Intervista a Vlady — Dentro e fuori la Street art, l’immaterialità oltre la pittura

Intervista a Vlady — Dentro e fuori la Street art, l’immaterialità oltre la pittura

Andrea Zammitti · 5 anni fa · Art

Catanese di nascita, ha studiato a Milano e, dopo aver vissuto in giro per l’Europa, oggi Vlady ha una nuova base: Stoccolma. Qui continua ad operare come sempre, con mezzi che lui stesso definisce “low cost” e con un approccio minimal e concettuale. Usa un linguaggio ironico e sarcastico, concependo opere dai messaggi forti che gli hanno fatto guadagnare uno spazio nella scena della Street art internazionale.

Ciao Vlady, ci racconti in che modo hai iniziato a fare arte?
Come tutti ho iniziato da ragazzino. Mio padre dipingeva e scolpiva. Ho sempre disegnato e sfogliato i suoi libri d’arte in casa. Ho scelto di studiare arte, prima alle superiori e poi all’accademia, ma terminata Brera (Milano) ero confuso e disilluso; ho abbandonato l’intenzione di perseguire l’arte come carriera quasi da subito. Avrei dovuto stare appiccicato agli insegnanti e spingere oltre la mia volontà, ma non ero tipo. Gli studi mi avevano formato ma non preparato al lavoro. E poi quel mondo mi sembrava ostile, complicato, fittizio, condizionato da amicizie e comunque inarrivabile. Ho deciso quindi di fare un passo indietro, a modo mio, decostruendo e ricostruendo tutto, senza aspettative. Evidentemente da questo mondo non si può facilmente uscire; sono ancora qui, sono dentro, anche se non sono entrato dalla porta principale.

Quando hai iniziato con la Street art?
Non ho una data d’inizio esatta; ho esteso il mio playground artistico molto gradualmente. Sono passato attraverso il disegno, la pittura e la creazione di manufatti, fino ad arrivare a quella giusta dose di nichilismo e di noncuranza che mi ha portato fuori-strada.

 

 

 

 

Come nascono in te le idee per i tuoi lavori?
Ho due fonti di stimolo, apparentemente in contrasto tra loro: il degrado socio-economico e la meraviglia della natura, degli elementi. Ho spesso cercato questo blend, a metà strada tra estetica decorativa e attivismo.
A Catania mi è parso necessario far convergere queste due matrici. Avevo un grande bisogno di comunicare il mio dissenso ma non volevo rinunciare alla chiave artistica. Era impossibile chiudere gli occhi e fare solo arte per l’arte. I miei primi progetti “sociali” affondano le radici nella contestazione, che diventa proattiva e arte-attiva. Nel 2010 la mia prima mostra in questa direzione, “Greetings from Satania”: una carrellata di cartoline irriverenti ritraenti il lato B della città. Cartoline cartacee, reali, da poter spedire, ma che nessuno aveva mai osato concepire. Furono inserite sia abusivamente che lecitamente nel mercato e per il loro carattere di denuncia, richiamarono subito l’attenzione dei media.
Questa idea di miscelare ironia, arte e denuncia nasce a Dublino verso il 2006 (dove vivevo). Il progetto è durato qualche anno e ha necessitato di centinaia di fotografie, nei quartieri peggiori. Anche quelle cartoline finirono nei negozi di souvenir, abusivamente.

 

 

 

 

 

 

 

Black Friday

 


Da dove trai ispirazione?
Oggi attingo pochissimo dai libri o dalla rete. La mia ricerca parte da un’idea, un’intuizione. Poi controllo che l’idea che ho in mente non sia stata già rappresentata. E le idee arrivano dalla società, dai media, dai social, dall’ambiente urbano e naturale. Il processo creativo ha bisogno di confronti, paragoni e fondamenta, cioè di appigli di partenza che si trovano spesso nel lavoro altrui, in tutte le arti. Questo è importante, specie nella fase iniziale del proprio percorso. La cosa grave è negarlo, non riconoscerlo. Per esempio, è stato molto, davvero molto importante linkarmi ai colleghi che più ritenevo vicini. Mi ha dato un senso di appartenenza e mi ha fatto sentire meno isolato; mi ha messo in un contesto. La vita è fatta di incontri. Io e molti altri ci siamo perfezionati e definiti attorno un sito che per me ha fatto storia: Rebelart.net, di Alain Bieber. Oggi purtroppo il sito è down e Alain dirige un importante centro culturale a Dusseldorf (NRW FORUM). Avercene così.

Il suo portale era una ricca e ricercata carrellata di artisti, progetti e generi mai visti prima. Alain ha recensito a sorpresa il mio lavoro, più volte. Questo ha aiutato me e tutti gli artisti recensiti prima di me. Quello che Alain Bieber ha messo su, volontariamente o inevitabilmente, è stata quasi una corrente artistica, che ancora tiene testa e si manifesta. Lui ha contribuito al lancio del lavoro berlinese di Brad Downey oppure alla diffusione dell’attivismo di OX. Ha investigato una scena che molti, troppi, neppure conoscevano, agendo come un curatore, piuttosto che come un blogger.
Se teniamo conto che per anni ho (e abbiamo, tutti) consultato questo e altri siti ogni giorno, ecco spiegato perchè tanti di noi sono legati consapevolmente o inconsciamente a doppio nodo. Se non ci fossero stati i siti che ho citato prima, quindi internet, tanti di noi avrebbero brancolato nel buio, perchè le chance di avere un compagno genio o quella di trovare la giusta Street art nelle esibizioni delle nostre città erano allora vicine allo zero. È per questo che oggi si parla di post-graffitismo e arte nell’era di internet – che forse questo periodo storico possa essere ricordato così in futuro.
Alla fine, tutto può influenzare la nostra arte: il cinema, le serie TV, la musica, una discussione con un amico, un’intervista.

