Passeggiando per il vecchio porto di Bari, all’altezza del Molo San Nicola, la continuità della linea costiera si interrompe per la presenza di una struttura monumentale che a prima vista sembra sfidare la logica costruttiva convenzionale. Il Teatro Margherita non si limita a guardare il mare dalla sua posizione, ma emerge letteralmente dalle acque rappresentando l’unico esempio di teatro in Europa costruito interamente su palafitte.
La storia della realizzazione di questo edificio si basa su una straordinaria vicenda burocratica-legale “all’italiana” degli inizi del Novecento.

Nel momento in cui ci si apprestava alla realizzazione di un altro importante teatro, la città di Bari stipulò un accordo vincolante con la famiglia proprietaria del Petruzzelli, che imponeva il divieto di costruire ulteriori teatri su suolo cittadino. Questo provvedimento fu pensato a tutela dell’investimento appena fatto e per evitare una poco opportuna concorrenza tra i diversi spettacoli. L’idea non era tanto proteggere l’investitore da un non meglio specificato rischio o una speculazione, quanto semplicemente assicurarne in ogni senso l’attività.
Piuttosto che andare direttamente contro la norma, i baresi ebbero un’idea ingegnosa che consentiva di rispettare la legge pur aggirandola: poiché non potevano costruire teatri su terra, il nuovo edificio sarebbe stato realizzato sull’acqua, collegato alla terraferma da un pontile.


Il primo tentativo fu fatto con una costruzione in legno, una sorta di teatro mobile su un’isola artificiale. Fu chiamato Eden Margherita ma fu ben presto distrutto da un rogo. Successivamente, nel 1912, la Società Anonima Pubblici Divertimenti Orfeo avviò l’edificazione del nuovo fabbricato con l’arch. Francesco De Giglio e l’ing. Luigi Santarella completandolo in pochi anni (1912-1914). Solo successivamente, con la colmata del lungomare, il Margherita abbandonò l’aspetto di costruzione sospesa sull’acqua.
Per quanto riguarda il lato costruttivo, questo teatro è un pezzo importantissimo nella storia dell’architettura e dell’ingegneria del ventesimo secolo.
L’edificio in questione è infatti uno dei primi e più audaci lavori realizzati con quello che viene comunemente identificato come solaio a margherita e che deriva il suo nome direttamente da questo celebre teatro. Questa specifica tecnica costruttiva fu ideata ed applicata con enorme successo, diventando poi un punto di riferimento nell’ingegneria e nell’edilizia del tempo. Si tratta di un solaio gettato in opera costituito da cemento armato e pignatte, particolarmente leggero, economico e resistente, quindi adatto alle grandi luci previste dal particolare disegno del teatro.

Inoltre, l’utilizzo del cemento armato per la realizzazione delle strutture era, per l’epoca, un avanguardistico metodo di costruzione e rappresentava una delle prime e più ardite realizzazioni del Mezzogiorno basate sul sistema Hennebique. In pratica consentì di eliminare il rischio di instabilità dovuto all’ambiente marino: i pilastri di cemento armato che sembrano emergere direttamente dal mare, reggono il peso dell’edificio lasciando spazio ai movimenti dell’acqua, alle onde e alle correnti che passano tranquillamente sotto il livello del teatro. Qui l’ingegneria non ha avuto da pensare soltanto della forza e della stabilità dei sostegni, ma ha dovuto trovare la soluzione per resistere alla corrosione ed alla pressione continua delle correnti.

Quando si esamina invece il lato squisitamente estetico, l’intera opera risulta strettamente legata all’Art Nouveau, ma espressa in modo monumentale tipico degli spazi di grandi dimensioni. La facciata principale di colore rosato è caratterizzata da un importante portale a tutto sesto che si apre in un’unica vetrata di grandi dimensioni a cui si uniscono due torri simmetriche sormontate da cupole costolonate con dettagli eclettici e grandi finestre che permettevano alla luce e ai riflessi dell’acqua del mare di entrare negli spazi fondendosi con essi.
Durante il XX secolo, il Teatro Margherita, ha attraversato una numerosa serie di cambiamenti di funzione che rispecchiavano fedelmente gli alti e bassi della storia della città. Inizialmente raffinato teatro di varietà, l’edificio divenne presto uno dei centri sociali e culturali di Bari, ospitando sia opere liriche che spettacoli comici, nonché incontri politici e mostre d’arte regionali. La sala fu modificata per ospitare proiezioni cinematografiche e lo spazio interno fu adattato alle esigenze di intrattenimento di massa.


Durante il secondo conflitto mondiale, a seguito dell’occupazione alleata della città, il teatro fu richiesto dalle compagnie anglo-americane e trasformato nel Teatro Garrison, un club d’intrattenimento destinato al resto dei soldati impegnati nel fronte mediterraneo. Riconsegnato alla città nel dopoguerra e riconvertito stabilmente in sala cinematografica, l’immobile andò incontro a un progressivo declino operativo che portò alla sua definitiva chiusura nel 1980.
La complessa collocazione sul demanio marittimo e gli elevati costi di manutenzione strutturale ne hanno determinato poi un lungo periodo di abbandono.
Recentemente l’edificio è stato oggetto di imponenti interventi di restauro e rifunzionalizzazione e oggi è tornato a nuova vita trasformandosi in un hub espositivo flessibile per mostre d’arte visiva e fotografia di respiro internazionale sospese tra terra e mare.


Articolo e foto di Roberta Ruggieri
