Tra chi fugge dai parassiti e chi ci costruisce sopra un manifesto editoriale, The Vermin, rivista indipendente nata a Toronto attorno al 2021, ha scelto senza esitazioni la seconda strada, definendosi senza mezzi termini una rivista critica e sperimentale, sovversiva e periferica , lo dichiara fin dal nome. In inglese, infatti, vermin indica i parassiti, gli infestanti, tutto ciò che non è pulito e produttivo e che si vorrebbe disinfestare. È esattamente lì che la rivista pianta la bandiera: nello spazio infestato, tra i corpi, i linguaggi e le pratiche che il discorso pubblico preferirebbe non vedere. Non è un caso che la stessa logica valga per le piante infestanti: nascono nelle crepe dell’asfalto, dove il decoro urbano non arriva, e lì proliferano facendosi spazio senza chiedere permesso. La cultura underground funziona allo stesso modo: cresce ai margini, invisibile finché non serve, salvo poi (ri)affiorare nei luoghi più impensati, con la stessa ostinazione di un’erbaccia che rispunta dal cemento quando pensavi di averla eliminata.
Il collettivo si descrive come un gruppo gestito interamente da volontari, con una missione dichiarata senza troppi giri di parole: costruire una rivista anti-capitalista e ibrida nei generi, capace di dare voce agli aspetti più sporchi delle nostre vite, quelli tenuti fuori dalla vista. Nessun argomento è off limits, e ogni profitto rientra direttamente nei costi di produzione della rivista stessa – un dettaglio che, per quanto piccolo, dice molto sull’attitudine del progetto.

Vermin nasce con pochissimi soldi e molta ostinazione. Una campagna di raccolta fondi lanciata su Donorbox per finanziare il lancio puntava a tremila dollari canadesi e ne ha raccolti appena 617. Una cifra che racconta più di qualsiasi dichiarazione d’intenti quanto sia fragile, materialmente, l’editoria che si muove fuori dai circuiti finanziati. Eppure il primo numero è uscito lo stesso: stampato a colori, sessantaquattro pagine, rilegatura a filo refe, disegnato da Fahdad Atin e Monica Chung; un oggetto fisico assai curato, che si inserisce con una propria originalità nel panorama dei cosiddetti indie mags.

Il numero uno si intitola Acknowledge the Cockroach – riconosci lo scarafaggio – e l’immagine non è affatto decorativa. Lo scarafaggio, l’animale che sopravvive a tutto, che si muove nell’oscurità dei muri domestici e che spesso desideriamo solo vedere morto, diventa in queste pagine la controfigura di corpi, storie e linguaggi, attraverso saggi, racconti, poesia, fotografia e pittura. Tra i contributi compaiono Notes on the Swarm di Alex V. Green, Cicada Sex/Death Ritual di Nick Taylor, e un pezzo dal titolo IT’SMYPARTY!!! di R.A. Dempsey: titoli che già da soli comunicano il registro comunicativo della rivista, poco interessato alla compostezza e molto alla scarica emotiva diretta.

Il secondo numero, Against Pleasure, cambia bersaglio ma non l’intensità. Si apre citando la teorica Elaine Scarry e la sua idea che il dolore non ha voce fino a quando non trova un modo per raccontarsi in una storia, e da lì costruisce un intero numero che non parla solo di disagio, ma di tutto ciò che nega il piacere (dal consumismo al cibo, dal linguaggio alla psicoanalisi) in polemica esplicita con quella che i curatori chiamano la cultura feel-good del tecno-capitalismo contemporaneo. Tra le firme compaiono Ricky Varghese, Anupa Mistry e Michael Deforge, fumettista canadese con un seguito internazionale ben oltre i confini dell’editoria indipendente: segno che The Vermin riesce ad attrarre anche nomi già affermati dentro un progetto che resta volutamente underground.

Il terzo numero, (Un/in)scripted, spinge ancora più a fondo l’ossessione della rivista per la scrittura come atto fisico prima che intellettuale. Il tema nasce da una citazione di Jean Genet – «We are the ink that gives the white page a meaning», tratta da Prisoner of Love – sul rapporto tra la pagina bianca e i caratteri neri, tra ciò che viene iscritto su una superficie e ciò che resta cancellato o non detto. Da lì il numero raccoglie riflessioni su archivi e pratiche archivistiche, su cancellazioni e tracce disperse, su scrittura del corpo, insurrezione e ribellione politica. Tra i contributi, Indexing (Counter)Insurgency di Noa Sanders, What Gets Said di Alex Verman, Flowers For An Old Shrine di Long Pham: un catalogo di voci che riesce nel difficile compito di non perdere mai la coerenza tematica che tiene insieme il progetto.

Quello che colpisce, in effetti, è la solidità teorica del metodo più che del tono: ogni uscita ha un tema-cornice preciso, quasi filosofico, attorno al quale ruotano contributi assai diversi per forma ma non per intensità. Non c’è la logica dell’antologia, c’è quella del numero monografico che si guadagna il diritto di essere disomogeneo nei linguaggi proprio perché è centrato sull’argomento. È un modello che richiede una redazione capace di dire no: oggi è composta da una direttrice editoriale, tre redattrici associate, una responsabile di produzione e tre copy editor.

Alla fine, il gesto che tiene insieme The Vermin è prendere ciò che la cultura dominante scaccia – lo scarafaggio e altre affinità metaforiche – per restituirgli una fisicità dura da digerire, ma proprio per questo apprezzata dal pubblico per la sua sincerità. Non è una posa anticonformista fine a sé stessa, ma un progetto editoriale che scommette sul fatto che l’unico modo per parlare seriamente del “marginale” sia abitarlo, numero dopo numero, senza mai chiedere il permesso. Ed è forse questa, più di ogni citazione o manifesto, la vera lezione di The Vermin: il diritto, rivendicato con orgoglio, di chiunque voglia ancora stampare una rivista di carta nel 2026 a sopravvivere come uno scarafaggio, e soprattutto a non scusarsene mai.

Rubrica a cura di Francesco Ciaponi
