Photography PhotoDesk – Festival della Fotografia Etica
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PhotoDesk – Festival della Fotografia Etica

PhotoDesk è la rubrica realizzata in collaborazione con Laura Tota che vi porta alla scoperta dei Festival di fotografia.
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Laura Tota

In un panorama in cui la fotografia documentaria e sociale è sempre più esposta al rischio di semplificazione e consumo rapido, il Festival della Fotografia Etica continua a interrogarsi sul senso stesso del “raccontare” attraverso le immagini: su come selezionarle, contestualizzarle, restituirle al pubblico e farle diventare un pretesto di approfondimento, formazione e confronto.
Non potevamo quindi non inserirlo nella nostra rubrica PhotoDesk e intervistare Alberto Prina, direttore artistico del Festival della Fotografia Etica, per approfondire visioni, scelte curatoriali e responsabilità di un progetto che, ben oltre la dimensione di evento del Festival, riflette sul rapporto tra fotografia, etica e società.

©Afshin Ismaeli – The Price of War – WINNER

Il vostro festival nasce e si definisce attorno alla parola “etica”, un termine spesso usato in modo generico. Cosa significa per voi, in concreto, scegliere e presentare progetti che rispondono davvero a questo criterio?

L’etica, per noi, consiste nel porre attenzione ai valori contenuti nel progetto fotografico: è quindi fondamentale la scelta di storie con un forte messaggio indipendentemente dal fatto che siano incentrate su tematiche legate all’umanità o alla tutela dell’ambiente. Riteniamo inoltre che vi sia la necessità di conoscere la realtà e di ridurre il più possibile i filtri rispetto al mondo reale; in questo senso, la fotografia documentaria e il fotogiornalismo consentono un’osservazione sul campo molto attendibile, aderente e rispettosa dei soggetti ritratti.
Siamo però consapevoli della complessità e della tensione inevitabile tra documentazione e interpretazione. Questo nodo, per noi, viene affrontato attraverso un lavoro attento sulla componente informativa e testuale, che accompagna il progetto fotografico. Tale approccio permette una visione incrociata con quella del fotografo e consente non tanto di superare l’interpretazione personale, quanto di integrarla con una lettura più oggettiva, veicolata attraverso un linguaggio differente rispetto a quello puramente fotografico.
Per “fotografia etica” intendiamo quindi un lavoro che rispetti i soggetti ritratti, che generi consapevolezza, stimoli riflessione e favorisca il dialogo sui temi contemporanei più urgenti: diritti umani, disuguaglianze, ambiente, migrazione e memoria storica.

Il pubblico che vi segue è trasversale e spesso arriva per i temi proposti, più che per i nomi dei fotografi. Come influenza questa peculiarità la costruzione dei percorsi espositivi e delle vostre scelte curatoriali?

Il tema fondamentale, per noi, è informare le persone che visitano il festival, ma anche coinvolgerle, perché riteniamo che l’informazione, senza un coinvolgimento emotivo ed empatico nel rispetto dei soggetti raccontati non possa generare un reale impatto né favorire un cambiamento positivo.
I temi che affrontiamo sono spesso legati alla cronaca e, anche quando hanno una dimensione storica, rimangono connessi a un’analisi del contemporaneo. Questo permette un confronto, una possibilità di paragone tra periodi differenti. Riteniamo che il linguaggio fotografico debba essere innanzitutto uno strumento di comunicazione e che la libertà di renderlo interessante, emozionale e coinvolgente rappresenti un elemento estremamente importante.

Avete dichiarato più volte che per voi la fotografia è un mezzo, non un fine, uno strumento per parlare di questioni urgenti. In che modo questa visione orienta la selezione dei lavori e la struttura di ogni edizione?

La selezione nasce dalla capacità di cogliere gli elementi rilevanti che hanno focalizzato, o stanno focalizzando, l’attenzione contemporanea, insieme alla componente informativa e giornalistica. Il nome e la notorietà dell’autore non sono centrali; al contrario, per noi è fondamentale la possibilità di ricercare costantemente nuovi fotografi, così da presentare, valorizzare e scoprire visioni differenti attraverso sguardi diversi. La prospettiva è sempre fortemente internazionale, perché i temi che trattiamo sono molteplici e riguardano sfide globali. Ad esempio, nell’ultima edizione il lavoro sul Sudan di Giles Clarke ha anticipato temi che sono poi diventati centrali nella cronaca nei mesi successivi, sottolineando l’importanza di portare l’attenzione su determinate aree del mondo
La nostra ricerca mira quindi, da un lato, a presentare lavori che affrontino temi importanti e rilevanti e, dall’altro, a informare su argomenti meno raccontati, ma che riteniamo comunque universali. La loro conoscenza, per noi, genera valore, rafforza la capacità critica del visitatore e contribuisce ad aumentarne la consapevolezza.