 

 

 

 

 

 

Secondo te c’è differenza tra fare arte nella tua città, in Italia o nel resto del mondo?
Sì, ci sono sostanziali differenze tra operare nel nord o nel sud del mondo e il modo di agire cambia a seconda degli ambienti. Cambiano i soggetti, gli obiettivi. Le città ricche hanno molta vigilanza, il giudizio della gente è più severo e l’abbandono è quasi inesistente. E’ complicato prendersi qualcosa e delle libertà. Però offrono più opportunità per chi viene allo scoperto; girano più soldi. Berlino è un caso a parte, va detto.

Più o meno tutti gli artisti in Europa sono cresciuti in un benessere regolamentato, basato sul lavoro dei loro genitori e dettato dall’istruzione. Da bambini hanno avuto cartoni animati, videogames, vestiti puliti e confini predefiniti. Quando un occidentale vuole trasgredire e provocare, lo fa spesso calcando i medesimi codici. Molti figli della borghesia giocano a fare i ragazzi di strada. Quando scendono in strada per esprimersi, lo fanno in un modo che testimonia il loro background. Nel resto del mondo è assai diverso. I giovani sono di strada. In certi luoghi si vive come in trincea, tra mille problemi. Qui l’arte è più spontanea, meno intellettuale; i ragazzi scendono in strada per colorare il quartiere. In verità qualcosa del genere succede anche nel sud Italia, guarda caso. L’arte di strada prolifera nell’assenza di stato sociale, nel degrado, con la disoccupazione. Una società (o una città) senza sbavature avrà difficilmente una scena underground significativa. L’arte sarà solo nei luoghi deputati. Inoltre, dove c’è gente istruita che ha la possibilità di spendere, anche la Street art è sensibilmente diversa. Vai a vedere cosa fanno gli street artist norvegesi e mettili a paragone con quelli messicani.

Io ho operato a lungo in Sicilia, fino a diventarne una bandiera. Ho espresso malinconicamente e con un pizzico di compiacimento, il degrado. Non ho sposato criteri estetici americani o figli di culture lontane. Ho giocato con la vera, cruda realtà. Non ho finto di vivere in un ghetto, noi del sud non dobbiamo fingere. Da bambino giocavo in edifici abbandonati e tra le sciare della periferia catanese, in quartieri popolari. Ecco perchè non mitizzo questi ambienti. Ero vicino a violenze, abusi e droga. Per stare lontano da tutto questo ho percorso la strada della cultura, degli interessi, come la musica rock che a Catania la faceva da padrone.

 

 

 

 

 

 

I tuoi lavori sono spesso concettuali, come mai non hai intrapreso una strada figurativa?
Forse perchè, anzi probabilmente, avendo studiato decorazione, so esattamente quello che non andrebbe fatto o rifatto. Avrei troppa paura di ripetere i gesti e la ricerca di altri pittori del XX secolo. A scuola a fini didattici si fanno parecchie copie d’arte e si raggiungono spesso livelli da falsari. Si impara in fretta che la tecnica non è tutto. Una volta appresa la conoscenza di uno strumento musicale, si deve imparare a mettere su una band… per dire finalmente qualcosa.
Oggi potrei dipingere e decorare per lavoro o ludicamente, potrei illustrare, ma non lo farei con intenti artistici “alti”. Non ne farei la mia ricerca. Ritengo di avere molto più margine di sperimentazione facendo ciò che faccio, ovvero interventi e attivismo urbano. Credo nell’arte come comunicazione. In questo settore ci sono certamente molte incognite, innanzitutto quella di fare un buco nell’acqua, di fallire al livello comunicativo.
La seconda incognita è di non riuscire a essere del tutto originali, perché abbracciamo idee e concetti che sono sia popolari che attuali; sono nell’aria. Tuttavia, fallire è un forte stimolo per migliorare.

 

 

 

 

Nietzsche’s hammer

 

Dove inizia e dove finisce per te la Street art?
Ancora oggi il termine “Street art” è una grande fucina di malintesi, ancora più sonori dei malintesi attorno un’altra definizione: “arte contemporanea”. Ci sono due modi di vedere la Street art: dentro l’arte e parte dell’arte oppure diversa, a sé stante. Su questo non siamo tutti d’accordo.

 

Tu come la vedi?
Io sono per la prima visione, perché l’arte è comunque una cosa sola. Street art, Street wear o Street food… sono comunque rispettivamente arte, moda e cucina. Non farei sconti e non userei chiavi di lettura diverse per la Street art… non più. La cosa problematica è che se usiamo lo stesso metro, pochissima Street art ne esce eletta a pieni voti.

