Le sue reference visive provengono dal cinema, mentre la sua ricerca è focalizzata sul concetto di identità. In particolare, è la sfera femminile a essere quella più indagata. Ma non solo. Le fotografie di Lisa Carletta spaziano da collaborazioni con brand a lavori più personali, dai quali emerge la sua visione straniante, talvolta ansiogena, ma sempre ipersatura, del mondo. Carletta è conosciuta principalmente come fotografa di moda, anche se a lei non piace troppo essere categorizzata così. «Per molto tempo mi sono presentata come una fotografa di moda, essendo i magazine il mio medium principale, anche se sapevo che il mio lavoro era in qualche modo diverso da quello degli altri fotografi di moda», ci spiega Lisa, che abbiamo incontrato per farci raccontare qualche retroscena del suo lavoro e alcuni motivi dietro le sue scelte stilistiche. È stato proprio il mondo della moda, fatto di standard e modelli idealizzati a cui guardare e ambire, a portarla a riflettere sul tema?

Parliamo del tuo percorso. Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Lisa Carletta: Ho un percorso poco comune. Ho iniziato studiando pubblicità ed ero destinata a essere un art director. Sono passata da grandi agenzie di pubblicità, dove mi sono immersa nel mondo del advertising. Lì mi sono resa conto che l’unica cosa che mi interessava era lavorare sulla parte visual. Durante ogni progetto non vedevo l’ora di incontrare i fotografi scelti per scattare le nostre idee. Sempre in quel periodo ho iniziato a sperimentare e ho realizzato qualche serie fotografica. Tutto è davvero iniziato quando ho partecipato a un concorso fotografico di moda, sono arrivata terza e hanno iniziato a notarmi. Da lì ho iniziato a lavorare per riviste moda tra Bruxelles e Parigi.

I tuoi scatti hanno un taglio molto cinematografico, la sfera entro cui sono racchiusi guarda al passato e alla fotografia di moda. Tutto è però avvolto da un’aura drammatica, in alcuni scatti è evidente l’attenzione che tu riponi verso il tema dell’identità e, più in generale, alle questioni generazionali. Qual è la tua intenzione? Cosa cerchi nei tuoi scatti?
Lisa Carletta: Sono sempre stata molto influenzata dal cinema – soprattutto dai film che guardavo da bambina -, e dai grandi studi hollywoodiani. Tutti scenari che mi hanno sempre fatto sognare e che mi suggerivano una realtà che non era la mia. Penso che il mio interesse verso il colore e il suo studio derivi principalmente da lì. È anche un modo per contrastare il lato più ‘drammatico’ dei soggetti che fotografo.

Ho orientato i miei interessi verso l’esplorazione della posizione del corpo nella società, in particolare il corpo della donna e la percezione della bellezza. Ho lavorato sulla concezione di bellezza e sulla sua autenticità, su come cerchiamo di corrispondere a un ideale distorto dai media e su come ciò possa influenzare le nostre identità e il modo in cui ci rappresentiamo. Di conseguenza, nelle mie serie di moda, ho lavorato molto sulla ‘perdita di identità’, sulla standardizzazione.
Nella maggior parte dei tuoi scatti i soggetti non guardano mai nell’obbiettivo. Soprattutto quando le scene sono collettive, il sentimento di indifferenza è percepibile. Questa scelta ha un significato?
Lisa Carletta: In realtà, faccio raramente guardare i miei modelli nell’obiettivo perché immagino me stessa come un piccolo topo che osserva una scena, una scena di film che si svolge davanti ai miei occhi. I personaggi vivono la loro vita, continuano le attività della loro routine quotidiana, senza che la mia presenza interferisca in alcun modo. Penso che questo sentimento di indifferenza che si percepisce rifletta la nostra società sempre più individualista, dove siamo concentrati solo su noi stessi, sui nostri pensieri, sui nostri problemi.

In alcuni scatti i soggetti indossano delle maschere bianche. Cosa vuoi comunicare?
Lisa Carletta: Si tratta delle maschere della serie Golden Cage, sono maschere “di bellezza” che si propongono di ringiovanire. Ovviamente ho scelto questa maschera anche per la sua estetica, molto simile a quella usata in alcuni film horror, come ad esempio la maschera di Michael Myers in Venerdì 13 o quella in Gli occhi senza volto di Georges Franju. L’uso della maschera è sempre legato a queste tematiche del culto della bellezza, della ricerca di ideali di bellezza, della ricerca della perfezione – a volte inaccessibile – e del desiderio di conformarsi ad ogni costo.











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