Essendo uno dei festival di fotografia più longevi in Italia, avete osservato da vicino l’evoluzione del linguaggio visivo prima e dopo l’avvento dei social. Quali cambiamenti avete notato nel modo in cui si raccontano i temi etici?

Sicuramente il modo di raccontare i temi etici è profondamente cambiato, sia grazie a una maggiore professionalità e consapevolezza delle nuove generazioni di fotografi, sia per una forte contaminazione con i linguaggi dei social e l’interazione con queste nuove forme di comunicazione. Se nel linguaggio documentaristico e giornalistico non sono venuti meno i valori legati al rispetto della realtà, della documentazione e dei soggetti ritratti, è altrettanto vero che i linguaggi e le estetiche si sono evoluti. In questo contesto, il nostro festival cerca di intercettare nuove forme estetiche, mantenendo però fermo il principio che la componente di contenuto conservi un valore centrale e imprescindibile.

Il circuito OFF porta le mostre in luoghi non convenzionali della città, diventando uno degli elementi distintivi del festival. Qual è la logica curatoriale che guida questa scelta e che valore aggiunge all’esperienza del pubblico?

La logica curatoriale dell’OFF è volutamente molto elastica e ampia: consente di accogliere non solo fotografia documentaria o giornalistica, né esclusivamente progetti legati a temi valoriali e umani, ma offre la possibilità di attraversare tutti i linguaggi e i temi della fotografia. Il valore aggiunto per il pubblico è, da un lato, quello di scoprire e incontrare la fotografia diffusa all’interno della città, rendendola presente e accessibile in luoghi non convenzionali; dall’altro, l’esperienza è fondamentale anche per gli autori stessi. Partecipazione, coinvolgimento e creazione di una comunità — composta da amatori evoluti e da professionisti alle prime esperienze — rappresentano infatti un momento centrale del progetto. Il ritrovarsi in una città durante il festival favorisce un flusso culturale continuo: in questo senso, l’OFF diventa uno spazio privilegiato di confronto, dedicato in particolare a chi fa della fotografia uno strumento attivo e si sente partecipe, in prima persona, dell’uso del linguaggio fotografico come mezzo espressivo e comunicativo.

Nel vostro programma convivono fotografi affermati e autori emergenti. Quale criterio guida questa combinazione e che tipo di dialogo cercate di attivare tra questi due livelli di esperienza?

La voglia di raccontare è sicuramente l’elemento principale: il desiderio di comunicare e di documentare il contemporaneo. La possibilità di incontro, di condivisione e di scambio tra fotografi affermati e autori emergenti ha per noi un valore estremamente importante, perché favorisce la trasmissione della professionalità, la condivisione di valori e lo scambio di esperienze. Questo dialogo avviene in modo continuo durante i cinque weekend del festival, diventando una componente centrale dell’esperienza complessiva.

©Cinzia Canneri – Women’s Body as Battlefields

Lavorate molto con scuole e comunità. Secondo voi i festival possono davvero avere un ruolo reale nell’alfabetizzazione al linguaggio fotografico o rischiano di restare eventi “spot”? Adottate strategie concrete per evitare questa superficialità e garantire un impatto continuativo nel tempo?

L’alfabetizzazione per immagini delle generazioni attuali di studenti e docenti è parte centrale della mission del Festival. Crediamo fermamente che eventi come il nostro possano svolgere un ruolo reale e significativo nell’alfabetizzazione al linguaggio fotografico, ma a patto che non si limitino a essere eventi “spot”. Il team educational del Festival lavora tutto l’anno con scuole di ogni ordine e grado per portare la fotografia tra i banchi affinché non sia solo esposizione di immagini, ma strumento di educazione, consapevolezza e riflessione critica.
Per evitare superficialità e garantire un impatto continuativo nel tempo, adottiamo diverse strategie concrete. Innanzitutto, sviluppiamo programmi educational dedicati alle scuole, che comprendono visite guidate, workshop e laboratori interattivi. Gli studenti non si limitano a guardare le fotografie, ma sono stimolati a interpretarle, discuterle e confrontarle con il contesto sociale e culturale in cui sono state realizzate.
Le collaborazioni con fotografi, giornalisti e associazioni ci permettono di creare percorsi formativi che continuano oltre la durata del festival, generando una rete di conoscenze e sensibilità critica. In sintesi, il nostro obiettivo è trasformare la fotografia in un linguaggio condiviso, capace di formare cittadini più consapevoli e attivi, anche perché la nostra associazione no-profit ospita ogni anno studenti impegnati nei progetti di formazione scuola-lavoro.

