The Speed Project raccontato nel docu-film From Los Angeles To Las Vegas

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10 Dicembre 2018

Una strada, delle scarpe da corsa e una passione, è The Speed Project, l’impresa raccontata da Johnny Carrano nel docufilm From Los Angeles To Las Vegas.

È iniziato tutto nel 2014 quando sei corridori partendo da Los Angeles arrivarono a Las Vegas.
340 miglia, ovvero poco più di 550km, in 41 ore.

“340 miles. LA to Vegas. On foot. No rules.”

Da allora ogni anno team e gruppi di appassionati di corsa si sono messi in gioco con l’obiettivo di arrivare alla fine di questa impresa a staffetta facendo diventare The Speed Project un vero e proprio evento mondiale.
È una storia di fatica e forza fisica che si presta benissimo a essere raccontata per immagini. È quello che ha fatto Johnny Carrano nel docu-film From Los Angeles To Las Vegas, raccontando una gara in cui l’importante non è vincere, non è fare un tempo migliore degli altri, ma arrivare alla fine, per sé stessi, per la propria squadra, ma anche per le altre squadre e per chi non ce l’ha fatta. In particolare seguiamo la gara del team 442 Snakes, che per l’occasione ha scritto un testo, simile a un flusso di coscienza, che ci racconta questa incredibile esperienza.

From Los Angeles To Las Vegas è stato presentato in anteprima a Milano il 6 dicembre e se ve lo siete persi potete rivederlo qui sotto.

“Arriviamo da qui a Las Vegas?”
Solo 40 i team in gara, provenienti da tutto il mondo.
Non è una gara ufficiale.
Non c’è nient’altro che una partenza, un arrivo e un faldone di mappe e indicazioni stradali.
Finalmente il grande giorno. 4 di mattina, il Santa Monica Pier è vivo come alle 4 di pomeriggio.
I volti sono assonnati, ma l’adrenalina tiene svegli tutti quanti. 40 runner si stanno già scaldando, per il colpo di pistola che darà il via all’impresa.
Bang! In poco tempo, la brezza marina lascia spazio al calore della città. Ognuno affronta la sua frazione e imposta il proprio ritmo.
In un attimo, la carovana dei camper esce da Los Angeles, le strade costeggiate da palazzi lasciano spazio ad una strada in salita, e la frescura mattutina viene presto sostituita dal caldo sole californiano.
Si corre imperterriti, tra caldo, sudore e vento contrario.
Si entra lentamente in una routine insolita, fatta di stretching, alimentazione, micro-sonni. In poco tempo ci si rende conto che correre per 10 km di fila sotto quel sole è da pazzi, ma per fortuna il tramonto arriva prima del previsto,
Durante la notte non si riesce a dormire.
La strada si fa più difficile, l’asfalto lascia spazio alla strada sterrata e, in alcuni tratti, alle dune di sabbia. L’alba sembra non arrivare mai.
Il sole che si alza nel mezzo del nulla.
Nonostante la stanchezza sia palpabile, il buon umore non svanisce.
Dopo il lungo pezzo di sterrato, inizia la parte finale: il deserto del Mojave, la temutissima Death Valley.
Una strada lunga, dritta, in mezzo al nulla, senza il minimo segno di ombra.
Si rallenta inevitabilmente, cominciano le prime crisi, principi di insolazione, qualcuno vomita, qualcuno non riesce a correre più di 2 km di fila.
Arriva ancora la notte e le frazioni si allungano di nuovo, ma le gambe sono stanche, e la finish line sembra ancora lontanissima.
Nemmeno il tempo di un sospiro di sollievo per l’arrivo del “fresco” cominciano delle lunghe ed interminabili salite.
Qualcuno sembra mollare.
Gli altri team rallentano, e ad ogni avversario superato ci si ricarica di adrenalina.
Dopo l’ultima, interminabile salita le sagome delle montagne si intravede una macchia di luce nella notte.
Ad una maratona di distanza c’è Sin City!
La stanchezza viene alleviata dall’irrefrenabile voglia di arrivare, di scattare una foto al fantomatico cartello “Welcome to Fabulous Las Vegas”.
L’ultimo miglio decidiamo di correrlo tutti assieme, per provare l’ebbrezza di correre sulla Strip, per prenderci i meriti di una cosa che abbiamo fatto assieme, tutti.
Dopo 47h e 47’ le gambe non hanno più motivo di stare in movimento, siamo arrivati, ce l’abbiamo fatta.
Ci sono voluti giorni per renderci conto di quello che abbiamo fatto, niente di sovrumano ma qualcosa che difficilmente dimenticheremo.
Il caldo, la sabbia, la gola perennemente secca, il senso di stanchezza, i cani che ti abbaiano contro o lo stomaco che va in subbuglio.
E non importa se chi ha vinto la gara ha impiegato più o meno di noi, non eravamo venuti qui per vincere ma per fare qualcosa che restasse, in noi, tutti, tutti assieme.

 

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