Design La collezione di design che sembra arrivata da Marte
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La collezione di design che sembra arrivata da Marte

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Giulia Guido

Come sarebbero le nostre case se vivessimo su Marte? È da questa domanda che nasce Martian Relics, la nuova collezione dell’artista e designer Roc H Biel, che immagina gli arredi di una casa su un altro pianeta per parlare, in realtà, di quello che stiamo facendo sul nostro.

Pare che la corsa allo spazio sia tornata di moda, non più come sfida scientifica, ma come disperata ricerca di una via di fuga. Non si può, infatti, non pensare che nel momento in cui si comincia a parlare di “colonizzazione” di Marte, si parla anche implicitamente di abbandono delle Terra, come se fosse sacrificabile. Biel decide di ribaltare la prospettiva, immaginando come potrebbero essere alcuni oggetti di uso quotidiano se le risorse a disposizione fossero quelle del Pianeta Rosso.

La collezione Martian Relics è composta da un vaso, uno specchio, una finestra, un piatto e un filtro per l’acqua, ognuno costruito attorno a una di queste dimensioni dell’essere umano.

Last Offering è il vaso per i fiori, modellato su una lapide con una doppia croce. In un futuro dove la natura è la risorsa più rara di tutte, le religioni attuali potrebbero lasciare spazio al ritorno delle antiche dee, prima fra tutte Gaia. Una stele centrale in terra battuta, con la croce ricavata in negativo, sorregge quattro capsule laterali ricavate da serbatoi pressurizzati riciclati, pensate per accogliere gli ultimi fiori essiccati rimasti sulla Terra.

Gravity Well è il piatto, un piccolo vassoio per chiavi e oggetti personali su due livelli: sopra, la rappresentazione di un campo gravitazionale, un concetto che oggi sembra ostico ma che in un futuro marziano sarebbe di uso quotidiano; sotto, una lastra a specchio che duplica la forma per riflesso, un rimando alle teorie sulle dimensioni parallele.

marte

Faded Signal è lo specchio da tavolo, modellato sulle grandi antenne costruite per ricevere segnali dallo spazio. La cavità concava in terra battuta restituisce un’immagine leggermente sfocata: oggi la bellezza è distorta da un’industria che vive della nostra insicurezza; su Marte quel perfezionismo si dissolverebbe, lasciando spazio a un ritorno all’introspezione.

Slow Water è il filtro dell’acqua, ispirato all’architettura satellitare. L’acqua scende da un rombododecaedro di ghiaccio cristallizzato attraverso una prima fase di filtraggio, sedimenta su un piatto concavo e infine viene versata in una tazza tramite un meccanismo a cerniera rudimentale. Un gesto che oggi diamo per scontato diventa quasi una cerimonia.

Eroded Horizon è la finestra, l’unico pezzo pensato puramente per essere guardato. Ispirata alle finestre smussate della Can Lis di Jørn Utzon, racchiude un pannello opalino stampato con un’unica immagine: il Mediterraneo, il cielo blu. La luce la attraversa e la restituisce erosa, desaturata, lontana: un monumento al possesso più doloroso del futuro, quello dei ricordi distorti di ciò che un tempo potevamo semplicemente vivere.

A tenere insieme i cinque pezzi è l’accostamento tra terra battuta e acciaio inox riciclato, un rimando arcaico spinto verso il futuro. La terra battuta è tra le tecniche costruttive più antiche dell’umanità, radicata nella località e nella scarsità; su Marte, pianeta immaginato come apice del futurismo tecnologico, saremmo costretti a tornare esattamente a quel punto di partenza. La collezione segna inoltre la prima volta che la terra battuta viene lavorata con questo livello di dettaglio, grazie a stampi fino a dodici componenti pensati per una pressa continua a asse singolo. L’acciaio, dal canto suo, è interamente recuperato da valvole, serbatoi pressurizzati e scarti di pannelli: frammenti che portano ancora la memoria di razzi e satelliti, trasformati in oggetti d’uso quotidiano.

Come dichiara lo stesso Biel, Martian Relics non è una proposta su come vivere su Marte, ma un avvertimento su come viviamo sulla Terra. Citando Phil Ochs, in tempi brutti l’unica vera forma di protesta è la bellezza: questi oggetti la usano per chiedersi cosa sia davvero essenziale nelle nostre vite, e cosa dovremmo proteggere perché la Terra resti abitabile per chi verrà dopo di noi.

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Scritto da Giulia Guido

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