Art Bologna, 2 agosto 1980 – Teca della memoria 
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Bologna, 2 agosto 1980 – Teca della memoria 

Gabriele Picco mette le stragi italiane in vetrina, sotto forma di torta
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Vi sarà sempre una linea di frattura inconciliabile e, probabilmente, la più insidiosa corrente di un fiume carsico impercorribile a dividere la memoria struggente di un evento tragico, per l’animo irrealizzabile, dall’ordinarietà e i piccoli gesti di quanto vi era solo un’ora, due ore, un attimo prima dall’evolversi di una strage. Nel quarantesimo anniversario dall’esplosione alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 il giornalista del Resto del Carlino Gianni Leoni (venuto a mancare il 26 aprile di quest’anno) volle onorare il ricordo di quelle ore concitate proponendo le più frammentarie memorie dei suoi passi in una giornata apparentemente come tante. 

Con la penna ancora tremante Leoni, nel 2020, scelse di riportare all’attenzione la fantasmagorica e sofferente ‘impresa qualunque’ di un uomo, Agide Melloni, che da ordinario autista di bus cittadini dovette ingegnarsi in tutta fretta per prestare quanto più aiuto, doverosa dignità e soccorso possibile ai passeggeri feriti e ai corpi assassinati in una caldissima giornata di piena estate. Come per un viaggio al limite dell’umano la linea 37 degli automezzi metropolitani si tramutò in un sol battito nella spola funebre e inarrestabile di lunghi vani popolati dai cadaveri giacenti su lenzuola bianche o di fortuna, poste tra i sedili e ogni possibile spazio rimanente. In una giornata improponibile, meschina e distruttiva, un uomo buono, affezionato al via vai della stazione della sua Bologna, si trovò a dover capeggiare il più doloroso ‘viaggio dei morti’ nello sfregio di un non ricercato timone che, per una tradizione d’oltre tempo, mantiene il volto del mitologico Caronte. 

Negli occhi del giornalista rivivono ancora le fiamme, le tracce asfissianti della polvere e, così, il dolore e la perdizione di vittime e superstiti, padri e madri, figli e nipoti abbandonati alle grida e alla ricerca disperata dei sopravvissuti. Alle 10:25 un attentato di matrice neofascista pose fine alla vita di 85 persone, ferendone altre 200. 

Come può darsi una strage? Come restituirne le atrocità, il crimine e la più totale assenza di quel tacito e sacro legame di umanità, che rivive nel rispetto dell’uomo per l’uomo? 

Senza retorica e tecnicismi Gianni Leoni scelse di strappare la vita e divincolare quella memoria dal dominio pomposo di una ricorrenza dai gesti celebrativi e dalle frasi fatte. Immergendosi in quel che con la minuzia più ordinaria aveva osservato entro una giornata che si desiderava come tante, il giornalista contrassegnò tra le colonne del suo editoriale: «La bomba assassina sconvolse una città adagiata nella fiacca quiete di ogni estate, con i cartelli “chiuso per ferie”, turisti […] e sorrisi per clic e cineprese, […] i progetti per le vacanze […] [e la] cronaca cittadina [che] registrava l’amichevole del Bologna con l’Asiago, 4 a 0, il concerto di Morandi […] e il meritato riposo del commendator Camillo Calderoni, noto pasticcere, dopo 72 anni di torte […]».

Nel segno di una torta, quarantacinque anni dopo quella strage, lo scrittore e artista visivo Gabriele Picco (Brescia, 1974) fa dell’esplosione di Bologna, della mano criminale di Piazza della Loggia e degli attentati ai giudici Falcone e Borsellino gli ingredienti disgraziati, delinquenziali e letali di una Pasticceria Italia (2025) sul filo del disgusto e di una condotta impresentabile. Entro il perimetro di una vetrina refrigerata, come può dirsi intoccabile e glaciale la perfidia di chi non ricerca mai verità e giustizia, le belle e goduriose torte in silicone, nel corso della nota fiera Miart, ingannarono la vista e l’acquolina degli astanti più inconsapevoli e spensierati. Caduto il muro di una non conoscenza e del distacco visuale, le immagini terrificanti delle stragi impresse su della finta ostia – assieme all’acciaio inox inteso come fattore comune tanto di un frigorifero quanto di una camera mortuaria e di medicina legale -, scardinarono da sé l’abisso di un voraginoso e nazionale tassello unitario, genuinamente restituente e, ad oggi, ancora decisamente mancante…

Articolo di Floriana Savino

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