Photography Louis Sartori fotografa il lato oscuro della felicità finlandese
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Louis Sartori fotografa il lato oscuro della felicità finlandese

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Arianna Maria Leva

C’è un’immagine della Finlandia che negli ultimi anni è diventata quasi un marchio: foreste incontaminate, laghi silenziosi, città ordinate e una qualità della vita che sembra aver trovato un equilibrio irraggiungibile altrove. Non a caso, il Paese è stato indicato per nove anni consecutivi come il più felice al mondo dal World Happiness Report. Ma cosa resta fuori da questa rappresentazione?

È da questa distanza tra immagine pubblica e vissuto quotidiano che prende forma In The Corner of the Dark Fatherland, il progetto fotografico di Louis Sartori, che sceglie di guardare alla Finlandia lontano dalle cartoline e dalle narrazioni rassicuranti. Realizzato nell’arco di una settimana, perlopiù nella cittadina post-industriale di Kajaani, il lavoro si addentra nel paesaggio psicologico delle piccole comunità finlandesi, tra boschi fitti, centri abitati isolati e luoghi segnati da una memoria difficile. Qui la fotografia non cerca l’eccezionalità, né costruisce un racconto spettacolare del disagio: si sofferma piuttosto su un’atmosfera, su ciò che rimane quando le grandi narrazioni nazionali si interrompono e lasciano spazio alle esperienze individuali.

Il punto, però, è che la classifica non racconta necessariamente ciò che Sartori vuole mettere a fuoco. Il World Happiness Report non misura la felicità come stato emotivo permanente, né valuta direttamente la salute mentale dei cittadini: si basa soprattutto su come le persone giudicano la propria vita nel suo complesso, attraverso una scala da zero a dieci. È una distinzione importante: un Paese può essere considerato felice e, allo stesso tempo, convivere con problemi di salute mentale. In Finlandia, il tasso di suicidio resta superiore alla media OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), nonostante sia diminuito rispetto agli anni Novanta. Una realtà che ricorda come il benessere di una nazione non possa raccontare tutte le esperienze di chi la abita.

È proprio in questo spazio tra progresso e fragilità che si inserisce il lavoro di Sartori. Le sue fotografie non pretendono di dimostrare che la Finlandia non sia un Paese felice, ma mettono in discussione l’idea che una media nazionale possa restituire la complessità di tutte le vite che la compongono. Una classifica può descrivere una tendenza, ma non può raccontare ogni esperienza, né dare voce a chi rimane ai margini del racconto collettivo.

Anche il titolo contribuisce a costruire questa tensione. In The Corner of the Dark Fatherland riprende un verso della traduzione inglese dell’inno regionale del Kainuu, Nälkämaan laulu, letteralmente “Canto della terra della fame”: un riferimento che lega il progetto a un territorio preciso e alla sua memoria, anziché a un’idea astratta di Finlandia. Il termine Fatherland introduce inoltre una dimensione quasi identitaria, mentre Dark incrina l’immagine luminosa e rassicurante associata al Paese. Sartori sembra suggerire che ogni identità nazionale contenga zone d’ombra, storie che non trovano spazio nelle narrazioni ufficiali e condizioni che non possono essere risolte attraverso un’etichetta positiva. In questo senso, fotografare Kajaani significa anche interrogarsi su cosa accade lontano dai centri più visibili, in quelle comunità che rischiano di diventare invisibili quando si parla di benessere collettivo.

Il progetto non cerca una conclusione consolatoria e non offre una spiegazione univoca del disagio: chiede piuttosto di guardare, di riconoscere ciò che esiste anche quando contraddice l’immagine che abbiamo scelto di costruire. Perché forse il problema non è stabilire se la Finlandia sia davvero il Paese più felice del mondo, ma ricordare che nessuna definizione, per quanto prestigiosa, dovrebbe diventare un motivo per smettere di ascoltare chi quella felicità non riesce a sentirla.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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