The Speed Project raccontato nel docu-film From Los Angeles To Las Vegas

The Speed Project raccontato nel docu-film From Los Angeles To Las Vegas

Giulia Guido · 1 anno fa · Art

È iniziato tutto nel 2014 quando sei corridori partendo da Los Angeles arrivarono a Las Vegas.
340 miglia, ovvero poco più di 550km, in 41 ore.

“340 miles. LA to Vegas. On foot. No rules.”

Da allora ogni anno team e gruppi di appassionati di corsa si sono messi in gioco con l’obiettivo di arrivare alla fine di questa impresa a staffetta facendo diventare The Speed Project un vero e proprio evento mondiale.
È una storia di fatica e forza fisica che si presta benissimo a essere raccontata per immagini. È quello che ha fatto Johnny Carrano nel docu-film From Los Angeles To Las Vegas, raccontando una gara in cui l’importante non è vincere, non è fare un tempo migliore degli altri, ma arrivare alla fine, per sé stessi, per la propria squadra, ma anche per le altre squadre e per chi non ce l’ha fatta. In particolare seguiamo la gara del team 442 Snakes, che per l’occasione ha scritto un testo, simile a un flusso di coscienza, che ci racconta questa incredibile esperienza.

From Los Angeles To Las Vegas è stato presentato in anteprima a Milano il 6 dicembre e se ve lo siete persi potete rivederlo qui sotto.

“Arriviamo da qui a Las Vegas?”
Solo 40 i team in gara, provenienti da tutto il mondo.
Non è una gara ufficiale.
Non c’è nient’altro che una partenza, un arrivo e un faldone di mappe e indicazioni stradali.
Finalmente il grande giorno. 4 di mattina, il Santa Monica Pier è vivo come alle 4 di pomeriggio.
I volti sono assonnati, ma l’adrenalina tiene svegli tutti quanti. 40 runner si stanno già scaldando, per il colpo di pistola che darà il via all’impresa.
Bang! In poco tempo, la brezza marina lascia spazio al calore della città. Ognuno affronta la sua frazione e imposta il proprio ritmo.
In un attimo, la carovana dei camper esce da Los Angeles, le strade costeggiate da palazzi lasciano spazio ad una strada in salita, e la frescura mattutina viene presto sostituita dal caldo sole californiano.
Si corre imperterriti, tra caldo, sudore e vento contrario.
Si entra lentamente in una routine insolita, fatta di stretching, alimentazione, micro-sonni. In poco tempo ci si rende conto che correre per 10 km di fila sotto quel sole è da pazzi, ma per fortuna il tramonto arriva prima del previsto,
Durante la notte non si riesce a dormire.
La strada si fa più difficile, l’asfalto lascia spazio alla strada sterrata e, in alcuni tratti, alle dune di sabbia. L’alba sembra non arrivare mai.
Il sole che si alza nel mezzo del nulla.
Nonostante la stanchezza sia palpabile, il buon umore non svanisce.
Dopo il lungo pezzo di sterrato, inizia la parte finale: il deserto del Mojave, la temutissima Death Valley.
Una strada lunga, dritta, in mezzo al nulla, senza il minimo segno di ombra.
Si rallenta inevitabilmente, cominciano le prime crisi, principi di insolazione, qualcuno vomita, qualcuno non riesce a correre più di 2 km di fila.
Arriva ancora la notte e le frazioni si allungano di nuovo, ma le gambe sono stanche, e la finish line sembra ancora lontanissima.
Nemmeno il tempo di un sospiro di sollievo per l’arrivo del “fresco” cominciano delle lunghe ed interminabili salite.
Qualcuno sembra mollare.
Gli altri team rallentano, e ad ogni avversario superato ci si ricarica di adrenalina.
Dopo l’ultima, interminabile salita le sagome delle montagne si intravede una macchia di luce nella notte.
Ad una maratona di distanza c’è Sin City!
La stanchezza viene alleviata dall’irrefrenabile voglia di arrivare, di scattare una foto al fantomatico cartello “Welcome to Fabulous Las Vegas”.
L’ultimo miglio decidiamo di correrlo tutti assieme, per provare l’ebbrezza di correre sulla Strip, per prenderci i meriti di una cosa che abbiamo fatto assieme, tutti.
Dopo 47h e 47’ le gambe non hanno più motivo di stare in movimento, siamo arrivati, ce l’abbiamo fatta.
Ci sono voluti giorni per renderci conto di quello che abbiamo fatto, niente di sovrumano ma qualcosa che difficilmente dimenticheremo.
Il caldo, la sabbia, la gola perennemente secca, il senso di stanchezza, i cani che ti abbaiano contro o lo stomaco che va in subbuglio.
E non importa se chi ha vinto la gara ha impiegato più o meno di noi, non eravamo venuti qui per vincere ma per fare qualcosa che restasse, in noi, tutti, tutti assieme.

