Durante un viaggio in metropolitana, alcune volte smettiamo di prestare attenzione a ciò che ci circonda. Il rumore del treno diventa un sottofondo costante, le fermate si susseguono e le persone sedute accanto a noi sembrano appartenere a un universo parallelo. È proprio in questa condizione di isolamento collettivo che il fotografo Gerald Cyrus ha trovato qualcosa da raccontare. Con Subterranean Daydreams, una serie di fotografie in bianco e nero realizzate nella metropolitana di New York negli anni Novanta, l’artista osserva i passeggeri nel momento in cui il mondo esterno sembra interrompersi, lasciando spazio a pensieri, stanchezza e piccoli gesti involontari.
La sua macchina fotografica non cerca l’eccezionalità, ma si sofferma piuttosto su una dimensione quotidiana che, proprio perché familiare, rischia di passare inosservata. Una testa appoggiata al finestrino, un corpo abbandonato sul sedile, uno sguardo che sembra non appartenere più al luogo in cui si trova. Nelle immagini di Cyrus, la metropolitana diventa uno spazio sospeso, in cui la vicinanza fisica tra sconosciuti convive con una distanza emotiva quasi assoluta.


Quando Gerald Cyrus si trasferisce a New York nel 1990, provenendo da Los Angeles, si trova per la prima volta a vivere senza automobile. Una scelta consapevole, dettata dalla possibilità di muoversi attraverso una rete di trasporti pubblici che la città californiana non gli aveva mai offerto. Quello che inizialmente rappresenta un cambiamento nelle abitudini quotidiane diventa presto un’occasione per osservare da vicino una realtà estremamente particolare.
La metropolitana newyorkese è uno dei pochi luoghi in cui persone appartenenti a classi sociali e contesti culturali differenti si ritrovano fisicamente nello stesso spazio. Un ambiente condiviso, ma non necessariamente vissuto insieme, la prossimità può generare una forma spontanea di solidarietà, ma più spesso porta i passeggeri a costruire una barriera invisibile, ritirandosi nei propri pensieri per affrontare la fatica del viaggio.

Ancora prima che smartphone e social network trasformassero radicalmente il modo di isolarsi in pubblico, i passeggeri della metropolitana avevano già sviluppato una propria forma di evasione. Subterranean Daydreams nasce proprio dall’osservazione di questo stato mentale: una sorta di sogno a occhi aperti in cui il corpo continua a muoversi, mentre l’attenzione si allontana altrove.
Le fotografie non raccontano tanto la metropolitana come infrastruttura, quanto ciò che accade alle persone quando la attraversano. Il viaggio diventa una parentesi, un momento in cui la città continua a scorrere senza che sia necessario parteciparvi attivamente.
Il linguaggio fotografico di Cyrus si sviluppa attraverso una particolare attenzione alla presenza umana. I suoi soggetti non vengono trasformati in personaggi né utilizzati per costruire una narrazione spettacolare. Sono persone incontrate durante la giornata, colte in momenti che non sembrano avere nulla di straordinario, ma che restituiscono una sensazione di autenticità difficile da ricreare.


Il bianco e nero contribuisce a rendere queste immagini ancora più intime. I contrasti tra le superfici metalliche dei vagoni, gli abiti e i corpi restituiscono un ambiente concreto, quasi tangibile, mentre la composizione lascia spazio a una dimensione più enigmatica. Non sempre è possibile capire cosa stia pensando la persona fotografata. Ed è proprio questa impossibilità a rendere le immagini interessanti: lo spettatore può soltanto immaginare cosa si nasconda dietro un’espressione, una postura o un gesto.
Nella fotografia del passeggero addormentato, per esempio, il corpo sembra aver rinunciato temporaneamente a qualsiasi forma di controllo. La testa appoggiata alla parete, le braccia raccolte e le gambe distese raccontano una stanchezza che non ha bisogno di essere spiegata. Intorno, la metropolitana continua a funzionare, indifferente. Il contrasto tra il movimento della città e l’immobilità del soggetto crea una scena che sembra appartenere più a un sogno che alla realtà.
È una fotografia che non cerca di catturare un evento, ma uno stato d’animo. E che, proprio per questo, riesce a trasformare un’esperienza comune in qualcosa di profondamente personale.


Per anni, queste fotografie sono rimaste lontane dallo sguardo del pubblico. Dopo averne stampate e mostrate alcune negli anni Novanta, Gerald Cyrus le aveva riposte in una scatola nel proprio studio, senza tornare a esporle. A distanza di oltre trent’anni, il progetto è stato recuperato in occasione della pubblicazione di Uptown Odyssey, la monografia dedicata al suo lavoro newyorkese edita da TBW Books, casa editrice indipendente di Oakland, California.
Il volume, curato da Gioncarlo Valentine, raccoglie 72 fotografie in 146 pagine e ripercorre un decennio di osservazioni tra le strade di Harlem, i vagoni della metropolitana e i jazz club del quartiere. Le immagini della serie Subterranean Daydreams rappresentano una parte importante di questo archivio, offrendo uno sguardo su una New York che Cyrus ha attraversato quotidianamente, senza cercare di renderla più affascinante o drammatica di quanto fosse.

La riscoperta del progetto assume così un significato particolare. Quelle fotografie, inizialmente considerate troppo familiari per essere mostrate, diventano oggi una testimonianza di un’esperienza urbana che non esiste più esattamente nello stesso modo. Non si tratta soltanto di recuperare immagini del passato, ma di riconoscere quanto anche i momenti apparentemente insignificanti possano acquisire valore con il passare del tempo.
Gerald Cyrus, membro del collettivo fotografico Kamoinge e autore di altri progetti dedicati alla vita afroamericana e alla scena jazz di Harlem, ha costruito nel corso della sua carriera un archivio attento alle persone e alle comunità. Con Subterranean Daydreams, questa sensibilità si sposta sottoterra, in uno spazio in cui le storie individuali si incontrano senza necessariamente intrecciarsi. La metropolitana diventa allora qualcosa di più di un mezzo per raggiungere una destinazione. È un luogo in cui la città si manifesta attraverso le sue presenze, le sue contraddizioni e i suoi silenzi. E in cui, per qualche fermata, è possibile perdersi nei propri pensieri mentre si è circondati da centinaia di altre persone che stanno facendo esattamente la stessa cosa.





