Al salone dell’auto di Ginevra in compagnia di SEAT

Al salone dell’auto di Ginevra in compagnia di SEAT

Gabe · 8 anni fa · Style

Il 3 marzo ho fatta una scappata di 24 ore a Ginevra per il salone dell’auto, invitato da SEAT. Ed è stata una giornata lunga.

La sveglia è suonata alle 6:30. Il tempo di riconettere e ricordare di essere ad Annecy, paese francese al confine con la Svizzera dove ero arrivato la notte prima, che tutto quello che avevo visto dalla macchina al mio arrivo era totalmente cambiato, era tutto bianco. Si, completamente ricoperto di neve.

La mia macchina fotografica già scalpitava alla vista di quel candore e quindi prima di avviarci verso il salone sono riuscito a convincere il gruppo a fare un passaggio al centro del paese per scattare il centro storico, che sembra rubato a qualche favola dal sapore medievale e posizionato lì con uno stuolo di gabbiani a custodirlo.

Esaudito il mio desiderio da instagrammer viziato, eccoci in macchina per scoprire questo luogo che dicono sia il paradiso delle 4 ruote. Entrati, ti trovi davanti un open space infinito dove tra corridoi lunghi, milioni di luci al soffitto e tantissima gente, inizi a scorgere subito le vere protagoniste dell’arena: auto in tutti i modi possibili.

La prima tappa è allo stand SEAT, dove ci “presentano” la vera novità di casa, la Ateca. Il primo suv della storia del brand: tecnologico (qualsiasi smartphone si collega al volo al computer di bordo grazie al SEAT Full Link, ha una Top View con 4 camere che coprono l’area circostante, il portellone elettrico che si apre solo “con l’imposizone del piede” e tante altre diavolerie…), dal design esclusivo e caratterizzato da un versatilità urbana. Il tutto ovviamente Created in Barcellona, l’anima spagnola del brand che con questo modello viene evidenziata ancora di più.

Al salone dell'auto di Ginevra con Seat

Tante foto di rito e una in particolare, dove vi faccio vedere quanto sta funzionando bene la palestra, eccola qui ;)

Subito dopo comincia il giro insieme agli amici di Riders, molto più informati di me in materia, che mi raccontano un bel po’ di news del mondo motori. Tra fuoriserie incredibili, auto con la carrozzeria che si illumina, gente a caso con oculus, qualche clacson che random suona perchè qualcuno è entrato in maniera goffa in un’auto superlusso, monitor giganti dentro plance essenziali (vedi qui) e ovviamente auto imbarazzanti, la giornata passa via veloce, fino ai saluti finali. Prima di prendere il treno riesco pure a fare 2 scatti al Jet d’eau che sopisce la la mia infinita sete fotografica. Qui sotto c’è un bel po’ di roba che ho fotografato per farvi vivere al meglio l’evento e se vi viene voglia di andarci potete già organizzarvi per l’anno prossimo.

Al salone dell'auto di Ginevra in compagnia di SEAT | Collater.al
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https://vimeo.com/158031028
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East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace

East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace

Emanuele D'Angelo · 4 giorni fa · Photography

East Ended è un progetto fotografico di Dougie Wallace sul processo di gentrificazione in corso nel quartiere di Londra. Diretto e schietto il fotografo scozzese attraverso i suoi scatti denuncia la realtà e gli eccessi di Shoreditch. Immagini evocative e provocanti fanno luce su quanto accade, una sorta di protesta contro il caro immobili, che ormai da anni affligge la zona.
Ma non solo, documenta la storia mutevole raccontata sui muri di questo quartiere e sottolinea che prima che diventassero una forma d’arte urbana riconosciuta, i graffiti erano sinonimo di degrado e abbassavano al minimo i valori delle proprietà circostanti.

I muri dipinti a spruzzo ora emanano un’implicita autenticità e diventano una preda per i tanti acquirenti, le più note case di moda si sono concentrate molto con la pubblicità nell’East End, attirando l’attenzione di tanti appassionati. Gucci ad esempio, a Londra come a Milano, ha disegnato e poi dipinto delle intere facciate di grandi palazzi.
La trasformazione dell’East End londinese dal degrado urbano alla moda è l’esempio definitivo del potere dell’arte di rigenerare un quartiere per renderlo attraente per la classe creativa emergente.

Dougie Wallace, con degli scatti pungenti, ha anche immortalato il lavoro di molti artisti di successo, tra cui Ben Eine, storica creativa della capitale britannica con un distinto stile tipografico sui muri.
Ogni dettaglio percepito dalla macchina fotografica può essere interpretato sia come una forma d’arte che come una chiamata alle armi. Uno stile duro che l’ha sempre contraddistinto e adesso da abitante di Shoreditch, portavoce di una protesta complessa ma profonda sui cambiamenti sociali e non solo che attraversano Londra.


