetti, il collezionismo è cresciuto e la scena artistica è diventata estremamente attiva. Osservando le opere della mostra Texas Tornados – aperta dal 30 novembre al 3 febbraio – siamo rimasti particolarmente colpiti dal lavoro del muralista Adrian Landon Brooks, affine alla nostra ricerca street. Gli abbiamo fatto qualche domanda, per scoprire di più sul suo percorso.

Le tue opere murarie e le tue illustrazioni seguono una precisa cifra stilistica. Le campiture sono piatte e il simbolismo è evidente. In particolare ci sono riferimenti alla cultura egizia e, più in generale, l’estetica è esoterica. Da dove nasce la fascinazione per questo mondo?

Ricordo di essere andato in una vecchia chiesa cattolica da bambino e di aver fissato tutti i simboli che riempivano l’interno. Non ho mai avuto molto interesse nello studiare cosa significassero quei simboli per le persone che avevano fede nella religione, ma li trovavo visivamente affascinanti anche da bambino. Quell’interesse iniziale è continuato nei miei primi lavori. Mi sono trovato ad integrare aure, mani di lode e simbologie simili senza intenzioni particolari. Ora, dopo che sono trascorsi anni, quell’interesse iniziale si è ampliato fino a diventare quasi un’ossessione per i simboli di diverse culture. Sento di aver creato un po’ della mia mitologia lungo il cammino, ma continuo a godermi l’indagine che la storia offre. Di recente mi sono immerse nei temi egiziani e sto cercando di capire come questi possano collegarsi alla mia visione creativa. Questa serie di lavori mi ha insegnato parecchio sulla narrativa pittorica e sull’eleganza nella semplicità.

L’illustrazione è una conseguenza della tua pratica muraria o sono due pratiche che nascono in parallelo?

Inizialmente, le due pratiche sembravano molto contrastanti l’una con l’altra, soprattutto per i processi creativi completamente diversi. Mi sono avvicinato ai miei primi murales in modo piuttosto meccanico e non ero pronto a considerarli parte del mio corpo di lavoro più ampio. È stato solo col tempo che quei due mondi hanno iniziato a fondersi. Ora i miei murales e il lavoro in studio li percepisco molto come estensioni l’uno dell’altro. Entrambe le pratiche si influenzano costantemente e reciprocamente, aiutando la mia opera a evolversi.

Nei tuoi scenari, astrattismo e narrativa si intrecciano. Il decorativismo delle tue texture incontra gli elementi figurativi che invece raccontano storie. In ogni tua illustrazione c’è la volontà di raccontare una vicenda o l’estetica prevale sul significato?

Direi che a volte ho un’idea vaga di una narrazione all’interno dei miei dipinti, ma di solito si tratta più di un’emozione generale piuttosto che di una storia completa. Mi piacerebbe essere presente nel mio lavoro ma anche lasciare spazio sufficiente per un’interpretazione unica da parte dello spettatore. Detto questo, creo molti lavori che sono completamente guidati dalla composizione, dal colore e dall’estetica. Mi piace il processo di giustapporre diverse immagini, come pattern dai bordi netti con una figura o una pianta morbida.

I due approcci diversi dipendono più da dove sono emotivamente in quel giorno piuttosto che da un obiettivo specifico. Cerco di lasciare la direzione creativa all’universo e seguire un percorso dettato dal subconscio. Mi sono accorto che il processo creativo diventa più difficile quando cerco di controllarne il risultato.

Nella mostra da Antonio Colombo a Milano che mette al centro la scena artistica texana, la curatela mette a contatto il tuo lavoro con altri artisti con le tue stesse origini. Cosa pensi di questo dialogo che si è creato e cosa pensi della scena texana? Le tue origini hanno influenzato il tuo lavoro? Pensi che parte del tuo immaginario provenga dal luogo in cui sei nato e cresciuto?

