Art Louise Michel, la storia della nave umanitaria finanziata da Banksy
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Louise Michel, la storia della nave umanitaria finanziata da Banksy

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Giulia Pacciardi

“Ciao Pia, ho letto della tua storia sui giornali, sembri un tipo tosto. Sono un artista del Regno Unito e ho dedicato diverse opere alla crisi legata ai migranti. Ovviamente non posso tenere i soldi, potresti usarli per comprare una nuova imbarcazione o qualcosa del genere? Per favore, fammi sapere. Ben fatto. Banksy”.

Inizia con una mail datata settembre 2019 e indirizzata al capitano Pia Klemp la storia della Louise Michel, la nave umanitaria finanziata da Banksy.
Una notizia, quella del coinvolgimento dell’artista, tenuta volontariamente segreta fino a ieri, quando l’equipaggio ha effettuato i primi salvataggi nel Mediterraneo Centrale, una rotta considerata fra le più pericolose al mondo.

Banksy e l’intero equipaggio, infatti, temevano che lasciando trapelare la notizia le autorità europee potessero ostacolare la missione, pianificata in segreto tra Londra, Berlino e Burriana, dove la nave battente bandiera tedesca ha attraccato per equipaggiarsi per i salvataggi in mare.

A bordo della Louise Michel, nave che deve il suo nome alla femminista e anarchica francese vissuta nell’800, il 18 agosto è partito un equipaggio composto da attivisti europei, con una lunga esperienza in operazioni di ricerca e salvataggio, che è già riuscito recuperare 89 persone in difficoltà, comprese 14 donne e 4  bambini, ed è ora alla ricerca di un porto sicuro per far sbarcare i passeggeri o per trasferirli su una nave della guardia costiera europea.

Dipinta di rosa acceso e con un’opera d’arte firmata da Banksy raffigurante una giovane ragazza avvolta in giubbotto di salvataggio con una boa di sicurezza a forma di cuore, la nave di 31 metri, precedentemente di proprietà delle autorità doganali francesi, è più piccola ma molto più veloce delle altre imbarcazioni di soccorso appartenenti alle ONG.
Con una velocità massima di 27 nodi, la Louise Michel sarebbe in grado di superare la guardia costiera libica prima che questa possa raggiungere le barche con a bordo rifugiati e migranti con l’obiettivo di riportarli nei campi di detenzione in Libia, luoghi in cui secondo le organizzazioni per i diritti umani, torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno.

Quello della Louise Michel è solo l’ultimo degli interventi che cercano di prevenire i morti nel Mediterraneo, sono molteplici le ONG che anche quest’anno si sono impegnate in attività di soccorso ma sono state ostacolate da quelle che considerano eccessive e politicamente motivate ispezioni effettuate dalle autorità italiane, inaspritesi con l’avvento del COVID-19.
Nel 2020, fino ad oggi, sono più di 500 i rifugiati e i migranti che sono morti nel Mediterraneo, ma si stima che il numero reale sia notevolmente più alto. 

Claire Faggianelli, un’attivista che ha preparato la Louise Michel per la sua prima missione, vede questo progetto, molto più politico che artistico, come una sveglia per l’Europa assopita:

“Sono anni che ti urliamo contro. C’è qualcosa che non dovrebbe accadere che accade proprio ai confini dell’Europa, e tu chiudi gli occhi. Svegliati”, ha detto senza troppi, ingiusti, giri di parole.

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Scritto da Giulia Pacciardi
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