Momusso trasforma le emozioni in illustrazioni

Momusso trasforma le emozioni in illustrazioni

Giulia Guido · 2 mesi fa · Art

Spesso ci ritroviamo in situazioni difficili da spiegare a parole. A volte proviamo sentimenti che non riusciamo a descrivere o catalogare. È qui che arriva in nostro soccorso Momusso, nome d’arte di Martina Lorusso, con le sue illustrazioni.  È probabile che molti di voi abbiano già sentito il suo nome, è da tempo che noi di Collater.al seguiamo affascinati il suo lavoro e ci sembrava arrivato il momento di dedicare alla sua arte lo spazio che si merita. Martina Lorusso è arrivata all’illustrazione grazie a un interesse per la pubblicità e per i manifesti, che l’ha portata a studiare grafica pubblicitaria fin dalle superiori. Oggi, al suo lavoro come grafica pubblicitaria affianca anche quello di illustratrice. I suoi lavori sono immagini fatte di pochi elementi, parole o brevi frasi che nella loro semplicità riescono sempre a catturare stati d’animo comuni a molti. Martina si lascia ispirare da ciò che succede attorno a lei e da ciò che prova e lo condivide con il mondo. 

Qualche anno fa l’artista ha pubblicato il suo primo libro intitolato “Vocabolario Sentimentale – Le parole che non ti ho detto” edito da Giunti Editore, che rappresenta alla perfezione l’essenza del suo lavoro. Si tratta di un vero e proprio vocabolario illustrato in cui potrete trovare parole inventate, spesso nate dalla crasi di due vocaboli, che però descrivono alla perfezione concetti e sentimenti per i quali spesso e volentieri non esiste un corrispettivo in parole. “Pigiamenica”, “amorancora”, “nostralgia” sono solo alcuni dei termini che troverete sfogliando le pagine del libro. 

Martina Lorusso Momusso

Infine ci teniamo a fare una menzione speciale alla serie di illustrazioni racchiuse nella categoria “Dichiarazioni d’amore” che potete trovare sul profilo Instagram di Momusso, dove è seguita da oltre 80 mila persone. Si tratta di una collezione di piccole frasi che fanno sorridere e che descrivono cosa vuol dire il vero amore, quello di tutti i giorni, molto meglio di quelle pompose dichiarazioni che vediamo nei film. 

Insomma, Martina Lorusso in arte Momusso è una di quelle artiste da seguire assolutamente. 

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IN STUDIO con Dario Maglionico – ep. 10

IN STUDIO con Dario Maglionico – ep. 10

Giorgia Massari · 2 mesi fa · Art

Per il decimo episodio di IN STUDIO siamo andati a trovare l’artista Dario Maglionico. Classe 1986, di origini napoletane, vive e lavora a Milano dedicandosi esclusivamente alla pittura. Siamo rimasti colpiti dal suo lavoro esposto dalla galleria Antonio Colombo la scorsa primavera e abbiamo deciso di conoscerlo meglio. Nelle sue opere il realismo minuzioso e l’attenzione per i dettagli si incontrano con il surreale, come in un sogno. In realtà il suo non è un viaggio onirico ma è invece legato al tema della memoria e alla percezione soggettiva del tempo e dello spazio. Iniziamo l’intervista e scopriamo qualcosa in più sulla sua ricerca e sul suo studio.

Dario Maglionico | Collater.al

Lo studio

Ci troviamo a Milano, in zona Cimiano. Una zona periferica scelta spesso dagli artisti. All’interno di un grande stabile si trova lo studio di Dario Maglionico che condivide con altri artisti. Un grande open space diviso da piccole pareti o da scaffali a creare i diversi corner, ognuno con la sua personalità. Sono tanti gli artisti presenti, alcuni li conosciamo già, come i ragazzi di Press Press e l’illustratrice Beatrice Bellassi, altri li incontriamo per la prima volta, come Andrea Fiorino il vicino di postazione di Dario, nonché suo grande amico, la pittrice Martina Merlini, il collagista Zeno Peduzzi e l’artista Giacomo Silva. Ma partiamo con le domande e capiamo come è arrivato qui.

Partiamo dall’inizio. Com’è iniziato tutto?