La mia esperienza crescendo in Texas è probabilmente molto diversa dalla visione generale texana. Ho avuto la fortuna di crescere in una delle città più internazionali dello Stato e per questo sono entrato in contatto molto presto con una comunità creativa. Sono nato ad Houston e ho trascorso i miei anni formativi circondato da musei e gallerie, oltre ad avere un’artista tessile come madre. Alla fine, sono arrivato ad Austin, che ha una lunga storia nella musica ma meno nel campo delle arti visive. Lì ho trovato una comunità che mi ha accolto a braccia aperte, così come molte gallerie gestite da artisti. Quel panorama era guidato dalla comunità artistica stessa e autosufficiente sotto molti aspetti. Negli ultimi dieci anni, questo aspetto è cambiato un po’ soprattutto a causa della crescita della città, ma il nucleo della comunità ha lo stesso spirito che ha sempre avuto.

Per quanto riguarda gli altri artisti in mostra, Sophie Roach e Adam Young li ho conosciuti durante i miei primi giorni a Austin e sono per me persone molto speciali. Fanno entrambi parte della storia che ho appena descritto e continuano a ispirarmi sempre di più ogni anno che passa. Sono anche un fan del lavoro di Bruce Lee Webb ed Esther Pearl Watson, ma più da lontano. Per me è molto stimolante mettere insieme tutti noi e condividere spazi ed esperienze. Credo che il lavoro creerà un vero e proprio dialogo visivo e sarà davvero interessante osservarlo.

Il contesto texano mi ha indubbiamente influenzato, ma specialmente negli ultimi anni. Ho l’abitudine di raccogliere tronchi di legno e oggetti strani, disponibili in natura nel luogo in cui vivo. Le fette di alberi nativi del Texas fungono da tele per molti dei miei dipinti. Immagino di essere attratto da quell’estetica proprio perché sono cresciuto nel Sud e inoltre anche perché, per un periodo, ho vissuto in una zona boschiva con la mia famiglia. Viviamo fuori città, circondati dagli alberi. Per me quella dimensione significa tranquillità, un piccolo angolo di paradiso che mi ha influenzato sicuramente in molti modi.

Dove hai realizzato le tue prime opere murarie? Si nota un enorme cura e attenzione verso gli edifici, così come per le superfici pubbliche sulle quali operi. Quasi le tue illustrazioni si mimetizzano, si adattano al luogo circostante diventando parte integrante del paesaggio senza snaturarlo e senza creare uno shock visivo. Cosa ne pensi a riguardo? Il progetto lo concepisci partendo dall’osservazione del luogo?

Il mio primo murale professionale è stato per la sede di Meta ad Austin, Texas. L’azienda aveva un programma straordinario gestito all’epoca da curatori con una vera passione nel supportare gli artisti locali. Questa opportunità ha veramente influito sulla mia carriera e mi ha mostrato le possibilità che esistevano su larga scala. Indubbiamente il mio obiettivo è che il mio lavoro diventi parte integrante dello spazio che occupa, quindi è molto bello sapere che l’hai percepito così. Quando opero su larga scala, attingo al mio lavoro in studio e lo espando su una superficie più grande. Credo sia possibile catturare lo stesso significato e lo stesso spirito indipendentemente dalle dimensioni. Prima di iniziare il lavoro, dedico parecchio tempo a visitare il luogo su cui devo operare, faccio diversi bozzetti digitali per farmi un’idea precisa. Questo processo mi aiuta a considerare tutti gli elementi esistenti nello spazio e come la mia opera interagirà con l’ambiente circostante.

Courtesy Adrian Landon Brooks & Antonio Colombo Gallery

Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks
Art
Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks
Dalle illustrazioni ai murales con Adrian Landon Brooks
1 · 8
2 · 8
3 · 8
4 · 8
5 · 8
6 · 8
7 · 8
8 · 8
A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto

A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto

Collater.al Contributors · 1 giorno fa · Art

Siamo tutti in attesa della Miami Art Week, che inaugurerà questo lunedì 5 dicembre. Intorno alla Art Basel Miami Beach sono tantissimi gli eventi collaterali che animeranno la città più importante del Sushine State. Mentre aspettiamo di scoprire cosa ci riserverà questa edizione che, tra gli altri, ospiterà un’opera di JR e di Andrés Reisinger, vogliamo parlarvi di uno dei più famosi musei di street art del mondo, che si trova proprio a Miami. Si tratta del Wynwood Walls, situato nell’omonimo quartiere Wynwood. Un quartiere industriale da poco interamente riqualificato e divenuto punto di riferimento per gli street artists e, in generale, di tutti gli amanti della street art. Ma scopriamo qualcosa in più sul museo e su cosa succederà durante l’Art Week di quest’anno.