[…]

Mi spiego meglio. Un grande graffito coloratissimo sui muri di una periferia che ritrae Bob Marley, è forse “Street art” ma artisticamente avrà poca o nessuna rilevanza. È arte popolare, con un valore locale, sociale. Questo vale per quasi tutta la Street art che vediamo in giro. Quando poi si passa al geometrico e all’astratto, tutto assume il sapore di un decorativismo spoglio di significato, perché al contrario delle avanguardie artistiche di 80 anni fa, oggi non esiste una filosofia altrettanto forte a monte; non c’è la politica, mancano i testi, il manifesto, la ricerca d’avanguardia. Gli artisti di un tempo sognavano un mondo diverso, rivoluzionato. Erano dei veri intellettuali a tutto tondo, dediti a mille cose. Oggi manca molto di questo spirito. La Street art può però avere una sua identità, specie quando è frutto, sunto ed evoluzione palese dei graffiti. In questo caso è pittura nuova, un nuovo genere; la definizione di “Post-graffitismo ci può anche stare.

Altro colossale equivoco è che oggi il termine “Street art” è quasi unicamente riferito alla sola pittura, cioè al Neomuralismo. Quindi non a tutto ciò che avviene per strada, senza regole, ma solo sui grandi muri, con le regole. In Italia, in modo particolare, siamo ancora un po’ ancorati al concetto (classico) dell’estetica bidimensionale, legata al mito della bellezza; questa considerazione spinge me (e altri come me) a non sentirsi veramente parte di questa famiglia di artisti. Mi trovo ai margini di un fenomeno che benché non sia un movimento, è però rappresentato da un giro ben identificabile di personaggi, nazionali ed esteri. La cosa non mi preoccupa più, anzi oggi lo considero un punto di forza.

 

The ghosts of Mediterranean

 

 

 

 

In che modo realizzi i tuoi interventi?
Mi trovo meglio ad avere poco e mi faccio bastare poco. Sono contro gli sbattimenti innecessari e se posso scegliere, preferisco la soluzione minimalista. Credo nel DIY, in genere autoproduco tutto, oppure recupero. La grande maggioranza dei miei interventi ha un costo prossimo alla zero. Ho “risolto” alcuni lavori utilizzato dei glow-stick per la pesca da 0,50€ cadauno. Oppure usando un rotolo di carta igienica. Il mio shopping è più da ferramenta che da belle arti; i grandi magazzini del fai-da-te sono per me dei veri parchi giochi.

Certe volte scrivo come si farebbe in uno squat occupato o durante una manifestazione: semplicemente con un rullo gocciolante intriso di nero. Scrivo molto ma non mi dedico alla calligrafia, sebbene evocativamente vado a parare da qualche parte (lo squat appunto, o la decadenza).
Ancora più spesso uso un kit di lettere stencil che ho comprato a Boston, che conferisce un tono serio e concettuale al testo, anche quando sono ironico.

Questo tipo di arte e di approccio non mi facilita più di tanto nel mondo dei cosiddetti “festival”. Ciò è dovuto a una serie di motivi: i festival vogliono che l’artista “lasci” qualcosa, che poi è anche il desiderio dei sindaci/amministratori che spesso finanziano i progetti o rilasciano il benestare. E il loro concetto di bello raramente coincide con il mio. Inoltre, poiché nel mio settore nessuno guadagna in modo sostanziale più dell’altro, ci troviamo tutti ad avere un cachet molto simile e un organizzatore a parità di costi, inviterà sempre e comunque l’artista mediaticamente più celebre.

In Grecia per esempio, il mio sponsor non trovò un tappeto e due file di cordoli da farsi prestare. Ho dovuto creare tutto in studio, con appena 70-80€ messi a disposizione. Vorrei che si capisse che questi sono investimenti, non spese: con una cifra irrisoria ho creato un visual che è stato molto apprezzato e usato in tantissime situazioni. Invito quindi a fare uso dell’arte, a ingaggiare gli artisti dando loro una chance.

 

A new message for the aliens – 40 years later the unanswered Arecibo message

 

Il valore dell’arte – A 12 euro piece of art

 

The End – Ex Drive-in

 

Qual è stato il progetto che ti ha impegnato di più?
Mi tengo alla larga dai progetti troppo ambiziosi, se non finanziati. Altrimenti la mia filosofia low cost va a farsi benedire. Uno dei più ambiziosi è stato partorire un’idea nel minor tempo possibile, con l’acqua alla gola e dipingerla in dimensioni colossali: un silos di 28 metri al porto di Catania. In solo sette giorni, d’estate.

 

Qual è l’errore più grande che un artista non dovrebbe mai commettere?
Per chi si è formato in strada e ha sposato una certa filosofia, ci sono errori che non sono gli stessi che commetterebbe un artista/pittore convenzionale. Che poi non sono errori, ma questioni etiche. Come aprire il portafoglio per farsi strada. Mentire sul proprio passato, sul proprio piano di studi, usare Photoshop. Ho visto fare cose simili. Diciamo pure che il mondo dell’arte è pieno di impostori; è pieno di gente che ci prova. Gallerie e mostre finte, truffe, fuffe, vetrine televisive, stampe e tele in finto stile urban. Sono però cose facili da smascherare, anche abbastanza buffe. Il grave errore è abboccare, bersi tutto: non saper riconoscere dove finisce un’onesta recensione e dove inizia la pubblicità; non capire gli interessi dei curatori quando sono pure collezionisti, o quando sono artisti; non capire quando dietro c’è una galleria o una casa editrice. È pieno di conflitti di interesse, grandi e piccoli. Almeno una volta abbiamo sbagliato tutti.

