Szilveszter Makó sembra aver capito una cosa: se devi fotografare l’ennesima celebrità davanti a un fondale, tanto vale costruirle intorno un mondo intero.
E infatti lo fa.



Stanze troppo piccole, prospettive schiacciate, animali veri, mobili vecchi, cartone, stoffe recuperate, mele, posate di famiglia. Poi prende una persona famosissima e la tratta come un elemento qualsiasi della composizione.
Non è più soltanto ritratto. È pittura, teatro, scenografia e fotografia che convivono dentro la stessa immagine.
Makó pesca apertamente dal Rinascimento, dal Dada, dal Surrealismo, dal Bauhaus, dal folklore ungherese e dai ricordi dell’Europa orientale in cui è cresciuto. Ma il punto non è riconoscere le citazioni. È quello che succede dopo: le prende, le sporca, le comprime e le trasforma in qualcosa che sembra appartenere soltanto a lui.


La sua famosa “scatola” sintetizza tutto. Per Makó è insieme costrizione e liberazione: limita lo spazio per concentrare l’immagine. Dentro quella geometria può deformare prospettive, proporzioni e gerarchie. Una popstar può contare quanto una sedia. Un attore può diventare parte dell’arredamento. Un gatto può rubare completamente la scena.
Ed è proprio qui che Makó diventa interessante.
Per decenni la fotografia di moda ha cercato di rendere il soggetto più grande della realtà. Makó fa quasi il contrario: costruisce una realtà talmente forte che perfino la celebrità deve adattarsi alle sue regole.
Non usa la storia dell’arte come una moodboard elegante. La rimette al lavoro.



Nel 2026 ha portato questa logica ancora più lontano con Bauhaus Ballet: sei stanze a New York in cui il pubblico poteva fisicamente entrare nel mondo che fino a quel momento esisteva dentro le sue fotografie.
Ed è forse questa la cosa più radicale del suo lavoro.
Makó non aspetta che il mondo diventi interessante davanti alla macchina fotografica. Se il mondo non gli basta, se ne costruisce uno migliore.
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @superottomag