Ho iniziato a dipingere all’età di diciassette anni. Non ho mai veramente studiato pittura, mi sono laureato in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano. Il mio approccio alla pittura è iniziato da autodidatta. Questa modalità è ambivalente perché da un lato ti direzioni verso quello che ti piace, ma dall’altro hai la tendenza a chiuderti, quindi magari può essere un limite. L’ambiente accademico senza dubbio ti permette di incontrare fin da subito quello che non ti piace e soprattutto di confrontarti con i compagni, cosa che ritengo fondamentale. Questo aspetto l’ho ritrovato qui, nella forma dello studio condiviso.

La tua tecnica è molto precisa. Ti ci è voluto molto tempo per affinarla?

La tecnica così precisa è frutto della costanza, dipingevo tutti i giorni. Adesso meno, a volte mi prendo delle pause, ma prima dipingevo costantemente. Poi con il tempo è inevitabile che diventi anche una necessità, che scandisce il tuo modo di vivere. È una pratica che diventa automatica, ti metti lì a dipingere ma pensi totalmente ad altro.

Dario Maglionico | Collater.al

Come sei arrivato in questo studio?

Insieme a Andrea Fiorino stavamo cercando uno spazio. Fiore ha trovato un annuncio, siamo venuti qua a vederlo e siamo entrati a settembre 2019. Abbiamo fatto qualche mese e poi c’è stata la pandemia che ci ha costretti a tornare momentaneamente a casa, che prima di allora è sempre stato anche il mio luogo di lavoro. Devo dire che venendo qui le cose sono cambiate. Avere uno spazio condiviso mi piace. Mi dà la possibilità di staccare e di confrontarmi con gli altri artisti. L’esperienza dello studio condiviso è nuova per me e posso dire che non tornerei più indietro. Pensavo fosse un po’ invadente, invece è esattamente l’opposto.

Avete spesso visite qui?

Sicuramente i ragazzi di Press Press sono molto attivi, vengono spesso collaboratori e clienti che devono stampare. Da noi viene ogni tanto qualche amico, collezionista o gallerista a fare studio visit, come state facendo voi. Il bello di questo posto è che è uno spazio aperto. I visitatori vengono per un artista e ne incontrano altri.

Parliamo della tua ricerca. Nei tuoi dipinti sono presenti luoghi e persone, sono reali o immaginari? Da dove derivano le tue suggestioni?

Tendenzialmente i luoghi e le persone che dipingo sono tutte a me familiari. Si tratta delle case di amici e di conoscenti. Soprattutto all’inizio era così. I primi soggetti che ho ritratto sono stati i miei genitori. Il mio lavoro riflette sulla percezione del tempo e dello spazio e da come essa viene influenzata dalla propria esperienza e dai propri ricordi. Quando ricordiamo qualcosa l’immagine è spesso frammentata, sovrapposta. I diversi punti di vista con cui osserviamo qualsiasi cosa vanno a creare un ricordo che non è univoco ma è fatto dalla somma di più momenti avvenuti in tempi di versi. La mia intenzione non è quella di descrivere uno spazio vissuto dal soggetto ritratto ma anche da chi lo sta osservando.

Quando hai iniziato a dipingere in questo modo? Come si è evoluta nel tempo la tua ricerca?

Questa serie di lavori, in questa modalità, l’ho iniziata nel 2013. Un po’ alla volta, con passi molto piccoli e lenti, c’è stata un’evoluzione. Negli anni il lavoro si evolve e va verso alcune direzioni, mantenendo delle cose e mutandone altre. Tutto parte sempre da uno spazio o una persona che mi colpisce, quindi li fotografo per avere una base su cui realizzare una bozza digitale. In realtà ho due modalità di progettazione. Da un lato questo metodo più documentaristico con una forte reference visiva, mentre l’altra metodologia è nata durante il lockdown. Non potendo andare da nessuna parte, ho iniziato a studiare Blender, un programma di modellazione 3D tramite cui potevo creare dei luoghi immaginari da zero. Da questa modalità sono nati una serie di still life, nei quali c’è un’associazione completamente acausale, nel senso che non raccontano nulla, è un associazione di oggetti senza un motivo.

Quindi con questo programma sei in grado di riprodurre digitalmente luoghi e persone, partendo sempre dai tuoi ricordi e, eventualmente, dalle fotografie che scatti. Tutto ciò serve poi come punto di partenza quando passi alla tela. Quanto è stato utile scoprire questo strumento digitale?