 

 

 

 

 

Quali artisti ti piacciono del panorama italiano?
Non amo le risposte evasive quando si tratta di fare nomi e dare crediti ma ritengo necessarie alcune premesse. Il gusto per fortuna cambia, cambia insieme all’arte che facciamo; altrimenti saremmo fermi ad un palo. Mi sono piaciuti molti artisti che oggi invece non seguo più. Inoltre, io non guardo ai nomi centrali della Street art. Stravedo per chi resta ai margini, facendo un lavoro ibrido o cross over, trasversale; nello spazio, ma oltre i soliti codici. Preferisco chi ha una buona considerazione ma si tiene lontano dai riflettori. Gli onnipresenti mi stancano, come quelli che presidiano i social tutto il tempo, quelli che devono coinvolgere tutti: mi trasmettono quasi la loro ansia da celebrità. Ad ogni modo, in Italia secondo me mancano quegli artisti che sanno spaziare tra l’urban e la contemporanea, che sanno miscelare bene i linguaggi ed offrire qualcosa di straordinario. Forse alcuni stanno proprio emergendo adesso. Diciamo che dopo tutti questi anni guardo ancora volentieri i lavori di Guido Bisagni aka 108Marco Barbieri aka Dem o i lavori di Ciredz. Loro vengono vengono associati alla street art e non hanno alcuna affinità con il mio lavoro. Ma in Italia faccio fatica ad associarmi al lavoro altrui. Questo giro posso citare Filippo Minelli – le sue scritte o il suo progetto “Padania Classic”), Il collettivo di Incompiuto Siciliano (Alterazioni video) e Rub Kandy, specie i lavori di alcuni anni fa, realizzati all’estero. Tra i craftman multidisciplinari seguo con piacere Massimo Sirelli .

 

E nell’ambito internazionale?
In campo internazionale ci sono tutti quelli che prima lasciavo intendere, capaci di muoversi benissimo attraverso le installazioni, i muri, le esposizioni, le tesi o i generi.
Mi piace il caos delle composizioni di Brad Downey, Michael Dean o Alexandros Vasmoulakis. Per varie e diverse ragioni mi piacciono i testi nello spazio di John Fekner, Rero, Mobstr, Mais Menos. Seguo e apprezzo le imprese di OX e mi piace il mondo teorico di Mathieu Tremblin, artisti con i quali sto collaborando. La lista sarebbe troppo lunga, ma voglio nominare Helmut Smits, Dan Witz, Harmen De Hoop, Maria Anwander, Eltono, R1, Daan Botlek, Francis Alÿs, The Wa, Mark Jenkins, Vladimir Turner, Markus Butkereit… in ordine decisamente sparso e orizzontale.

 

 

 

 

Refujeez

 

OK, mi hai detto chi ti piace. E invece, cosa non è di tuo gradimento in questo settore?
Il dover insistere con la Street art col pedigree, quella che ormai è un format, quella che deve provenire unicamente dai graffiti, vista come estensione-evoluzione dei soliti nomi che dipingevano le carrozze della metro di NY. Quella che deve per forza portare in giro per il mondo i Top 50, ormai fagocitata dal business, quella che spinge all’infinito le fotografie della signora Cooper; quella dei blog che poi sono gli uffici stampa (pagati) degli eventi. Quella Street art che si trasforma in un circo per famiglie, con workshop per piccoli sabotatori, uno show da zucchero filato e pop corn. Mi annoia pure quella che deve sposarsi bene con i nostri sofà, perché divenuta prodotto. Al diavolo lo stile, la linea perfetta, la tinta per la “bellezza” della tinta; quello è graphic design. L’arte può essere molto di più di questo.

 

Quindi che aspetti dovrebbe avere secondo te la Street art?
Quelli che aveva originariamente – o il più possibile, visto i tempi. La Street art dovrebbe coincidere con l’arte urbana non commissionata (e intendo non commissionata e organizzata da nessuno, spontanea proprio) e dovrebbe rappresentare l’underground della scena artistica, perché si trova ai margini del sistema, del lecito, del gusto, dei salotti; poiché composta da giovani artisti dai percorsi “alternativi”.

La Street art mondiale è sempre più mainstream. Rimane alternativa in qualche modo all’arte dell’elite, ma non è più un fenomeno controculturale. Le eccezioni ci sono e andrebbero fatte, ma la linea generale sento che sia questa. Presumibilmente, non c’è un colpevole: la Street art è vittima del suo stesso successo, ma chi la commercializza e se ne occupa attivamente, ha sicuramente delle responsabilità a riguardo. Non si contano più le mostre che usano il termine “Street art” quando invece espongono quadri e tele. Non si preoccupano neppure di specificare granchè, perchè il marchio “Street art” tira troppo per rinunciarvi.

