Art Hangover creativo: il cervello non è un interruttore
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Hangover creativo: il cervello non è un interruttore

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Irene Pollini Giolai

Hai finito. Consegnato, chiuso, pubblicato, smontato. Eppure, il sollievo e la soddisfazione che immaginavi non arrivano, anzi. Al loro posto arriva una specie di vuoto, un vuoto scomodo da abitare. Ti svegli senza sapere bene dove dirigere l’attenzione, fai fatica a concentrarti, sei stanca, svuotata, forse persino un po’ triste. Come se, per settimane o mesi, qualcuno avesse occupato ogni stanza della tua testa e ora fosse sparito senza nemmeno un biglietto.
Non è una diagnosi clinica, ma è una sensazione in cui molte persone si riconoscono. Possiamo chiamarla hangover creativo.
E, dal punto di vista neuropsicologico, non è affatto difficile da capire.

hangover creativo
credits: Brian Cronin

La creatività non nasce da un unico punto del cervello, né da una misteriosa ispirazione che compare quando decide lei. È il risultato di una conversazione continua tra reti diverse, che devono fare cose molto lontane tra loro eppure imparare a collaborare.

C’è la Default Mode Network, la rete che si attiva quando vaghiamo con la mente: quando recuperiamo ricordi, immaginiamo scenari, facciamo associazioni improbabili, costruiamo mondi possibili o torniamo ossessivamente su una frase, una scena, un’intuizione. È la parte di noi che lascia entrare il caos.

Poi c’è la Executive Control Network, quella che al caos deve dare una forma. Serve quando bisogna scegliere, tagliare, tenere insieme i pezzi, rispettare una consegna, prendere decisioni, trasformare un’intuizione fragile in qualcosa che possa stare in piedi anche fuori dalla nostra testa.

hangover creativo
credits: Mattia Riami

A coordinare questo passaggio interviene la Salience Network: una sorta di regia interna che decide cosa merita attenzione, cosa va lasciato cadere e quando è il momento di passare dall’immaginazione al controllo. In pratica: quella funzione invisibile che prova a impedire alle idee di restare soltanto idee.

Durante una fase creativa intensa, queste reti lavorano insieme senza quasi mai concedersi una vera pausa. A loro si aggiungono i circuiti della ricompensa, modulati dalla dopamina, i sistemi dell’attenzione, la memoria di lavoro, la regolazione emotiva. Non stiamo solo “facendo una cosa”: stiamo tenendo aperte molte finestre contemporaneamente, spesso per molto tempo.

credits: Harry Mckenzie

Per questo, quando finiamo, può arrivare quella sensazione di essere svuotati. Non perché abbiamo perso la creatività, e nemmeno perché il progetto non era abbastanza importante da lasciarci qualcosa. Piuttosto perché abbiamo speso risorse cognitive, emotive e immaginative reali. Abbiamo chiesto alla mente di restare accesa molto a lungo. Forse quello che chiamiamo blocco, allora, non è sempre un fallimento. A volte è solo una fase di decompressione. Il momento in cui il cervello smette di produrre per rimettere ordine, consolidare quello che ha attraversato, fare spazio.

Il cervello creativo non è un interruttore: non resta acceso per sempre, né dovrebbe. Alterna slanci e silenzi, accumulo e restituzione, immagini che arrivano tutte insieme e giorni in cui non sembra arrivare più niente.

E forse la parte più difficile non è tornare a creare. È accettare che, dopo aver dato forma a qualcosa, abbiamo il diritto di non essere immediatamente pronti a riempire il vuoto che resta.

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Scritto da Irene Pollini Giolai

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