Questa modalità mi ha aperto a nuovi scenari, avevo la possibilità di creare un’infinità di punti di vista. Un’altra parte importante in questo senso è la fotogrammetria. In poche parole, fai delle foto a 360 gradi del soggetto e crei un modello che puoi collocare in uno spazio in modo libero. Il set 3D mi aiuta anche a creare luci e ombre, oltre a sovvertire le regole della fisica. Mi sono accorto però che tutto deve partire da luoghi e persone reali, così come dalla mia memoria e dalla mia percezione. Questo l’ho capito un anno fa, quando stavo preparando le opere per la mia personale da Antonio Colombo. Parallelamente stavo costruendo una casa ideale, totalmente immaginaria. Quel progetto l’ho un po’ abbandonato quando mi sono reso conto che ho bisogno del confronto con uno spazio reale. Tutto il mio immaginario si costruisce dall’esperienza. Per esempio, anche quando facevo le fotografie, nel modello non mettevo mai tutti gli elementi ma ne sceglievo solo alcuni, quelli più impressi nella mia memoria.

Qui lo spazio è ridotto. Le tele sono appese al muro senza telaio, è la tua classica modalità di lavoro?

Il mio metodo è sempre questo. Mi sono abituato a lavorare a parete inizialmente per una questione di spazio, ma ora è la modalità che preferisco. Appenderle al muro mi permette di lavorare a più tele contemporaneamente. Le intelaio solo a lavoro concluso.

Passiamo alle nostre domande di rito. Nel tuo studio cosa non può mancare?

Il computer, una parete su cui appendere le tele e i colori. Non mi serve nient’altro.

Te ne andresti domani da questo studio?

Dallo studio no, da Milano forse sì. Sono molto legato a questo spazio e alle persone che lo vivono.

Il fattore Milano non è più necessario per te?

All’inizio lo era. Vivendo a Legnano spostarmi a Milano è stato importante per farmi conoscere, per conoscere altre realtà ed essere presente. Ma adesso no, anzi vorrei conoscere altre realtà sia italiane che estere. Magari mi ritroverete in qualche residenza chissà dove, stiamo a vedere.

Ph Credits Andrés Juan Suarez

IN STUDIO con Dario Maglionico – ep. 10
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IN STUDIO con Dario Maglionico – ep. 10
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La linea skincare di Marina Abramović è la sua prossima long performance?

La linea skincare di Marina Abramović è la sua prossima long performance?

Giorgia Massari · 2 mesi fa · Art

Si chiama Longevity Method, l’ultima trovata della performer di fama internazionale Marina Abramović. Non solo cantanti, influencer o attori, adesso anche l’arte contemporanea può dialogare con il beauty? «Non so se ridere o piangere», afferma la giornalista Emma Beddington in un articolo sul The Guardian, riassumendo con poche parole la nostra stessa reazione alla notizia. Qualche giorno fa infatti, l’artista ormai settantasettenne ha lanciato la sua linea di skincare olistica, realizzata con l’aiuto della dottoressa Nonna Brenner, che in passato l’ha aiutata a guarire dalla malattia di Lyme. L’annuncio arriva tramite uno stravagante video. Stravagante che fa il giro e diventa straniante. La performer e la dottoressa ci mettono la faccia, promettendo la riscoperta di «rituali dimenticati e conoscenze del passato», tutto all’insegna dell’Abramović Longevity Concept. Inutile dire che l’opinione pubblica si è spaccata in due. Ma prima di ragionare su questa scelta controversa, vogliamo sottolineare il prezzo di questa crema e chiedervi se voi la comprereste mai. 199 sterline per l’idratante viso, a base di pane bianco, vitamina C e vino bianco, un po’ meno per i tre sieri – o meglio, “gocce di benessere” – sugli scaffali a 99 sterline l’uno.

Arte come strumento capitalista?

La domanda sorge spontanea. Davvero l’artista che ha permesso agli altri di agire sul suo stesso corpo ora si preoccupa dei segni che il tempo lascia sul suo volto? Emma Beddington – nel pezzo del The Guardian citato sopra – risponde a questa domanda con tre ipotesi, facendoci sperare in una motivazione altra, che va al di là della ragion d’essere capitalista. Si tratta forse di Arte? Dell’inizio di un vero e proprio impero del benessere, oppure ancora di un metodo davvero funzionante? La stessa Abramović dichiara a Vogue che «Nonna è determinata a farmi vivere 110 anni», sottolineando che «Le artiste vengono prese davvero sul serio solo dopo i 100, quindi se ce la faccio, forse finalmente mi prenderanno sul serio». Ciò che è certa è la reazione del mondo dell’arte, che storce il naso di fronte a questa trovata commerciale. La “Nonna della performance art” si sta abbassando al pari delle influencer e delle loro ennesime linee beauty?