Servono più luoghi per la ricerca indipendente e più validi curatori. Non possono solo aumentare di numero i pittori. La strada (così come la piazza) è un luogo democratico, da sempre un posto dove si è vista parecchia pluralità di generazioni e di generi. Basta con l’ascoltare (e accettare) una sola unica verità, cioè quella raccontata dai grandi collezionisti e manovratori. È in strada che deve aver luogo l’azione, il fatto. Chi vuole e può dare supporto al network degli artisti che si muovono “nel senso opposto”, dovrebbe farlo in questo ambito, non cercando di metterci in salvo (in luoghi sicuri e un po’ finti), ma finanziando le nostre idee in situ.

Servono più progetti, in qualsiasi spazio e forma. Per concepire tutto ciò dobbiamo allontanarci mille anni luce dal concetto di festival della salamella e, spiace dirlo, anche dalla buona volontà di quegli appassionati che vogliono vedere i loro beniamini sui muri e sui palazzi del quartiere. Quello non basta più, sia perché cresciamo e sia perché i tempi cambiano. I progetti che ci dovrebbero vedere coinvolti, non dovrebbero unicamente essere quelli che durano cinque giorni e si svolgono nei luoghi convenzionali, comodi all’assessore di turno. Andiamo nelle foreste, nei deserti. L’arte è qualcosa di estremamente potente se messa nella mani di artisti con una buona visione, di curatori con una buon fiuto, di finanziatori con la voglia di osare. Il pubblico va educato e non solo imboccato e servito. Più sarà così e più faremo finalmente arte.

 

 

 

 

È ormai chiaro che questo mondo ruota attorno a un grande business: chi fa Street art oggi fa i soldi?
Molti ci riescono, specie all’estero. Star che firmano contratti esorbitanti a parte, oggi chi fa più soldi sono i tecnici, i virtuosi esecutori di commissioni, di lavori pittorici per privati e multinazionali. Questi “artisti” sono i più impegnati. Non è detto che siano i più apprezzati o importanti, ma son quelli che ne hanno fatto un mestiere. Con la mera vendita di tele o partecipazione ai festival una tantum, non ti fai i soldi, generalmente.
Ogni tanto vorrei intraprendere una via più commerciale anche io, ma poi torno in me stesso. Non ho la stoffa, mi devo fare bastare ciò che ho. Ho venduto abbastanza e paradossalmente non a gente della mia città. Questa è una medaglia.
Al livello globale poi c’è uno stacco esagerato tra il re delle vendite e delle aste (Banksy) e tutti gli altri. Portare a casa un Fairey o un Invader è possibile, un Banksy no.

 

 

 

 

C’è qualche artista con cui sogni di collaborare?
Non saprei, ma la prerogativa è che non sia ego-maniac. Conosco colleghi che non accettano neppure di essere taggati. Rifiutano di essere associati. Temono, ovviamente. Apprezzo invece quelli che la mettono più semplice: se facciamo o stiamo facendo cose simili, apro la porta a te o tu a me. Così mi sta accadendo con alcuni con i quali sto collaborando ultimamente. E poi apprezzo quelli che hanno l’umiltà inviarti una mail in cui propongono apertamente una collaborazione. Mi piace stringere rapporti sulla base delle idee. Non valuto le questioni personali. Non è mio il mito delle collaborazioni a tutti i costi. E poi sono fatalista, preferisco che le cose arrivino da sé.

 

Hai dei progetti, traguardi e aspirazioni future?
Spingo poco sia me stesso che gli eventi. Sono solo moderatamente ambizioso, non un arrivista. Ogni mattina apro la mia e-mail e ogni tanto trovo qualche proposta. Sono dentro mailing list e chat con artisti molto influenti nel mio settore. Leggo e decido a quale mostra aderire, a quale asta accettare di mandare il mio portfolio. Ho davvero poco tempo per l’autopromozione. Una cosa è certa: mi devo dare più da fare. Quando ho una produzione da vendere o esporre, o la vendo o la espongo. Per fortuna, la polvere sulle opere è solo un ricordo. Consolidare la mia produzione è un mio goal. L’altro obiettivo è non sedersi, trovare il tempo per pensare e produrre di più.

Ho avuto una intera sala tutta per me all’Outdoor Festival 2016 di Roma, sono menzionato su uno dei libri più importanti (The art of Rebellion vol. IV), sono stato invitato alla Biennale dell’arte urbana a Völklingen e adesso ho una mostra in corso al Museo della Street art di San Pietroburgo. Questi non sono traguardi, ma punti di partenza. Tutto diventa solo più complicato adesso, non più facile. Operare a livelli alti è notoriamente difficile.
Per il futuro aspiro a progetti che possano interessare ed entusiasmare me e anche la gente. Prossimamente ho una partecipazione importante in una video-intervista. Ma non metterei l’arte prima della mia stessa vita, ovvero, ho anche obiettivi personali, privati. L’arte è nelle cose della vita.

 














Intervista a Vlady — Dentro e fuori la Street art, l’immaterialità oltre la pittura
Art
Intervista a Vlady — Dentro e fuori la Street art, l’immaterialità oltre la pittura
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Tommaso Berra · 2 giorni fa · Photography

Per due mesi, dal primo febbraio al 30 marzo 2023, a Bologna lo spazio espositivo il concept studio THE ROOOM ospiterà una nuova mostra, curata da Mulieris Magazine.
Il titolo del progetto è DREAMTIGERS, una citazione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e al suo straordinario immaginario in cui gli animali ricoprono un ruolo fondamentale per stimolare ricordi e immaginazione.

