Difficile etichettare un creativo come Rui Tenreiro, seppur ancora giovane nella sua vita ha ricoperto una miriade di ruoli, tutti però riguardanti la sfera artistica.
Nato nel 1992 in Mozambico, in un periodo storico complesso, si era infatti da poco conclusa la guerra civile in un contesto cui sembrava impossibile emergere e soprattutto ipotizzare una carriera nell’arte o nella musica.
Nella sua carriera ha lavorato come illustratore, scrittore, editore, burattinaio, regista e animatore. Come dicevamo è difficile definirlo anche se in fondo si vede più come direttore artistico, il primo ruolo che ha ricoperto quando ha lasciato il Mozambico per lavorare in Sud Africa.
Recentemente la sua attenzione si è focalizzata maggiormente sul suo paese e non più sull’Europa, dove a detta dell’artista è più facile emergere e sono molteplici le possibilità che a un artista venga commissionato un lavoro.
Per esempio in Tanzania, spiega, c’è una scena fumettistica di nicchia chiamata “katuni” con una produzione locale che è iniziata negli anni Settanta. “Hanno creato un cast di personaggi, e un insieme molto specifico di storie, sullo status e sulle donne, sulle auto e sulla ricchezza.”
Rui Tenreiro si è concentrato sull’enorme potenziale creativo presente in Africa, recentemente infatti ha disegnato un fumetto di 10 pagine. Pubblicato dalla rivista McSweeney’s, il focus è interamente sulla guerra in Siria.
Per questo lavoro ha preso ispirazione dal lungometraggio “Le ballon rouge” di Albert Lamorisse del 1956. Ha inizialmente pensato ad un omaggio con il palloncino rosso che galleggia sulle zone devastate dalla guerra, poi ha virato su l’aggiunta di un pallone da calcio perché a suo dire è un simbolo positivo, pieno di speranza.
Ciò che è uscito, senza troppi giri di parole è un mix inquietante di calma e caos, cumuli di macerie e di edifici crollati su se stessi. “Le foto della Siria sono semplicemente pazzesche”, dice Rui, “non si può distogliere lo sguardo“.
Quando ha iniziato questo lavoro non aveva in mente nessun messaggio. Ha solo pensato che sarebbe stato interessante far conoscere ai lettori l’attuale situazione, cosa che di solito è molto difficile da realizzare in una rivista che non è solita approfondire temi di questo genere.