 

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The Guestbook: la nostra intervista a João Marques

The Guestbook: la nostra intervista a João Marques

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ci sono bastati pochi secondi sul suo profilo Instagram, per innamorarci degli scatti di João Marques, fotografo di Lisbona.

Se dovessimo trovare una parola con cui descrivere le sue fotografie è contemplazione, legata sia ai soggetti che scatta sia agli spettatori. Infatti, molte delle sue immagini ritraggono figure di profilo o viste di schiena con gli occhi puntati verso il cielo, di notte, di giorno, al tramonto, pieno di stelle o illuminato dalle luci della città. Come loro, anche noi rimaniamo completamente incantati dai suoi lavori.

Incuriositi abbiamo fatto qualche domanda a João Marques che ci ha raccontato come è nata la sua passione per la fotografia.

Raccontaci come ti sei avvicinata alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

È iniziato tutto quando avevo circa 13 anni, a quel tempo ho chiesto a mio padre di provare la sua macchina fotografica digitale, era una Olympus e per me è stata una figata. Ho iniziato a fare per lo più ritratti dei miei amici ed è stata una cosa che mi è sempre rimasta impressa negli anni della scuola. Vivevo in una città molto piccola e la fotografia è diventata il mio hobby, filmavo e fotografavo sempre i miei amici. A 17 anni mi sono trasferito a Lisbona per finire il liceo e l’anno successivo ho frequentato la scuola di cinema. In quei tre anni mi sono concentrato soprattutto sul cinema, ho guardato molti film e ho coltivato di più la mia passione per il cinema. Solo nel 2018, dopo aver finito la laurea e aver diretto il mio primo cortometraggio “Incomum”, mi sono fermato un attimo e ho pensato che poteva essere una buona idea approfondire le mie conoscenze sulla fotografia, che ha fatto parte della mia vita per tanto tempo ma mai consapevolmente. Sono andato alla Ar.Co e ho fatto un corso di un anno e in quel momento ho ricominciato a farlo, e ho continuato ad andare avanti.

Cosa è per te la fotografia e cosa cerchi di raccontare attraverso i tuoi scatti?

La maggior parte delle volte lavoro d’istinto, quindi non c’è molta riflessione dietro il mio lavoro. A questo punto una cosa che ho capito di me stesso è che ho il bisogno di creare e di esprimermi artisticamente in qualche forma. Amo il fatto che la fotografia mi abbia dato questa opportunità di produrre istantaneamente, di creare un’idea o di esprimere la mia percezione di un sentimento su un’immagine. Per qualcuno come me che ha già un background anche sul mondo del cinema, dove tutto è molto più complesso e coinvolge molte persone, la fotografia mi dà la possibilità di fare quasi da moodboard a come voglio che siano i miei film. 

Quali attrezzature utilizzi per scattare? Quali strumenti porti con te quando scatti e perché?

Ho girato sia in analogico che in digitale. La mia fotocamera digitale è una Sony A7 III e la mia fotocamera a pellicola è una Pentax K1000. È divertente perché in realtà non ho mai avuto altre fotocamere a pellicola. Stavo pensando di passare a una macchina fotografica da 120 mm, ma per ora continuo a usare questa. Non mi piace fare molta pianificazione, quindi credo che la maggior parte delle volte non prendo nient’altro oltre alla macchina fotografica. Se prendo qualcosa sarebbe una piccola luce o qualche oggetto di scena che vorrei usare per lo scatto.

C’è uno scatto a cui sei più legato? Puoi raccontarcelo?

Se dovessi scegliere una sola immagine, forse questa. Questa immagine è stata scattata intorno alle 2 del mattino del 1° gennaio 2019. Questo è stato il giorno in cui ho iniziato questa serie che ho intitolato ‘the sky is a painting’ di scatti notturni. Questa rappresenta tutte le altre immagini notturne simili che ho fatto. Mi sono sempre sentito legato alla notte e al cielo. Ero abituato a fissare molto il cielo e ad avere uno di quei momenti in cui mi rendo conto di quanto siamo piccoli. Mi piace giocare con questa idea dell’umano contro l’universo. In futuro vorrei fare un libro fotografico con tutti i miei scatti atmosferici notturni.