DREAMTIGERS è una mostra che grazie alle opere di Lula Broglio, Alejandra Hernández, Joanne Leah, Sara Lorusso, Sara Scanderebech, Ayomide Tejuoso (Plantation), assieme alle installazioni di The Mosshelter di Marco Cesari, si serve dell’immaginazione. Questa dimensione apre così un mondo di possibilità non solo per la mente ma anche per la rappresentazione di ciò che è reale.
Una fusione, quella tra reale e immaginario, che Sigmud Freud definiva l’ombelico del sogno, luogo indefinito in cui è possibile affrontare con libertà i temi che in questi anni hanno fatto conoscere al pubblico la realtà di THE ROOOM e Mulieris Magazine. Tra questi temi sicuramente c’è la condanna a qualsiasi forma di discriminazione e la parità di genere, affrontate negli anni attraverso la divulgazione, splendidi volumi e progetti artistici molto interessanti che continueranno con la mostra Bolognese.

Mulieris Magazine | Collater.al
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine
Photography
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Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Laura Tota · 4 giorni fa · Photography

Quando si parla di professioni legate alla fotografia, se dovessimo fare un censimento delle attività legate a questo mondo, resteremmo sorpresi nello scoprire quanto è prolifico il settore lavorativo legato all’immagine.
Ogni mese, chiederemo a degli addetti ai lavori legati alla fotografia di raccontarci il dietro le quinte legato alla loro attività: scopriremo gioie e dolori di queste professioni contemporanee e daremo alcuni tips utili a chi vuole avvicinarsi a questo mondo.

Per questo primo appuntamento, abbiamo posto qualche domanda a Iole Carollo, una dei soci fondatori di Église Art, un luogo di formazione dedicato alla fotografia nonché uno spazio espositivo tra i più suggestivi non solo di Palermo, ma forse di tutta l’Italia. Come suggerisce il nome, Église Art è infatti ospitato all’interno di una chiesa seicentesca nel cuore della Kalsa del capoluogo siciliano, uno spazio ricco di suggestioni e caratteristiche peculiari che influenzano e determinano in maniera importante i contenuti di volta in volta ospitati. 

Eglise Art | Collater.al

Far nascere uno spazio dedicato alla fotografia vuol dire, sin da subito, definire le finalità: questa scelta, già decisiva di suo, determinerà poi tutte le attività dello spazio stesso: nel caso di Église Art, qual’è stata la sua mission e in che modo le attività/finalità si sono evolute nel tempo?

Église è un’associazione con finalità sociali e culturali, fondata nel 2016 da Alberto Gandolfo, Peppe Tornetta e me, tra il 2019 e il 2021 si sono uniti Simona Scaduto e Michele Vaccaro. Gli intenti iniziali erano quelli di creare un luogo di formazione alla fotografia e uno spazio espositivo. Nel 2018, in concomitanza con il progetto #18Esplorazioni curato da Benedetta Donato, abbiamo deciso che Église diventasse uno spazio indipendente con lo scopo di promuovere la cultura visiva, attraverso attività espositive, di formazione, di scambio e di collaborazione con operatori e professionisti del settore.

Eglise Art | Collater.al

Palermo è nell’immaginario italiano (e mi azzarderei a dire mondiale) un crocevia di culture, un melting pot vivo di istanze culturali che insistono, si incontrano e si scontrano su un territorio particolarmente complesso. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa impresa in una città così particolare come Palermo? Quanto è importante la relazione con il territorio in cui si vive e le altre realtà che si occupano di fotografia?

Palermo è una città ricca di storia e cultura, in cui hanno convissuto persone di origini differenti che hanno facilitato lo scambio e il ricambio di idee e soluzioni che sono un valore aggiunto per chiunque si avvicini a Palermo; a questo si aggiunga il costo della vita, ancora conveniente, che si traduce in costi di gestione sostenibili per spazi come il nostro.
Nel corso degli anni abbiamo osservato l’avvio di splendide realtà, come PUSH, Minimum, Baco about Photographs, Maghweb, Booq, piccole case editrici, teatri e spazi indipendenti, gestiti spesso da artisti, e, a dispetto dei pochi lettori, anche librerie al cui interno sono organizzate diverse attività. Aspetto che conferma il grande fermento culturale che caratterizza la città.
Tuttavia, Palermo è una città dura, e questo fermento è di fatto legato alla crescita delle singole realtà e degli individui che le vivono e alle relazioni, più o meno buone, che si intessono. Palermo è di fatto un crocevia, ci sono tante persone che vi si trasferiscono, ci sono moltissimi artisti che vengono da ogni parte del mondo, si innescano rapporti e scambi utili per tutti, ma alla fine è quasi obbligatorio lasciare Palermo per poter crescere ancora e ancora. 

