Young Dancer, Empire State Series, New York City, è una fotografia di Joel Meyerowitz risalente al 1978 che già da sola racconta molto delle storia del fotografo. Una ragazza in abito verde cammina sul marciapiede, sullo sfondo la sagoma inconfondibile dell’Empire State Building. L’inquadratura sembra rubata, eppure tutto funziona alla perfezione: il colore del muro arancione, la luce che taglia il palazzo alle spalle, figlia di una casualità che non sembra per nulla del tutto casuale. È il tipo di immagine che il fotografo americano sapeva trovare meglio di chiunque altro.

Select Works, 1962–2019 è la quarta mostra personale di Meyerowitz da Huxley-Parlour e raccoglie venticinque lavori che attraversano sessant’anni di carriera. Non è una retrospettiva nel senso museale del termine, ma funziona come un ritratto: selettivo, essenziale, capace di restituire non solo ciò che il fotografo ha visto, ma il modo in cui ha cambiato modo di vedere.

Negli anni Sessanta, Meyerowitz fotografa New York con una macchina da 35mm e una passione per il medium difficile da descrivere. Le immagini di quel periodo sono sghembe, stratificate. Meyerowitz stesso ha citato i suoi contemporanei, da Sun Ra fino a Pharoah Sanders passando per Miles Davis, come i punti di riferimento da cercare nella street photography.

Nel 1978 pubblica Cape Light, il libro che cambia tutto: non solo per lui, ma per la storia della fotografia a colori. È il momento in cui abbandona il 35mm, porta il treppiede a Cape Cod e inizia a scattare. Le sue composizioni diventano meditative, gli interni silenziosi e i panni stesi al vento si avvicinano a studi di colore e movimento. Il jazz della strada lascia il posto a qualcosa di più sinfonico. Ma ciò che rimane invariato, attraverso tutti i passaggi di Meyerowitz, è una sensibilità particolare per i fenomeni quasi invisibili, per le cose che accadono alla soglia della percezione.

È impossibile parlare di Meyerowitz senza parlare del colore. Insieme a Eggleston e Shore, è stato tra i primi a portare la fotografia a colori fuori dal territorio dell’advertising dove era relegata e a farne un mezzo capace di riflessione sulla forma e sull’umore. La sua era una posizione quasi eversiva: il monocromatico era considerato l’unico registro serio, il colore apparteneva alla pubblicità, alle vacanze. Meyerowitz ha dimostrato il contrario non attraverso manifesti teorici, ma attraverso le immagini stesse.

C’è una citazione di Robert Frost che Meyerowitz porta con sé come una bussola, tratta dal saggio The Figure of a Poem del 1939: il piacere iniziale sta nella sorpresa di ricordare qualcosa che non sapevi di sapere. È una delle descrizioni più precise del tipo di visione che pratica: non documentazione, non invenzione, ma riconoscimento. Select Works, 1962–2019 da Huxley-Parlour funziona proprio così: venticinque immagini che restituiscono la logica interna di uno sguardo che non ha mai smesso di evolversi. La mostra è aperta fino all’11 luglio 2026.