East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace
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East Ended, Shoreditch attraverso le lenti Dougie Wallace
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Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione

Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione

Federica Cimorelli · 4 giorni fa · Photography

Il tempo passa e inevitabilmente il mondo cambia. Ogni nuova generazione porta con sé tradizioni, ritmi, abitudini e vizi diversi, ci sono sempre delle voci fuori dal coro, ma dobbiamo ricordare che l’eccezione conferma la regola. Ignorare il cambiamento è sbagliato, guardarlo da vicino invece può essere un esercizio utile e costruttivo. È proprio questo ciò che fa Laura Lobos con la fotografia.

Laura Lobos, fotografa freelance con base a Barcellona, usa la sua arte per raccontare il mondo da una prospettiva diversa. Il suo obiettivo è descrivere la vita, la quotidianità e le relazioni interpersonali delle donne della nuova generazione.

Sono affascinata dalla relazione che i giovani hanno con i social media, la sessualità e la femminilità. Penso che la nuova generazione stia creando una nuova forma di comunicazione con il mondo, specialmente attraverso Internet. Le ragazze non scrivono più lettere d’amore, ma praticano sexting e mandano nudes. La loro celata vulnerabilità mi fa venire il desiderio di fotografarle.

Gli scatti di Laura Lobos sono la prova concreta e tangibile dei questa epoca e un ritratto contemporaneo della Gen Z. Guardate qui una selezione dei suoi lavori, seguitela su Instagram e sul suo sito personale.

Courtesy Laura Lobos

Laura Lobos fotografa le donne della nuova generazione
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Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)

Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)

Giorgia Massari · 3 giorni fa · Photography

Non sono sicura che sia la componente sessuale ad attirare la mia attenzione. Forse sono alcuni elementi, in particolare le lumache, a suscitare in me un senso di familiarità, ma anche di nostalgia verso qualcosa che non riesco ben a identificare. Un richiamo alla mia infanzia c’è e sono proprio le lumache a evocarlo. Erano loro le mie uniche compagne di gioco quando passavo l’estate in una località di montagna sperduta, nel giardino della casa dei miei nonni che dopo un temporale diventava l’habitat perfetto per queste piccole creature tanto viscide quanto curiose. Allora le prendevo dal guscio, le appoggiavo sulle mie braccia e le facevo strisciare su di me, divertita dalla scia di bava che lasciavano sulla mia pelle. Io non lo sapevo, ma le stavo assimilando. In effetti, è proprio questo quello di cui parla Ivana Sfredda negli scatti che mi ha mostrato qualche settimana fa nel suo studio di Milano. Soak up è il titolo della serie ancora in work in progress che la fotografa molisana porta avanti dal 2022, o forse anche da prima. Interpretando alla lettera il termine anglosassone soak up, questo si riferisce proprio alla sensazione di godimento che si percepisce nell’atto di assimilare. Un bisogno umano e animale senza eguali, quello di unirsi a qualcuno o a qualcosa, di essere connesso e di «annientare i confini che delimitano un corpo».

ivana sfredda
ivana sfredda

Gli scatti in macro di Ivana Sfredda non contemplano alcuna gerarchia di soggetto. Una fragola nella bocca di un uomo, un gruppo di vermi attorcigliati tra loro, una goccia che sta per cadere da un vecchio rubinetto, tutti appaiono uno dopo l’altro in un carosello di immagini che mano per la mano ballano in un girotondo perpetuo, senza strattoni né prepotenze. Mano nella mano, uniti, assimilati l’uno all’altro, nell’altro. Così che nell’atto di incontro tra due corpi, non esiste più un corpo mio e un corpo tuo. Le dinamiche di potere che l’uomo stesso ha costruito nel rapporto tra l’artefatto e il naturale si annullano. Forse è qui che si inserisce il mio ricordo infantile, dove è chiaro che in quell’arco spazio-temporale io non conoscessi quest’imposizione e nessun costrutto aveva ancora avuto tempo di insediarsi nella logica tale per cui oggi in me esiste la disequazione uomo > animale o ancora di più artificio > natura.

ivana sfredda
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una tensione che muove l’uno verso l’altro

Ma c’è qualcosa che va oltre a questa incoscienza o coscienza non ancora corrotta. Me lo spiega Ivana citando Mario Perniola, filosofo, scrittore e teorico dell’arte contemporanea, addentrandosi nella sessualità citata all’inizio. Perché è chiaro che nell’unione di due corpi vi sia una tensione che muove l’uno verso l’altro, ma che non deve per forza essere carica di un fine godurioso. Forse è solo un bisogno inconscio di perdere la propria forma originaria?