Ma fintanto che si decide di restare, la relazione con il territorio è fondamentale, direi. La rete di relazioni che si intessono è alla base del sistema comunità, e questo vale anche per gli spazi indipendenti, tutti, al di là del settore di interesse.
È importante espandere il tessuto sociale e culturale di riferimento, fare rete è utile affinché le cose funzionino, sia nella parte strettamente programmatica sia per creare nuove possibilità per se stessi.
Per noi fare rete è imprescindibile, oltre alle collaborazioni già avviate come quelle con Laboratorio Zen Insieme, Block Design e La Bandita, abbiamo fondato un distretto artistico, proprio nel periodo in cui è scoppiata la pandemia da Covid – 19 che ha rallentato e modificato le relazioni. KAD Kalsa Art District lo abbiamo fondato con altri spazi indipendenti, operatori culturali, artisti e curatori. Inoltre, portiamo avanti collaborazioni con fotografi/e, come Mimi Mollica (fondatore del Photo Meet London) che da anni organizza nella Valle del Belìce dei workshop fotografici, da 3 anni presso Église Art ne tiene uno dedicato proprio alla città con ospiti importanti come Bruce Gilden e Amber Terranova.

Eglise Art | Collater.al

Gestire uno spazio dedicato alla fotografia è sicuramente cosa complessa e suppongo richieda un impegno costante da parte di chi decide di gestirlo. Quali competenze è necessario che lo staff abbia per gestire uno spazio dedicato alla fotografia in maniera ottimale?

Quando si decide di avviare uno spazio dedito alla cultura, prima delle competenze è necessario avere delle specifiche propensioni, quali la curiosità, l’attitudine alla ricerca, la capacità di lavorare in gruppo e un forte interesse nel settore in cui si opera. Le competenze si possono acquisire in seguito, ma sono necessarie, senza dimenticare che non si smette mai di imparare e che è importante fare tesoro degli errori che si commettono.
Il nostro gruppo presenta competenze e interessi molto diversificati che dipendono anche dai singoli percorsi, Michele viene dal reportage, Simona utilizza la fotografia come pratica artistica, io sono archeologa e sono specializzata nel fotografare opere e allestimenti, gli altri due soci invece hanno lavori non legati alla fotografia, quindi con specifiche skills legate ai loro settori.

Facendo parte di Église siamo anche operatori culturali, organizzare e gestire attività utili alla promozione e alla diffusione della cultura comprende, anche, la gestione del project management, della produzione dei progetti, della comunicazione, a queste attività si deve affiancare l’analisi del contesto in cui si opera. Bisogna essere sempre aggiornati e in grado di approfondire le tematiche che si affrontano e, quindi, di contestualizzarle al tempo e allo spazio che si vivono, cogliendo tutte le opportunità di scambio e collaborazione con altri professionisti.

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Ho visitato Église Art in diverse occasioni, e devo dire che sono rimasta quasi stordita dalla bellezza di questo luogo: la possibilità di recuperare uno spazio pressoché abbandonato, di riportarlo in vita e vestirlo con cultura e arte è il sogno di chiunque lavori in questo settore. In più, l’estrema complessità architettonica credo costituisca una sfida davvero interessante per chi si occupa di fotografia e progettualità culturale.
Quanto lo spazio di Église Art influisce sulle scelte curatoriali della programmazione, considerando soprattutto i limiti espositivi e quindi quanto il fatto che non sia una classica galleria determina la selezione dei progetti?

A oggi, gli spazi di Église Art sono la piccola chiesa seicentesca e il Lab, subito adiacente alla prima, entrambi hanno delle connotazioni forti.
Il Lab di fatto è un piccolo appartamento, con un giardino nella parte posteriore, qui siamo riusciti a ricavare uno spazio in cui è possibile ospitare fotografi/e e altri due condivisi, in cui sono anche la nostra biblioteca a scaffale aperto e la fanzinoteca di Zines Palermo, il festival dedicata alle zine di cui siamo cofondatori con Block Design e Lino Ganci.
La chiesa, invece, è il luogo dedicato alle mostre fotografiche, è un luogo storico, in cui è necessario intervenire con dei lavori di restauro e ristrutturazione, la copertura momentanea è sorretta da un’impalcatura di tubi Innocenti, l’arco, che divide l’aula principale dallo spazio che era subito dietro l’altare, ha la chiave di volta rotta, così è sorretto da un’impalcatura di sicurezza. La chiesa è un luogo affascinante, di primo acchito visivamente tende a vincere su quanto è esposto, ma la presenza delle impalcature comporta un grande lavoro di progettazione curatoriale ed espositiva. Non basta un luogo per rendere un progetto culturale speciale, servono visioni e voglia di sperimentare ed è questo che, in questi anni, abbiamo messo in atto. 

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Aprire uno spazio fotografico è il coronamento di un sogno per chi vuole perseguire una propria linea di ricerca in maniera autonoma e sviluppare una proposta curatoriale indipendente. Ma tralasciando la variante del desiderio e del sogno e avvicinandoci più alla concretezza del reale, quali sono i fattori da tenere in considerazione nel momento in cui si vuole aprire uno spazio dedicato alla fotografia? Quali quelli da non sottovalutare?

