Le fotografie del nipote di Mahatma Gandhi, Kanu Gandhi, danno il via al percorso espositivo di una mostra fotografica che illustra l’evoluzione storico-sociale dell’India, dall’Indipendenza a oggi. Si tratta di “India oggi: 17 fotografi dall’Indipendenza ai giorni nostri“, una mostra di oltre cinquecento opere, esposte nelle sale del Magazzino delle Idee di Trieste, fino al 18 febbraio 2024. L’esposizione tratta di anni difficili e offre ben diciassette differenti sguardi su questa tematica. I fotografi sono tutti indiani, appartenenti a epoche diverse. La mostra è così in grado di creare un viaggio attraverso sette decenni di cambiamento, contraddizioni e speranze catturati dall’obiettivo di artisti che hanno fatto della fotografia uno strumento di testimonianza e riflessione.

Tutto inizia nel 1947, quando l’India ottiene l’Indipendenza dalla Gran Bretagna. Da quel momento, indù e musulmani iniziano scontri gravissimi che comportano l’esodo degli ultimi verso i due nuovi stati costituiti – il Pakistan e il Bangladesh -, oltre all’assassinio di Gandhi, avvenuto nel 1948. Gli scatti del nipote Kanu testimoniano in modo diretto la disobbedienza civile post-indipendenza. La mostra prosegue poi in ordine cronologico. Attraverso l’obiettivo di Bhupendra Karia, insegnante e teorico, esploriamo l’India rurale del dopoguerra, mentre Pablo Bartholomew ci guida attraverso gli anni ’70, un decennio di entusiasmo e scoperta nelle strade di Delhi, Bombay e Calcutta. Abbracciando gli anni ’80 e ’90, troviamo il lavoro di Ketaki Sheth, che cattura la metamorfosi di Bombay durante il boom edilizio. Successivamente Sheba Chhachhi, attivista femminista, traccia un cambiamento significativo negli anni ’90 con la serie “Seven Lives and Dreams”, rompendo gli schemi del reportage per esplorare il concetto di realtà.


Troviamo poi il lavoro di Raghu Rai, membro dell’agenzia Magnum, che va gli anni ’60 fino al Duemila, ritraendo il subcontinente indiano con occhio documentaristico. Giunti nel nuovo millennio, è interessante scoprire come la fotografia indiana inizia ad affrontare temi urgenti come i diritti LGBTQ+, con lavori di Sunil Gupta, Anita Khemka, Serena Chopra e Dileep Prakash, che trasformano storie individuali in narrazioni universali. Altri temi crudi sono quelli di Vicky Roy, fuggito di casa a undici anni, che affronta il dramma dei bambini orfani che vivono per strada, mentre Amit Madheshiya ritrae gli spettatori di cinema itineranti, simbolo della parte rurale e tradizionale dell’India contemporanea.

La fotografia del nuovo millennio abbraccia anche questioni ambientali e sociali. Senthil Kumaran Rajendran svela il conflitto tra tigri e umani, Vinit Gupta testimonia le lotte delle popolazioni indigene contro l’industrializzazione, e Ishan Tanka documenta le proteste contro la costruzione di dighe. Soumya Sankar Bose commemora il passato con la ricostruzione del massacro di Marichjhapi nel 1979, mentre Uzma Mohsin esplora le conseguenze della protesta civile nella contemporanea India. La mostra è arricchita da 15 interviste audio-video realizzate in India, offrendo uno sguardo approfondito sulla visione e l’ispirazione di ciascun artista.






