Thierry Mugler, “in direzione ostinata e contraria”

Thierry Mugler, “in direzione ostinata e contraria”

Andrea Tuzio · 4 mesi fa · Style

“Devi avere fegato per essere felice; devi essere coraggioso”.
Thierry Mugler lo è stato coraggio, più di tutti. A 73 anni si è spento ieri uno dei più sfacciati sorprendenti, provocatori, talentuosi ed estremi couturier degli ultimi 40 anni, lo stilista francese Thierry Mugler.  

 
 
 
 
 
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“È con profonda tristezza che la Maison Mugler annuncia la scomparsa di Manfred Thierry Mugler. Un visionario la cui immaginazione come couturier, profumiere e creatore di immagini ha permesso alle persone di tutto il mondo di essere più audaci e di sognare più in grande ogni giorno”, con queste parole la maison da lui fondata ha annunciato la scomparsa del designer attraverso un post su Instagram.

Un uomo che non si è mai arreso, che ha lottato contro giudizi troppo affrettati, che si è rialzato dopo essere caduto e che ha reagito agli schiaffi della vita diventando un punto di riferimento del power dressing femminile e non soltanto. Le sue modelle vestite da robot, i suoi abiti ispirati alle sirene, agli insetti, ai film noir oppure ricoperti di uncini, rappresentano a pieno l’impronta insostituibile e che mai verrà cancellata del suo estro inarrivabile.
Tra un patrimonio di conoscenze enorme, una creatività senza confini e una visione unica ha segnato l’alta moda degli anni ’90 come pochissimi.

Thierry Mugler nasce a Strasburgo nel 1948 e sin da piccolo le sue attenzioni si concentrano molto di più sul disegno che sulla scuola. A 9 anni inizia a studiare danza classica e a 14 entra a far parte del corpo di ballo dell’Opéra national du Rhi. La danza però non lo distoglie dalla passione per il disegno, infatti inizia contestualmente a studiare interior design presso la School of Decorative Arts di Strasburgo.
A 22 anni si trasferisce a Parigi e inizia a lavorare come vetrinista e nei ritagli di tempo disegna abiti. Nel 1973 presenta la sua prima collezione Café de Paris che però non impressiona anzi, passa quasi del tutto inosservata. Ed è partendo da questo fallimento che Mugler costruisce il suo successo. 
Nel 1975 fonda la maison che porta il suo nome e si distacca completamente dagli stereotipi del tempo e inizia a immaginare un mondo nuovo, senza regole né limiti, trovando le sue ispirazioni lontano dal mondo strettamente legato alla couture. 
Donne forti, grintose e sessualmente sfacciate le sue, caratterizzate da un immaginario che strizza l’occhio a un mondo distopico: donne robot, automi, farfalle, soldatesse elegantissime che stravolgono totalmente l’ideale di donna eterea, quasi principesca che l’alta moda del tempo aveva imposto.  
“Il mio lavoro rende omaggio alla donna e alla sua personalità – io do loro un’armatura”.
Nel 1991 fa sfilare per la prima volta una cantante attrice, Diana Ross; nel 1992 dirige il video di Too Funky di George Michael – durante il quale si vede proprio un suo show – e crea Angel, il suo primo profumo che diventerà una delle fragranze più vendute di tutti i tempi.
Si ritira dal mondo della moda nel 2002 per concentrarsi su stesso e sul suo corpo, che ha trasformato dedicandosi al culturismo.

Negli ultimi 2/3 anni il suo lavoro e le sue creazioni sono tornate prepotentemente al centro della narrazione legata alla moda grazie a personaggi come Cardi B che ha indossato diversi suoi look vintage durante le premiazioni dei Grammy, e Kim Kardashian che per il Met Gala del 2019 ha indossato un abito realizzato appositamente per l’occasione da Mugler, per arrivare alla mostra “Thierry Mugler, Couturissime” al Musée des Arts Décoratifs di Parigi e inaugurata il 30 settembre del 2021. 

“Ho creato vestiti perché cercavo qualcosa che non esisteva. Dovevo cercare di creare il mio mondo”.

Ieri ci ha lasciato un utopista atipico, un’idealista, uno che non ha avuto paura mai di nulla e che è sempre andato “in direzione ostinata e contraria”

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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Prima dei social, prima della diffusione istantanea dei progetti e di un certo individualismo, i collettivi nati nelle accademie d’arte vivevano in un forte clima di condivisione, espresso nel profilo instagram e progetto di crowdsourcing @90sartschool.
Iniziato poco meno di un anno fa, il progetto è nato da una base di foto di archivio di Matt Atkatz, ex studente della Rhode Island School of Design. Da quel momento tanti ex alunni hanno iniziato a condividere foto delle loro serate underground nei luoghi simbolo della vibrante scena artistica di quegli anni.