Ci sono artisti che segui o ai quali ti ispiri?

Certo, ci sono altri fotografi che seguo attraverso i social media che trovo stimolanti, per lo più penso che ciò che mi attrae sia un punto di vista personale del mondo e della vita. Alcuni artisti che consiglio vivamente di vedere sono Mia Novakova, Maya Beano, Tristan Hollingsworth e Edie Sunday, per esempio. Tuttavia penso che ciò a cui mi ispiro di più siano i film. Alcuni registi che mi hanno ispirato sono David Lynch, Jonas Mekas, Teresa Villaverde, Wong Kar-Wai e Robert Bresson.

The Guestbook: la nostra intervista a João Marques
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

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Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @carla_sutera_sardo, @odetteombra, @lmashtalerova, @siria.d.angelis, @moulayahmed2.0, @paolatala_10, @francescaersilia1, @adriano.losacco, @valeriaroscini, @martinanorii_.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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EST. TRAMONTO – #ontheroof

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Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso

Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Sensuali e passionali, belli come le ragazze che ritraggono e in bianco e nero, sono gli scatti di Leonardo Glauso racchiusi nel suo ultimo libro “Erotic Photography”. 

Classe 1989, Leonardo è nato e cresciuto a Firenze, città che dopo tutti i suoi viaggi e i suoi trasferimenti lo ha visto tornare. Infatti dopo aver lavorato a Milano e nelle più importanti città europee oggi vive e lavora nella sua città natale. Dopo essersi laureato Graphic Design ha deciso di dedicarsi interamente alla fotografia, proseguendo gli studi presso la Scuola internazionale di Fotografia di Firenze. 

Con il tempo si è specializzato in fotografia di nudo artistico e di moda e oggi conta svariate collaborazioni con nomi nazionali e internazionali come GQ, Icon EL PAÍS, Schön! Magazine e tanti altri. 

È proprio sul nudo artistico che si focalizza Erotic Photography il suo ultimo libro che arriva dopo altre cinque pubblicazioni degne di nota Naked Girls, Private Nudes, Model Casting, Women in Film e Nude Book

Erotic Photography è una collezione di scatti tutti rigorosamente in bianco e nero che svelano i corpi delle ragazze protagoniste come se fossero delle sculture in marmo. Il gioco di luci e ombre, che a volte rivela e altre nasconde, sottolinea le linee e le forme delle modelle, unico vero elemento delle fotografie. Niente elementi di disturbo, niente fronzoli, nulla ci distrae dalla bellezza sensuale, pura e intima dei corpi. 

È possibile acquistare Erotic Photography a questo link, se invece siete curiosi di scoprire di più su Leonardo Glauso andate a visitare il suo sito

Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso
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“The great empty” visto dal New York Times

“The great empty” visto dal New York Times

Emanuele D'Angelo · 2 mesi fa · Photography

Da Parigi a New York, passando per Monaco, Los Angeles, Hong Kong, Pechino, Milano e Nuova Delhi, il nuovo progetto del New York Times, racconta il lockdown causato dal covid-19 nel progetto “The great empty”.
Sempre più paesi sono costretti ad adottare restrizioni di uscita più o meno severe per combattere la pandemia. Mentre paesi come l’Italia hanno adottato regole di contenimento totale, altre nazioni hanno finora “semplicemente” chiuso alcune aree. Tutto il mondo vive un’atmosfera irreale, i luoghi pubblici vengono abbandonati dalla gente e i supermercati presi d’assalto.

Il New York Times presenta al meglio il suo progetto: “Questo vuoto attuale è una necessità sanitaria. Può far pensare alla distopia, non al progresso. Ma alla fine conferma anche che, ascoltando gli esperti e restando a casa, non abbiamo perso la nostra capacità di unirci per il bene collettivo. Queste immagini ti perseguitano e ti perseguiteranno, sembrano film apocalittici, ma in un certo senso trasmettono anche un messaggio di speranza”.

Il progetto del New York Times contempla il vuoto creato dall’isolamento in luoghi solitamente affollati, caotici, pieni di gente. Un modo per illustrare e ricordare il cambiamento radicale delle nostre abitudini in questi tempi di crisi sanitaria globale. 
Dai luoghi turistici ai piccoli ristoranti tipici, è l’assenza di vita a sconvolgere questi posti comuni, ognuno più suggestivo dell’altro.

Scatti che racontano il silenzio di tante città, con l’auspicio che si possa tornare più in fretta possibile alla vita di tutti i giorni.

“The great empty” visto dal New York Times
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“The great empty” visto dal New York Times
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