Siamo abituati a vedere il beauty già trasformato in immagine, saloni impeccabili, capelli perfetti, luci studiate, prodotti disposti con precisione, volti che sembrano non conoscere imperfezioni. Ma cosa succede quando tutto questo scompare?
È proprio da questa domanda che nasce Proud to be Hairdressers, la mostra fotografica curata dall’artista multidisciplinare SANGY, che porta a Milano un racconto molto distante dall’estetica patinata a cui l’industria della bellezza ci ha abituati. Attraverso 29 fotografie realizzate in diverse parti del mondo, il progetto guarda agli hairdresser nei luoghi in cui lavorano, spesso lontanissimi dall’immaginario glamour del settore.



Una sedia, un paio di forbici, qualche strumento essenziale, a volte nemmeno un vero e proprio salone. Eppure, davanti alla macchina fotografica, non emerge ciò che manca, ma ciò che rimane: il gesto, la tecnica, la concentrazione e soprattutto la relazione con chi si affida a quelle mani.
Per capire Proud to be Hairdressers bisogna partire dal modo in cui SANGY ha costruito il progetto. Da artista multidisciplinare e Name Specialist, SANGY definisce advArt la propria ricerca, nata dall’incontro tra i codici della pubblicità e quelli dell’arte. Parola, immagine e significato diventano così strumenti per spostare lo sguardo e creare cortocircuiti.
Per questa mostra ha scelto un metodo ancora diverso, legato anche alla sua provenienza musicale: fare con le immagini quello che farebbe un DJ con i brani. Ha selezionato fotografie provenienti da luoghi e contesti differenti, per poi accostarle e costruire una performance visiva capace di mettere in discussione l’immaginario tradizionale del beauty. Non c’è quindi la volontà di raccontare un singolo luogo o una singola storia, ma di creare una sequenza in cui le differenze geografiche finiscono quasi per scomparire.
La parte che normalmente resta fuori dall’inquadratura
Arrivando dalla pubblicità, l’artista conosce bene i meccanismi con cui viene costruita l’immagine della bellezza. Per questo, quando si è trovato davanti a fotografie di parrucchieri al lavoro sotto una tettoia, in stanze spoglie o con pochissimi strumenti, l’impatto è stato particolarmente forte.
Lo definisce “the dark side of the moon” del beauty: quella parte dell’universo della bellezza che normalmente non viene mostrata. Ma Proud to be Hairdressers non vuole trasformare questi luoghi in immagini di privazione. Al contrario, il progetto evita di concentrarsi su ciò che manca. Quello che SANGY ha visto è stata una professione che continua a esistere con la stessa intensità anche quando intorno non ci sono le condizioni che siamo abituati ad associare al mondo del beauty.
La sedia può essere diversa. Il luogo può cambiare completamente. Gli strumenti possono ridursi all’essenziale. Il gesto, però, rimane.


Due persone, prima di tutto
Per SANGY, dietro ogni servizio di hair styling ci sono sempre due persone: una che lavora e una che decide di affidarsi alle sue mani. Prima ancora del salone, dei prodotti e dell’immagine finale esiste una relazione fatta di prossimità, ascolto e fiducia. Non importa quanto siano diversi i contesti: il momento in cui un parrucchiere si avvicina ai capelli di qualcuno, li osserva, li taglia o li sistema conserva una dimensione universale. Cambia tutto intorno, ma quel gesto rimane.
Ed è proprio questo che permette alla mostra di non essere semplicemente un reportage sulla professione del parrucchiere. Gli scatti diventano piuttosto un modo per interrogarsi su cosa intendiamo quando parliamo di bellezza.

Dalla bellezza rappresentata alla bellezza che accade
Secondo SANGY, Proud to be Hairdressers nasce anche dalla necessità di ribaltare il meccanismo della pubblicità. La pubblicità decide cosa entra nell’inquadratura e, inevitabilmente, cosa ne resta fuori. Nel beauty, questa selezione ha costruito negli anni un universo fatto di perfezione, desiderio, trasformazione e lusso. La mostra compie il movimento opposto: sposta l’obiettivo verso ciò che normalmente rimane ai margini.
Non per negare quell’immaginario, ma per completarlo. Perché dietro il risultato finale esiste un processo. E dentro quel processo ci sono persone che lavorano, gesti ripetuti migliaia di volte, competenze costruite nel tempo e una relazione che non può essere sostituita da nessuna immagine perfetta.
È anche il punto in cui il progetto incontra la Cosmetica Umanistica di Giannantonio Negretti, una visione che mette la persona al centro e considera la cosmetica non soltanto come estetica, ma come strumento legato alla cura, all’autostima e al benessere relazionale.


Quando il mestiere diventa il soggetto
Guardando le fotografie una dopo l’altra, SANGY racconta di aver notato soprattutto la ripetizione dello stesso gesto in luoghi completamente diversi. È questo il filo invisibile che tiene insieme la mostra. Non un’estetica comune, non gli stessi strumenti, non ambienti simili. A unire gli scatti sono la concentrazione e l’orgoglio con cui gli hairdresser svolgono il proprio lavoro. È una prospettiva che cambia anche il modo di leggere le immagini: invece di chiedersi cosa manca in quei saloni, si comincia a osservare ciò che c’è.
Il mestiere. E in questo passaggio sta forse la parte più interessante di Proud to be Hairdressers: togliere progressivamente tutto ciò che normalmente costruisce la rappresentazione della bellezza per arrivare alla persona che quella bellezza la rende possibile. La mostra nasce come iniziativa no profit ed è stata presentata a Milano nell’ambito della Milano Beauty Week 2026, negli spazi di CV45, sede di Monx Legal, in Corso Venezia 45. Una scelta tutt’altro che casuale: portare un progetto dedicato alla bellezza all’interno di uno studio legale significa creare un incontro tra mondi professionali apparentemente lontani, accomunati però dal valore del lavoro e delle persone che lo svolgono. La mostra rimane visitabile negli spazi di CV45 fino al 16 novembre 2026, su prenotazione.
Proud to be Hairdressers non celebra quindi soltanto un risultato estetico. Celebra ciò che viene prima: le mani, la tecnica, la fiducia e il tempo dedicato a un’altra persona. Forse è proprio qui che cambia la domanda. Non più soltanto che cosa rende bella un’immagine?, ma, chi è la persona che rende possibile quella bellezza?