«Perniola individua nella sessualità un punto di sospensione che definisce sessualità neutra: ovvero il distacco dal proprio corpo che implica un sentire estraniato, cibernetico e, appunto, neutro. Questa pulsione erotica si slega dalla ricerca del godimento carnale in funzione di un contatto intenso in cui il corpo organico e inorganico diviene una superficie significante. Un sistema di comunicazione molto potente che salta oltre le categorie di umano/artificiale, umano/animale, animale/artificiale – relativo all’essere in quanto tale – che traccia le architetture fluide di un corpo alternativo».

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nell’incontro con l’altro l’io è come soddisfatto

Come mi spiega Ivana Sfredda, nell’incontro con l’altro l’io è come soddisfatto. Questo mi fa pensare a un libro che ho letto tempo fa, quando ero in cerca di una nuova me più consapevole. Un nuovo mondo di Eckhart Tolle – recuperato nella sezione “esoterismo” di una libreria -, in effetti parlava proprio di questo. Di come l’io esiste solo nel riflesso nell’altro, quando avviene l’annullamento dell’ego che non fa altro che definire i confini di una prigione entro cui vive una falsa narrazione di noi stessi. Quindi negli scatti di Ivana Sfredda, che, come mi spiega, sono una sorta di esercizio e di gioco, tutto ciò è tradotto visivamente, come a esplicitare l’esistenza quotidiana e diffusa di continue connessioni paritarie e armoniche tra elementi apparentemente distanti sia su un piano gerarchico che semantico.

«La serie si focalizza sul significato di contatto e di energia relazionale, un esercizio a immaginare come queste relazioni incomplete possano rappresentare dei profondi portali di insegnamento.»

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Courtesy & Copyright Ivana Sfredda

Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)
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Ivana Sfredda, se assimiliamo per godere (e per perdere l’io)
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Alec Gill e la storia di Hessle Road

Alec Gill e la storia di Hessle Road

Anna Frattini · 2 giorni fa · Photography

Alec Gill è un fotografo, storico e psicologo inglese nato a Hull, una città nella contea dell’East Riding dello Yorkshire, notoriamente portuale. Qualche anno fa è partita una raccolta fondi su Kickstarter per celebrare i cinquant’anni dalla prima foto realizzata per il progetto dedicato a Hessle Road con un libro e ne parliamo qui oggi. L’archivio di 7,000 fotografie – scattato con la sua Rolleicord twin-lens reflex – risale al decennio fra il 1970 e il 1980. Sono 240 le immagini finite in The Alec Gill Hassle Road photo archive e in ognuna di queste si respira a pieni polmoni l’atmosfera di un momento storico difficilissimo per gli abitanti. Si tratta del declino dell’importazione della pesca e le demolizioni della mass housing nella zona.

alec gill photo archive

The Alec Gill Hassle Road photo archive

Il libro, lanciato il 18 maggio scorso, è stato scritto e pensato a Iranzu Baker e Fran Méndez. In questa intervista di Port, Baker racconta alcuni aspetti del lavoro con Alec Gill. Il fotografo – nel corso della stesura del libro – si è infatti dimostrato «estremamente curioso, determinato e dedicato». In quegli anni, Gill si è concentrato anche sulla mancanza di aree gioco per i bambini e sul modo in cui le generazioni più giovani si sono adattate ai cambiamenti nella zona. Un altro obbiettivo è sicuramente stato quello di fermare il tempo prima della fine di un’era. Quella della pesca nella zona, terminata con le Cod Wars a partire dal 1958 fino al 1972 e al 1975. Un pezzo di storia che grazie a Gill non è stato dimenticato.

Quella di Gill è una vera e propria propensione per le storie degli underdog. La volontà è stata quella di assicurarsi che le storie di questi venissero raccontate, sia adesso che al tempo degli scatti. The Alec Gill Hassle Road photo archive non è solo uno studio sociale, quindi. Si tratta della testimonianza del rapporto che Gill ha instaurato a livello umano con i suoi concittadini. Le loro storie sembrano raccontarsi da sole davanti all’obbiettivo del fotografo. Ancora, la naturalezza degli scatti non solo riprende il tema infantile ma comunica in modo estremamente funzionale momenti della vita quotidiana degli abitanti di Hassle Road.

Alec Gill e la storia di Hessle Road
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