L’ennesima provocazione e le ennesime critiche

In questa analisi è importante considerare un ulteriore punto di vista. Da sempre è noto a tutti l’approccio olistico e altresì provocatorio di Marina Abramović. Basti pensare alla long performance al MoMA di New York nel lontano 2010, quando l’artista rimase seduta su una sedia per tre lunghi mesi, guardando fisso negli occhi chiunque si fosse seduto davanti a lei. Le sue performance non l’hanno di certo tenuta lontana dalle critiche anzi, è stato proprio l’elemento disturbante a contraddistinguerla nella scena artistica internazionale. Dunque, se provocazione e olismo sono sempre state sue prerogative, questa linea beauty naturale non può che ritenersi coerente, pensano alcuni. Forse la risposta è proprio davanti ai nostri occhi. Stiamo parlando della comunicazione adottata per lanciare il prodotto. Un video sensazionalistico che, proprio per le sue caratteristiche ambigue, lascia spazio al dubbio. C’è qualcosa di più? Non resta che sperare che dietro a questa joint venture ci sia dell’altro. Una long performance da scoprire con il tempo e che forse ci stupirà fino a farci ricredere.

La linea skincare di Marina Abramović è la sua prossima long performance?
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L’inganno ottico di Sergi Cadenas al Museo delle Illusioni di Roma

L’inganno ottico di Sergi Cadenas al Museo delle Illusioni di Roma

Collater.al Contributors · 1 mese fa · Art

Il Museo delle Illusioni non è il museo che ci aspettiamo. L’interazione è la parola d’ordine, tutto vive solo in relazione allo spettatore. Un susseguirsi di stanze e di installazioni accompagnano il visitatore in un’esperienza illusoria, in cui la mente è tratta in inganno. Allo stesso tempo la magia è svelata. Tutto ciò che si cela dietro i meccanismi inconsci del nostro cervello è accuratamente spiegata, rendendo l’esperienza ancor più interessante. Lo spettatore ha la possibilità di apprendere molto sulla prospettiva, la percezione ottica, il cervello umano e la scienza attraverso esposizioni non convenzionali, comprendendo perché i nostri occhi vedono cose che il nostro cervello non comprende. Oggi siamo andati nella sede di Roma, in occasione dell’inaugurazione di una nuova installazione. Si tratta dell’opera dell’artista spagnolo Sergi Cadenas. Come tutte le illusioni presenti nel museo, anche questo dipinto sfida la percezione visiva. Mentre si cammina da sinistra a destra, si ammira il volto di una graziosa bambina dai capelli biondi, ma spostandosi, la figura si trasforma magicamente in un lupo. L’abbiamo intervistato, per capire come realizza queste opere e come mai è così attratto dall’illusione.

Siamo nel contesto perfetto per le tue opere, il Museo delle Illusioni. Un luogo che stimola alla riflessione, mostrando come il nostro occhio e il nostro cervello siano imperfetti. Le tue opere si basano proprio su questo concetto di illusione. Cosa ne pensi di questo luogo?

Essere qui al Museo delle Illusioni e vedere tutte le installazioni e le illusioni ottiche che sono a disposizione è di grande ispirazione per me. Penso sia molto affascinante sia per bambini che per adulti perché ci da la possibilità di tornare bambini. Si può dire che tutto il lavoro degli artisti si basa sul guardare e sull’osservare. Il mio lavoro tratta di questo, ovvero l’illusione ottica che le mie opere creano semplicemente attraverso lo spostamento fisico del corpo.

Sergi Cadenas | Collater.al
Sergi Cadenas al Museo delle Illusioni di Roma

Che opera presenti oggi? Ha un significato specifico?

Oggi presento “la Niña y el Lobo” (La bambina e il lupo). I miei titoli sono molto semplici perché quasi mai metto un titolo alle mie opere e a quello che rappresentano. Voglio che le persone vedano il mio dipinto e decidano cosa vedere e cosa non vedere. Può essere l’innocenza di una bambina in contrasto con un animale poco pacifico, oppure una bambina che si trasforma in un animale. In Catalogna abbiamo il racconto per bambini di Cappuccetto Rosso, il lupo e la bambina, credo che ci sia anche in Italia. Credo che sia per questo che alcune persone, guardando questo dipinto, associano il luto a qualcosa di cattivo. Secondo me il lupo non ha niente a che fare con la crudeltà, a me trasmette tenerezza, qualcosa di tenero come una bambina. Più in generale, penso che quello che un’opera trasmette dipenda molto dagli occhi che lo guardano, in un modo o in un altro modo.

