Mi è successo in un albergo di cui, per qualche secondo, non sono riuscito a ricordare la città e la stessa identica intuizione l’ho poi trovata tempo dopo in Standard di Roger Eberhard.
Legno chiaro, luce calda a tremila kelvin, rubinetteria nera opaca, una pianta grassa sul comodino, sopra il letto una stampa astratta pescata dallo stesso bacino di forme morbide da cui pesca ogni altra stanza costruita negli ultimi dieci anni. Ho aperto la finestra per orientarmi, e la finestra è stata l’unica cosa nell’intera stanza a dirmi dove fossi. Tutto il resto era un dialetto che ha smesso di esistere, sostituito da una lingua che funziona ovunque proprio perché non appartiene a nessun posto.
Nel 2018 Stefan Sagmeister e Jessica Walsh sviluppano e poi pubblicano per Phaidon “Beauty” sostenendo che la bellezza non ha una funzione, la bellezza è una funzione. La bellezza non è un elemento puramente superficiale, ma una componente funzionale essenziale che migliora concretamente la qualità della nostra vita.
Un secolo fa anche gli oggetti quotidiani erano fatti con intenzione. Le tazze da tè erano dipinte a mano, gli edifici coperti di lavorazioni in pietra che nessun calcolo strutturale aveva richiesto, ed erano significativamente diversi da città a città, da continente a continente, treni, alberghi, mobili e spazi pubblici erano costruiti per ispirare qualcosa, non solo per assolvere a un compito. Oggi quasi tutto ciò con cui abbiamo a che fare è più economico, più veloce e più pratico ma lungo la strada abbiamo scambiato l’artigianato con il comfort, il dettaglio con la velocità, il carattere con la produzione di serie e ce lo siamo raccontati come un progresso “funzionale”.




Ma il funzionalismo non ha ucciso la bellezza, è solo diventata la scusa con cui giustificare il risparmio.
Quando Louis Sullivan scrive nel 1896 che la forma segue sempre la funzione, sta progettando facciate coperte di fogliami in terracotta, intrecci vegetali, ornamenti che nessun calcolo strutturale ha mai richiesto. La frase più citata della modernità architettonica esce dalla penna di un uomo che ornava tutto.
Quello a cui siamo giunti in nome del funzionalismo e del risparmio, della semplicità ed immediatezza è una uniformità psicotica.
Un tempo i posti erano diversi tra loro perché i vincoli erano locali. Si costruiva con la pietra che stava a venti chilometri, perché portarne altra costava più della casa. Si facevano muri spessi e finestre piccole dove il sole picchiava, portici dove pioveva sei mesi l’anno, ballatoi a Milano perché quella era la soluzione più economica per servire dodici famiglie con una sola scala. Il carattere di un luogo era la sedimentazione di problemi risolti con quello che c’era, ripetuti per generazioni finché la soluzione diventava linguaggio.
Poi abbiamo risolto i vincoli. Il container ha reso il trasporto quasi gratuito, la facciata continua ha reso il muro un dettaglio, il software ha reso ogni geometria disegnabile ovunque allo stesso costo e il risultato è che un edificio a Oslo e uno a Dubai possono essere lo stesso edificio, e in effetti spesso lo sono. La particolarità dei luoghi era in buona parte una limitazione tecnica e quando abbiamo tolto la limitazione abbiamo tolto anche la particolarità.
C’è un episodio italiano che dovremmo ricordare più spesso. Nel 1959 Reyner Banham scrive sull’Architectural Review, conia con disprezzo l’etichetta di “Neoliberty” e prende di mira la Torre Velasca dello studio BBPR, colpevole di avere richiami alle torri medievali lombarde, di ammettere di stare a Milano, di avere memoria, elementi che vennero visti dagli inglesi come un’inaccettabile concessione al passato. L’architetto Ernesto Nathan Rogers rispose che un’architettura senza contesto e senza continuità storica è un elettrodomestico: funziona, si installa ovunque, e non significa niente. Aveva ragione ma il mondo andava comunque nella direzione opposta.
In molti negli anni hanno definito questa deriva: i nonluoghi di Marc Augé nel 1992, la Generic City di Rem Koolhaas nel 1995 e poi il suo Junkspace, l’AirSpace descritto da Kyle Chayka nel 2016, quella condizione per cui un bar a Lisbona, uno a Seoul e uno a Città del Messico hanno le stesse lampadine a filamento, lo stesso legno chiaro, la stessa pianta. Byung-Chul Han ha dato a tutto questo la definizione più esatta parlando di liscio: l’estetica del nostro tempo elimina la resistenza, la ruvidità, il punto in cui l’occhio inciampa. E un oggetto che non oppone resistenza non chiede attenzione, non la difendiamo, non la ripariamo e nemmeno la ricordiamo.
Ma proviamo a vedere la questione non solo come una nostalgia da creative director…
Nel 1984 Roger Ulrich pubblica su Science uno studio diventato famoso: i pazienti post-operatori con una finestra affacciata su degli alberi vengono dimessi prima e chiedono meno analgesici rispetto a quelli che guardano un muro di mattoni. Stesso ospedale, stesse cure, stesso personale. Ed è un dato clinico e dice una cosa precisa, l’esperienza visiva agisce sul corpo, e quindi è una funzione.
C’è di più e riguarda la sostenibilità. Un edificio bello più difficilmente viene demolito. Viene difeso dai comitati, fotografato. La durata è la vera unità di misura ambientale dell’architettura, e la durata dipende dall’affetto molto più che dai materiali. Progettare qualcosa che verrà amato è la strategia di riduzione dei rifiuti più efficace che conosciamo, e non compare in nessun protocollo di certificazione.
Nell’ottobre 2023 Thomas Heatherwick da vita a Humanise, un saggio e una campagna globale decennale, che si fonda su un principio chiaro: la forma e l’aspetto degli edifici hanno un impatto diretto sulla salute mentale delle persone e sulla sopravvivenza del pianeta. L’obiettivo fondamentale dell’iniziativa è rimettere l’essere umano al centro della progettazione urbana, denunciando i danni psicologici e ambientali causati da quella che definisce “boring architecture”. L’architettura deve tornare a raccontare storie attraverso la tridimensionalità, l’uso di materiali naturali, geometrie complesse e l’integrazione del verde, abbandonando le scatole di vetro e acciaio prive di identità.
La bellezza quindi ci orienta nello spazio, allunga la vita degli oggetti, tiene insieme le comunità intorno a un luogo riconoscibile. Ci fa sopravvivere.
Ha una funzione così ovvia e così diffusa che abbiamo smesso di vederla.
