Per Katharina Grosse (Friburgo, 1961) il mondo è, e resta, «un immenso spazio da dipingere». Nel colore, nel sogno e nell’emozione di qualcosa di sempre più grande, ricco e ostinato, la necessità di limitazioni categoriche semplicemente svanisce e con essa ogni porta chiusa, ogni confine insondabile. Dal 28 maggio e fino al 31 gennaio 2027, il suo intervento site-specific intitolato Arrels traccia e colora lo spazio della Llotja de Palma.
Costruito tra il 1420 e il 1452, il gioiello gotico civile di Palma di Maiorca nasceva per celebrare il commercio e lo scambio di merci dal mare, un luogo di transito e incontro, prima ancora che di rappresentanza.



È proprio sulla preziosità dell’incontro e dell’interscambio culturale che Katharina Grosse concentra la sua attenzione, più che sulla lunga e tragica storia dell’egemonia europea sulle rotte marittime. Il nuovo progetto ambientale nasce dalla volontà di accentuare l’ibridazione dello spazio, di aprirlo a stratificazioni inaspettate.
L’immaginazione individuale, qui, incontra e interroga le vie di un battito capace di accogliere percezioni molteplici. Come l’artista aveva già confidato in un’intervista ad agosto 2020 con Marc-Christoph Wagner per Arts Life:
[Sin da ragazzina] quando mi svegliavo la mattina vedevo delle ombre nella stanza e immaginavo un pennello per dipingerle. […] Non so se posso descrivermi o meno come estroversa. Mi piace stare da sola, non ho problemi. Ma credo di fare il lavoro per qualcun altro. Non penso al pubblico in quanto tale. Ma voglio assolutamente che [ogni mio progetto] sia visto. E penso che debba essere rumoroso.

Rami, polveri e pigmenti abbracciano gli interni in una campitura abitata dalle sensazioni. In quello che appare come un territorio giocosamente selvaggio, un labirinto svelato accompagna nella presa in carico di quante vite e voci possano essere entrate, nel tempo, a far parte di un’architettura. L’occhio annota passaggi ed essenze, forse profumose come le spezie di un viaggio già in parte attraversato. Echi di arcobaleno restituiscono la possibilità. Le pareti alte e incatturabili fanno il resto.











Articolo di Floriana Savino