Festival della Fotografia Etica

Lodi non è solo la sede del festival: è un interlocutore vivo del progetto. In che modo questo radicamento territoriale influisce sui contenuti che portate e quali ricadute culturali avete osservato nel tempo?

Il radicamento territoriale non influisce in modo diretto sui contenuti, poiché il progetto è pensato principalmente per un visitatore che, nella maggior parte dei casi, non proviene dal territorio.
Abbiamo però osservato nel tempo ricadute culturali molto significative sulla città di Lodi e sul suo tessuto culturale. In particolare, la possibilità di usufruire dell’abbonamento ha reso centrale l’idea del ritorno e dell’approfondimento graduale: un approccio lento alla visita che rappresenta uno degli elementi chiave nella fruizione del festival e nella capacità di assimilare e comprendere le informazioni proposte.
Pur non adottando strumenti di misurazione diretti e strutturati sulla crescita della capacità critica dei visitatori, riteniamo che alcuni indicatori siano significativi. La continua crescita del pubblico, composto sia da visitatori provenienti da fuori territorio sia, soprattutto, da un numero sempre maggiore di persone che scelgono l’abbonamento, ci porta a ritenere che l’interesse, il coinvolgimento e la volontà di approfondire i temi proposti dal festival siano ben radicati e in costante aumento.
Nell’ultima edizione, il raggiungimento di quasi 30.000 visitatori rappresenta un segnale concreto di questo percorso: un pubblico che cresce anno dopo anno, che si dimostra maturo e che riconosce nel festival un momento significativo a cui dedicare tempo e presenza nella città di Lodi.

Le vostre call — dal World Report Award allo Student Award — sono una via d’accesso centrale al palinsesto. Che ruolo hanno nella definizione dell’identità del festival e quali criteri guidano la selezione dei progetti che decidete di portare in mostra attraverso queste call?

Le call del World Report Award rappresentano sicuramente un accesso centrale al palinsesto del festival.
Un elemento fondamentale è la presenza di una giuria internazionale, composta da professionisti con percorsi, formazioni ed esperienze molto differenti: questo permette di costruire una pluralità di sguardi, una visione realmente internazionale e un approccio indipendente rispetto alla direzione artistica. La giuria si esprime infatti in totale libertà, nel rispetto della coerenza e della qualità dei progetti presentati.
Le mostre generate dal concorso sono tra gli spazi che riscuotono maggiore interesse da parte dei visitatori, anche perché affrontano temi molto diversi con uno sguardo approfondito e significativo. Tuttavia, l’identità del festival non è costruita solo dai vincitori: spesso anche progetti che non risultano premiati presentano un grande valore e vengono selezionati per essere esposti all’interno del festival, in sezioni differenti rispetto a quelle strettamente legate al concorso.

Muovendovi in un ecosistema internazionale ricco ma competitivo, siete chiamati a definire un posizionamento chiaro. Quale spazio specifico occupa oggi il Festival della Fotografia Etica e, rispetto ad altri festival dedicati al documentario e al sociale, quali opportunità concrete di crescita personale offrite ai fotografi – tra workshop, letture portfolio, masterclass o percorsi formativi – che altrove non troverebbero con la stessa qualità o intensità?

La crescita dei fotografi è sicuramente un elemento per noi molto importante, che cerchiamo di sostenere attraverso l’incontro con figure professionali tra le più rilevanti del panorama fotografico nazionale e internazionale.  La giuria del nostro concorso è un modo per essere conosciuti e seguiti da figure di riferimento. Una scelta precisa è quella delle letture portfolio in collaborazione con il mondo FIAF, che riteniamo un ambito di scouting e di diffusione della cultura fotografica estremamente rilevante, in particolare per i fotografi evoluti, per gli amatori avanzati e per i professionisti alle prime esperienze.
Inoltre, da anni è attivo il Travelling Festival, mostre ideate, prodotte e curate a Lodi che viaggiano per l’Italia per raggiungere un pubblico sempre più ampio e continuare ad amplificare la voce dei fotografi.
Abbiamo invece scelto, almeno per il momento, di non proporre masterclass, workshop o percorsi formativi specifici, perché riteniamo che il mercato sia già fortemente caratterizzato e con un’offerta molto ampia. È una possibilità che valutiamo per il futuro, ma che al momento abbiamo deciso di non attivare.
Il nostro obiettivo principale rimane infatti la formazione non tanto dei fotografi, quanto dei visitatori: un percorso educativo che portiamo avanti anche attraverso corsi di fotografia di base ed evoluti e attività di lettura dell’immagine, con l’intento di aumentare consapevolezza, capacità critica e comprensione del linguaggio fotografico.

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Scritto da Laura Tota

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