2019 – Kelsey Montague

In realtà, non si tratta di un vero e proprio museo, o almeno non per come siamo abituati a concepirlo. Come suggerisce il nome, il Wynwood Walls è uno spazio espositivo a cielo aperto costituito da mura che, di volta in volta, cambiano aspetto proprio grazie agli artisti invitati. Questa iniziativa prende vita nel 2009, dall’intuizione di Tony Goldman e Jeffrey Deitch che scelsero questa zona circondata dal verde come cuore pulsante del quartiere, oggi conosciuto per i suoi murales.

2019 – Tats Cru
2021 – Greg Mike

Wynwood Walls anticipa l’inizio della Miami Art Week con una nuova esposizione, inaugurata qualche giorno fa. Il titolo è The Power of Purpose e, in questo senso, è importante sottolineare che ogni mostra da loro organizzata si basa su un tema specifico, con l’intenzione di veicolare un chiaro messaggio. Questa volta è proprio l’intenzione a essere il messaggio. In altre parole, The Power of Purpose parla dell’importanza «di trovare il nostro scopo individuale e collettivo e farlo con gentilezza, empatia, integrità e umanità», e lascia il pubblico con una domanda «Qual è il tuo scopo?». Gli artisti coinvolti sono Greg Mike, The London Police, Lauren.Ys, Shok-1, Defer, Sandra Chevrier, Mojo, Leon Keer e Dan Lam. Proprio quest’ultimo, presenterà il 3 dicembre la scultura A Subtle Alchemy che diventerà parte del museo.

Dan Lam, A Subtle Alchemy, 2021 | image © Kevin Todora

A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto
Art
A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto
A Miami c’è un Museo di Street Art a cielo aperto
1 · 5
2 · 5
3 · 5
4 · 5
5 · 5
Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica

Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica

Federica Cimorelli · 1 ora fa · Art

Lote Vilma è un’illustratrice e poetessa di Riga che, con linee semplici, leggere e istintive mostra la sua visione del mondo e la sua attitude emotiva. I suoi disegni sono sintetici, liberi da eccessivi dettagli, spontanei e colorati.

Mi piace come il disegno sia astratto. Mi piace il fatto che attraverso il disegno posso scoprire il mio mondo interiore. Mi piace che non c’è bisogno di molto per disegnare: una matita e un foglio. O la sabbia e un dito. O una finestra nebbiosa. Mi interessa la qualità delle linee. Mi piace che con una linea si possa esprimere così tanto. Penso che disegnare sia un’occupazione piuttosto intima. Ed è qualcosa di reale. È un linguaggio.

Lote Vilma ha studiato pittura all’Accademia d’Arte della Lettonia e oggi disegna e scrive. Le sue creazioni mescolano parole e immagini ed è proprio questa particolare interazione che crea una strana tensione nelle sue opere. Le sue illustrazioni raccontano semplici momenti quotidiani di isolamento, riflessione, contatto con la natura e con l’arte. Tra i suoi soggetti non mancano mai gli animali, le piante, i fiori, le foglie, le nuvole e le case.

– Leggi anche: Le malinconiche e surreali illustrazioni di Her Afternoon

Guarda qui una selezione delle sue illustrazioni, seguila su Instagram e visita il suo sito personale.

Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica
Art
Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica
Lote Vilma, un’illustratrice e poetessa sintetica
1 · 13
2 · 13
3 · 13
4 · 13
5 · 13
6 · 13
7 · 13
8 · 13
9 · 13
10 · 13
11 · 13
12 · 13
13 · 13
L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna

