Nel tentativo di trattenere ciò che per natura tende a svanire, Imprints of Being della designer Marianna Glykofridi si presenta come un archivio sonoro che sfugge alle definizioni tradizionali. Disponibile su Isola Design Platform, questo non è solo un oggetto, né semplicemente un’esperienza, ma una presenza che si costruisce nel tempo. Il progetto raccoglie tracce invisibili: passi in cucina, risate che riempiono una stanza, il brusio lontano di una strada familiare, trasformandole in una composizione viva, destinata a mutare insieme alle persone e ai luoghi che attraversa.

L’eco delle parole di Constantine P. Cavafy accompagna il progetto come una linea sottile, suggerendo che il suono, più di ogni altra cosa, abbia la capacità di riportarci indietro, anche solo per un istante. Non si tratta però di nostalgia, quanto piuttosto di una forma di presenza espansa, in cui passato e presente si sovrappongono senza soluzione di continuità.

L’oggetto si manifesta come una scultura in alluminio, un elemento quasi ornamentale che, a uno sguardo distratto, potrebbe sembrare silenzioso. È solo attraverso il contatto che rivela la sua natura: il gesto attiva il suono, lo modula, lo interrompe o lo lascia fluire. La superficie diventa così un’interfaccia sensibile, capace di trasformare ogni interazione in una variazione dell’ambiente sonoro.

La forma, costruita come un sistema di tubi piegati, guida il suono in un percorso che lo attenua e lo trasforma: dall’alto verso il basso, fino al microfono, e ritorno. In questo movimento circolare, le frequenze si addolciscono, si stratificano, cambiano impercettibilmente tono, restituendo una dimensione intima e quasi domestica all’ascolto. Piccoli segnali luminosi accompagnano l’esperienza, suggerendo quando e come intervenire, senza mai imporsi.

Il paesaggio sonoro si costruisce come un tessuto collettivo, intrecciando registrazioni provenienti da case, momenti e vite diverse. I suoni raccolti da Glykofridi vengono rielaborati da Raphael Amsili, mentre la componente tecnologica prende forma grazie alla collaborazione con Kyle Ramsey. Qui la tecnologia non è mai protagonista, ma agisce in secondo piano, amplificando la dimensione emotiva senza sovrastarla. Imprints of Being vuole così farci ascoltare ciò che normalmente sfugge. È un archivio che non conserva semplicemente il passato, ma lo riattiva, rendendolo abitabile nel presente.