I fattori da valutare e tenere in considerazione sono diversi, dipendenti tutti dalla strada che si vuole percorrere, mettendosi sempre in una posizione di ascolto e pronti a cambiare direzione se serve.
Come detto prima, lo studio e il mantenersi sempre aggiornati sono fattori imprescindibili, poi bisogna avere pazienza e forza di volontà per intraprendere un cammino lento ma funzionale alla crescita. È necessario porsi davanti una serie di traguardi, alcuni più semplici da raggiungere, così da riuscire a fronteggiare inevitabili frustrazioni, altri più irti di ostacoli, sapendo anche che molti dei risultati che si otterranno saranno intangibili. Bisogna focalizzarsi su quello che si ritiene essere utile e stimolante, senza guardare necessariamente al nome di tendenza.
Gli spazi indipendenti sono luoghi stimolanti, fedeli a se stessi ma mai uguali, tuttavia sono tra i più vulnerabili dal punto di vista economico, perché non hanno la forza economica utile alla continuità di programmazione delle attività. È necessario tenere conto dell’aspetto economico, viviamo in un periodo storico in cui il denaro è utile per crescere, migliorarsi, per essere davvero indipendenti e, quindi, non scendere a compromessi, mantenendo salda la propria identità: è necessario investire e reinvestire, davvero, sia su stessi, sul gruppo che sullo spazio. 

Credo che uno dei fattori che spesso si sottovaluta sia l’impatto della burocrazia, ma ovviamente vale per ogni settore del nostro paese, non solo in ambito culturale. Altro fattore da non sottovalutare è il passare del  tempo: cambia tutto, fattori macroeconomici, società, le persone che si hanno intorno, gli obiettivi personali e comuni, i gusti del pubblico e le sue esigenze. Bisogna avere una visione molto chiara e una buona dose di intuito per arginare i cambiamenti. 

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Ultimamente, si assiste alla chiusura di numerose realtà dedicate all’arte e alla fotografia. Spesso la causa è prettamente finanziaria.
Ti chiedo dunque: come può sostenersi da un punto di vista economico uno spazio che non è finalizzato alla vendita?

I primi anni ci siamo autofinanziati, situazione a lungo andare diventata insostenibile, così abbiamo iniziato a collaborare con altre realtà locali, offrendo loro servizi e collaborando a progetti finanziati. L’unione fa davvero la forza, la collaborazione e la condivisione sono aspetti molto importanti.
Bisogna avere prontezza di spirito e trovare soluzioni differenti per i singoli progetti. Da qualche mese, stiamo lavorando anche con un paio di professionisti per l’ideazione e la realizzazione di progetti, nonché per la partecipazione a bandi nazionali e internazionali.
Certo, sarebbe maggiormente utile il riconoscimento da parte delle istituzioni, specialmente dopo la pandemia si è generato uno sconforto diffuso, alcuni spazi o hanno chiuso o sono destinati alla chiusura, noi stessi ci siamo ritrovati a discutere sul da farsi: un sostegno economico a merito sarebbe davvero importante, così come avviene in altri paesi europei.

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art
Photography
Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art
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Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka

Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Nato e cresciuto tra Minnesota e Tennessee, il fotografo Kerry Skarbakka dal 2001 al 2014 ha realizzato un progetto che sembra una base per possibili meme – provateci comunque – ma in realtà affronta tematiche profonde, unendo la ricerca fotografica al concetto di performance.
“The Struggle to Right Oneself” è una serie che impatta in modo aggressivo l’osservatore, grazie a uno strano contrasto di soggetti, da un lato un paesaggio statico, stranamente immobile e che non da nessuna idea di movimento, dall’altro corpi di uomini che cadono, sospesi in aria e pronti a schiantarsi al suolo.

I contrasti e la capacità Kerry Skarbakka di saper cogliere un momento così precario riempiono di elettricità le fotografie. I temi trattati negli scatti e rappresentati visivamente attraverso le cadute sono quelli dell’instabilità, della confusione, dell’ansia e la perdita di controllo esistenziale. Tutti i temi infatti approfondiscono una condizione esistenziale interiore, che Skarbakka rappresenta attraverso l’abbandono dei corpi, pesi morti abbandonati alla gravità, come fossero manichini.
Ogni soggetto è privato di forza e peso, una leggerezza che diventa subito strana perché in un meccanismo immediato l’osservatore è portato a pensare subito alla conseguenza di quella mancanza di sostegno.

Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka
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Corpi in caduta libera negli scatti di Kerry Skarbakka
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

La serie BlackDust realizzata dal fotografo parigino Olivier Valsecchi continua i suoi precedenti lavori che hanno come elemento centrale l’azione dei corpi e della polvere. La scelta di Valsecchi è quella di uniformare la composizione attraverso un monocromo nero che toglie identità di genere ai soggetti, uniformando corpi e sfondo senza far perdere risalto alla plasticità dei soggetti e alle forme dei muscoli in tensione.
BlackDust è una ricerca di tre anni sul corpo umano, l’ultilizzo della cenere e del carbone si allaccia al tema dei cicli della vita, molto caro a Olivier Valsecchi. Le pose scelte dall’artista, che in questo caso svolge la funzione di coreografo e direttore d’orchestra, sono tutte di tensione ed esplosività. Le braccia si contorcono e i tendini tirano le fibre, trasformando un ammasso di carne in una montagna su cui franano detriti vulcanici lanciati in cielo e pronti a sedimentarsi. Valsecchi ha scelto di concentrarsi sul momento di azione, in una narrazione che prima di voler vedere i sedimenti si gode lo spettacolo dell’esplosione.

Olivier Valsecchi | Collater.al
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi
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