Come realizzi le tue opere?

Le mie opere prevedono un lavoro molto delicato e minuzioso. Per poter avere un lato diverso dall’altro, realizzo i miei lavori con pasta pittorica lavorata in rilievo. Utilizzo pennelli molto piccoli. Prima dipingo un lato per poi passare a dipingere l’altro lato.

Parliamo del tuo percorso. Come sei arrivato qui? Da dove è nata l’esigenza di realizzare delle opere illusorie?

Potrei dire che ho pensato molto prima di scegliere il percorso artistico da intraprendere, in realtà ci sono state molte coincidenze. E’ vero che ho sempre dipinto su supporti particolari e insoliti. Mi piaceva dipingere il ferro, il legno, il vetro. Un giorno ho notato delle illusioni ottiche presenti nelle cromie, come quelli che si possono vedere negli ologrammi. In quel momento ho pensato: “non ho mai visto questa illusione ottica dipinta”. Mi rendo conto che non è la stessa cosa degli ologrammi, ma da quel momento ho iniziato a pensare come ricreare questa tecnica nei dipinti, in modo da poter vedere due immagini in una o tre in una.

Le tue opere racchiudono e comunicano un dualismo. Spesso sono presenti due concetti o entità contrapposte che dialogano tra loro creando un contrasto. È importante per te questo aspetto?

È evidente come il dualismo sia importante per me. Ho la fortuna di cercare e di vedere in tutto il mondo temi universali come l’invecchiamento, che è uno degli argomenti che dipingo di più, ma questo avviene anche con animali. L’aspetto del dualismo è molto importante, è il più importante per me.

Secondo te, perché l’illusione affascina così tanto il pubblico?

L’argomento illusione è sempre più presente. In fin dei conti, tutti guardiamo attraverso uno schermo e molto spesso ciò che vediamo sono illusioni. Questo è un aspetto molto basico, sono concetti inventati da molti anni e le persone continuano a farsi illudere. E’ vero che, come artista, creare questi quadri è molto più facile. Le persone interpretano un’immagine velocemente però, quando si crea un’illusione ottica, questa interagisce con il pubblico in modo diretto e le persone rimangono più prese da un quadro con questo effetto. Vedo questo come un modo per entrare più in connessione con le persone. C’è veramente dell’interazione. Quando non c’è interazione l’immagine ti può piacere ma credo che manchi qualcosa.

L’opera tridimensionale di Sergi Cadenas sarà esposta anche al Museo delle Illusioni di Milano, a partire dal 26 gennaio.

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L’esilarante mondo di Cosmo Danchin-Hamard

L’esilarante mondo di Cosmo Danchin-Hamard

Collater.al Contributors · 1 mese fa · Art

Le illustrazioni vibranti e coloratissime di Cosmo Danchin-Hamard fondono universi colorati e un tocco di scherzosità. Conosciuta per le sue palette estramemente saturate, un’intelligenza arguta e scenari dallo spirito whimsical, Danchin-Hamard invita gli spettatori in esperienze visive non solo coinvolgenti ma anche esilaranti. Le sue illustrazioni spesso portano con sé un messaggio marcatamente femminista e traggono ispirazione da estetiche classiche come la pop art, nonché dalle sue esperienze dirette come modella nella fashion industry.

Cosmo Danchin-Hamard

Avendo firmato un contratto con un’agenzia di moda all’età di 16 anni, Danchin-Hamard ha fatto esperienza dei vincoli associati alla professione e della disillusione che arriva insieme al lavoro di modella. In risposta, si è rivolta all’illustrazione come mezzo per riconquistare il suo potere creativo. Utilizzando il suo occhio per il colore, il motivo e dettagli affascinanti, Danchin-Hamard ora sfrutta un livello di controllo creativo che le sfuggiva durante la sua carriera da modella mettendo in primo piano le sue abilità di illustratrice. Insomma, è impossibile non sorridere scrollando le illustrazioni di Cosmo sul suo profilo Instgram.

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