C’è un palazzo residenziale a Porrentruy, in Svizzera, che non sembra più un palazzo residenziale. La facciata è ancora lì, le finestre al loro posto, ma qualcosa nel mezzo ha ceduto — o meglio, si è aperto, si è contorto, ha preso vita. È il lavoro di Peeta, al secolo Manuel Di Rita, artista italiano oggi basato nei Paesi Bassi, realizzato in occasione del POPA Festival con il supporto di Popa Festival, Popa Museum e Art From Street.

Il murale è anamorfico: significa che inganna l’occhio, che ridisegna i volumi della superficie su cui insiste fino a farla sembrare tridimensionale. Peeta lavora con questo principio dai tempi del graffiti writing, quando nel 1993 iniziò a esplorare le qualità scultoree delle lettere che componevano il suo stesso nome. Da lì, nel corso degli anni, la fusione tra lettering tradizionale e stile tridimensionale ha sviluppato un linguaggio visivo riconoscibile, capace di trasformare qualsiasi superficie in qualcosa di instabile, sospeso tra pittura e architettura.


A Porrentruy il risultato è particolarmente efficace proprio perché il supporto è ordinario: un edificio qualunque, in una strada qualunque. Niente di spettacolare. Ed è esattamente questo il punto. Peeta chiama il suo approccio “un’interruzione temporanea della normalità” — e qui la normalità era così compatta, così anonima, da rendere lo scarto ancora più netto.

Il festival ha riunito diversi artisti, tra cui ASTRO e 1010, con una mostra parallela al POPA Museum of Optical Art.
