Tra Panzerismo Iconoclasta e Futurismo Gotico la vecchia Fiat 500 di Rammellzee (Far Rockaway, New York, 1960-2010) rimase per tempo ancorata alle strade affezionate di una piccola cittadina pugliese, Martina Franca. Prima che il nome (come qualcuno direbbe) diventasse leggenda, un giovane uomo con gli occhiali da sole, vestito solitamente piuttosto eccentrico, affrontava un trasferimento oltreoceano in parte legato alla paura e alla sua sopravvivenza.
I primi anni Ottanta per l’artista che portava un nome che suonava come un’equazione (RAMM:ΣLL:ZΣΣ, dove la lettera M indica la magnitudine, le due L stanno per longitudine e latitudine e la Z si offre in richiamo della barra di zinco) coincidevano, in qualche modo, con la necessità di doversi allontanare da New York. Come ha ricordato Lidia Carrieri per la Galleria Studio Carrieri Noesi, che in Puglia l’ospitò, Rammellzee in una chiamata risalente pressappoco al 1983 comunicava con un certo sconcerto il bisogno di scappare dalla città nei giorni in cui la polizia si era macchiata dell’uccisione di un ragazzo che al suo pari colorava le notti metropolitane della città con la musica hip hop e la voglia di stravolgere un linguaggio codificato dai padroni di ogni tempo.

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Yaki Kornblit
Se la critica d’arte ha sempre guardato con grande rispetto e ammirazione a Jean-Michel Basquiat – l’artista che pur ispirandosi alle retroguardie di città in fondo non ha mai profondamente toccato i cunicoli bui e colorati della metropolitana -, lo stesso non può dirsi per i primi tempi della mancanza che hanno avvolto la figura di Rammellzee dopo la sua precoce scomparsa.
Nell’ottica di una ripresa realmente interessata e profonda alla ricerca artistica e filosofica di Rammellzee, il Museion di Bolzano ha appena annunciato l’arrivo nei suoi spazi delle opere dell’artista. Un evento da intendersi come punto di arrivo di una trilogia retrospettiva a carattere europeo, pensata in memoria dell’artista statunitense. Dopo i primi due capitoli espositivi, realizzati in collaborazione con il Palais de Tokyo di Parigi e il CAPC Musée d’art contemporain de Bordeaux, l’istituzione altoatesina presenta TIME:LINE, che inaugurerà il prossimo 17 ottobre 2026 e rimarrà visitabile fino al 14 marzo 2027.

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Michaël Benabou

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Speerstra
Lungo un percorso creativo che l’ha visto volare via troppo presto, Rammellzee ha messo insieme ricerca sociologica, scrittura filosofica, produzione musicale (noto il brano Beat Bop del 1983, realizzato in collaborazione con l’amico e collega Basquiat) e continua sperimentazione performativa e visuale. Mantenendo l’anonimato e il mistero attorno al suo nome di battesimo, l’artista ha sin da subito mostrato un certo spirito battagliero di fronte alla forzatura non solo del linguaggio ma, anche e soprattutto, delle scelte sociali e di convenzione imposte nel corso dei secoli e passanti proprio per mezzo della parola. Come Malcolm – ispirando le Pantere Nere e rifiutando sin da ragazzo la violenza di un appellativo colonizzato -, scelse come non-cognome la sua ricusante X, Rammellzee ha sempre illuminato la ricca possibilità delle lettere e dei graffiti nel condurre una lotta militante e “a mano armata” lungo i cunicoli bui della metropolitana. I più anonimi mezzi di trasporto, colorati e musicati dal ritmo dell’hip hop, offrivano così ai suoi occhi la bellezza anarchica e liberata del segno irripetibile e di un più che passionale sentire a colori.

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection of David Fouks

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy and collection of the Rammellzee Estate
Il figlio di un’afroamericana del Queens ed erede di un uomo partito dall’Italia (in lode di un più che sperato sogno americano), arrivava allora in Puglia simpatizzando per la realtà di provincia che, tra sondata collaborazione dal basso e un’apparente distanza da tutto, sapeva abbracciarlo con l’inventiva e la genialità artigiana, che aveva già sperimentato nella notoriamente difficile periferia newyorkese. Sostenuto dal ritmo della danza e da una performance passante per i più famosi Garbage Gods (costumi artigiani a metà strada tra utopia cyber e tradizione tribale afroamericana), l’universo colorato e gioiosamente arrabbiato di Rammellzee illuminerà con l’energia di una scossa, molto presto, anche i cieli di Bolzano.

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Johnny Grizot

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy and collection of the Rammellzee Estate

Installation view – gallery Ziegler (Zurich) – photo : Peter Schälchi
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Ziegler

Installation view – gallery Ziegler (Zurich) – photo : Peter Schälchi
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Ziegler

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Ziegler

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy of the Rammellzee Estate, collection Ziegler

installation view – Palais de Tokyo, 2025 – photo : Aurélien Mole
Courtesy and collection of the Rammellzee Estate
Articolo di Floriana Savino