L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Art

Una stanza semi buia, pareti curve in alluminio e un grande sole in neon che irradia i colori dell’alba. Si tratta dell’installazione interdisciplinare Il Resto dell’Alba, realizzata dall’artista Patrick Tuttofuoco (1974), in collaborazione con Pininfarina Architettura, per il MAN di Nuoro. Un’esperienza soggettiva che, nelle parole della curatrice museografa Maddalena D’Alfonso, «pone il visitatore al centro di quello che per noi è uno dei possibili paesaggi dell’arte, dove ci si muove alla ricerca di noi stessi». Una dimensione atemporale e atipica nella quale passato, presente e futuro coesistono. Nonostante la sua forma, che in termini di realizzazione può apparire futuristica, l’opera invita gli spettatori a immaginare un ambiente “d’ora in poi”, con la consapevolezza del passato e senza imporre una visione distopica o utopistica, sempre più diffusa nell’immaginario dell’arte contemporanea. In parole più descrittive, Il Resto dell’Alba è come un’ellisse con i suoi due fuochi che guardano al sole in quanto rappresentazione del reale e del possibile ma che, allo stesso tempo, guardano al passato, qui incarnato dalle piccole sculture nuragiche risalenti a tremila anni fa e prestate dal Museo Archeologico Nazionale di Nuoro e di Cagliari.

L’alba come messaggio di speranza

Il Resto dell’Alba propone dunque uno scenario che sembra provenire dal metaverso, con forme e colori alle quali ci stiamo ancora abituando, ma che vuol essere quanto più vicino a un futuro imminente e immaginabile, in un certo senso innaturale ma che lascia posto al binomio natura-tecnologia. L’idea stessa di alba descrive un momento di passaggio, dalla notte verso il giorno e per questo diventa “il momento del possibile“. È qui che l’aurora dà forma a un messaggio di speranza, un modo per l’artista di prendere coscienza del presente in cui viviamo e offrire una visione che non esiste ma che ipotizza una soluzione. Lo stesso Patrick Tuttofuoco afferma che oggi più che mai «è il momento in cui bisogna progettare più di prima e non ricordarci soltanto quanto sarà brutta la nostra fine, perché sicuramente non ci porterà da nessuna parte. Anzi, è solo un dovere della cultura, in senso ampissimo, cercare di riproiettare l’uomo in un futuro che non segua solo delle istanze distopiche adatte a delle serie TV, ma in uno scenario in cui questo dramma viene gestito

Dall’idea alla realizzazione

La storia e il processo creativo di quest’opera dall’effetto wow, è altresì sorprendente e interessante. «Il progetto nasce due anni fa, quando ci fu un bando di concorso per la ristrutturazione del Museo del Novecento di Milano», spiega Maddalena D’Alfonso, «Patrick e io abbiamo iniziato a teorizzare una serie di paesaggi diversi, uno marino, uno montano, uno stellare e così via. Avevamo un’idea verso cui dirigerci. Il tema dell’aurora e della speranza nasce quindi a Milano in un momento apicale, ma è qui che ha preso forma». A seguito dunque di un progetto rifiutato, forse perché troppo visionario e poco tradizionale, D’Alfonso e Tuttofuoco trovano nel MAN di Nuoro il luogo perfetto per rendere tangibili le loro idee e, ancora di più, scoprono nel confronto teorico con Pininfarina Architettura – in particolare nella figura dell’architetto Giovanni de Niederhäusern -, la possibilità di dar vita a un’installazione che interpreta la nuova frontiera del virtuale.

Il Resto dell’Alba è un vero e proprio spazio. Un luogo esperienziale generato con strumenti di prototipazione virtuale. In altre parole, la struttura è composta da 539 strips di alluminio (naturale Prefa) progettate con strumenti di design parametrico di tipo generativo e poi tagliate con la tecnica mesh clustering, un particolare processo che ottimizza l’uso del materiale e per questo ne riduce gli sprechi. In questo senso arte, artificio e umano sperimentano una coesistenza che racconta il tempo in modo diverso, dando vita a uno spazio non rigido ma quanto piuttosto malleabile e ipotizzabile dal singolo, qui incredibilmente centrale.

Il Resto dell’Alba di Patrick Tuttofuoco è realizzato in collaborazione con Pininfarina Architettura nella figura di Giovanni de Niederhäusern, la curatrice museografa Maddalena D’Alfonso e grazie alla collaborazione dei partner tecnici Materea, Nieder, Alpewa e Prefa, Erco, Brianza Plastica, Stand Up e InLuce. La mostra è visitabile al MAN di Nuoro (Sardegna) fino al 3 marzo 2024.

Ph Credits Alessandro Mori

L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna
Art
L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna
L’alba di Patrick Tuttofuoco in Sardegna
1 · 9
2 · 9
3 · 9
4 · 9
5 · 9
6 · 9
7 · 9
8 · 9
9 · 9