Le notti ribelli di una gioventù bruciata che ha prodotto poi artisti di ogni genere, che hanno sviluppato il proprio stile in un clima di assoluta libertà e stranezza. @90sartschool è un viaggio nel tempo per diverse generazioni, una più adulta che ha vissuto la propria gioventù proprio negli anni ’90 e che riesce a cogliere i riferimenti culturali presenti in molti scatti. Per i teenager l’archivio non è un racconto nostalgico ma piuttosto una fonte di ispirazione e una macchina del tempo all’interno di ambienti che tutt’ora loro vivono ma che ha subito una forte trasformazione identitaria.

90sartschool | Collater.al
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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ai margini della società globalizzata – quella della sindrome da workaholism – e ai margini del giorno ha sempre vissuto una società che non si è mai posta confini o limiti di alcun tipo. È qui, tra le gente della notte, che dal 2018 al 2021 la fotografa Carolina Lopez ha vagato munita della sua macchina fotografica. 

Carolina Lopez è una giovane fotografa di origini latinoamericane che lavora tra gli Stati Uniti e l’Europa, dove ha preso vita il suo ultimo progetto fotografico “Les Nuits Fauves”. Le donne che popolano la vita notturna di città come Berlino, Praga, Londra, Las Vegas, Parigi e Milano sono le protagoniste dei suoi scatti. 

Con un’estetica super satura e un taglio quasi documentaristico il lavoro di Carolina è un’analisi sulla società consumistica, superficiale ed evidentemente ossessionata dalla moda e dall’estetica. Il flash accecante sella macchina fa luce su alcuni elementi, lasciandone altri totalmente al buio e restituendo quell’aspetto fugace e misterioso della notte. 

Grazie a una campagna di crowdfunding “Les Nuits Fauves” è diventato un libro ed è stato pubblicato dalla casa editrice italiana Selfself Books. Qui sotto potete trovare alcuni scatti del progetto, ma scopritelo per interno sul sito di Carolina Lopez e sul suo profilo Instagram

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Nella giornata di oggi, giovedì 7 aprile, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al quale hanno partecipato oltre quattro mila fotografi provenienti da 130 paesi.
Una giuria ha premiato i migliori scatti realizzati in occasione di reportage giornalistici, già pubblicati nelle più importanti testate mondiali come il New York Times e National Geographic. I vincitori, suddivisi in diverse categorie, hanno avuto la meglio tra 64823 altri scatti, a colori e in bianco e nero, realizzati in ogni latitudine, cogliendo pratiche antichissime, riti o gli effetti dei grandi disastri ambientali successi negli ultimi anni.

La foto vincitrice del premio assoluto come World Press Photo of the Year è quella della canadese Amber Bracken, nella quale si vedono gli abiti rossi appesi a Kamloops, per commemorare le 215 tombe non contrassegnate alla trovate alla Kamloops Indian Residential School.
La storia giornalistica dell’anno è invece quella fotografata da Matthew Abbott per National Geographic, che racconta il modo con cui gli indigeni australiani bruciano spontaneamente il sottobosco per prevenire incendi in scala più grandi. Questa pratica viene messa in atto in Australia da migliaia di anni ed è stata documentata perfettamente da Abbott.
Ci sono anche reportage portati avanti per anni, come quello di Lalo de Almeida, brasiliano che in Distopia amazzonica ha raccontato la deforestazione del polmone verde del Brasile anche a causa delle politiche ambientali del presidente Jair Bolsonaro. I volti spaesati degli indigeni hanno regalato scatti dalla forte importanza giornalistica e antropologica.

I vincitori oltre al montepremi avranno la possibilità di comparire nel World Press Photo Yearbook 2022, annuario che raccoglie le immagini più belle e i commenti della giuria per ciascuna foto, pubblicato in sei lingue e disponibile a partire da inizio maggio. Sempre nello stesso periodo partirà il tour mondiale della mostra, che nel 2021 ha toccato 66 città in 29 stati.

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Gli scaffali sono pieni di narrativa che entra a fondo nella storia artistica e personale di Jean-Michel Basquiat, pioniere del graffitismo americano elevato a forma d’arte rispettata, da collezione ed esposta nei più importanti musei del mondo.
Se le amicizie con Andy Warhol e Keith Haring sono ormai raccontate da molti dei partecipanti della scena artistica newyorkese degli anni ’80, se la storia d’amore con Madonna fa parte del lato più pop della storiografia legata a Basquiat, il 9 aprile a Manhattan inaugura una mostra che svela aspetti più intimi del pittore, attraverso le fotografie dell’album di famiglia. Il progetto si chiama “Jean-Michel Basquiat: King Pleasure©” ed è curato dalle sorelle Lisane e Jeanine, più piccole dell’artista e che lo hanno vissuto prima come fratello maggiore, timido e scherzoso, poi come un artista di fama mondiale.

Oltre 200 opere inedite tra scatti e manufatti legati alla famiglia di SAMO©, dal rapporto di amicizia con il padre Gerard a quello con la madre Matilde, colei che ha fatto scattare la scintille dell’arte al piccolo Basquiat portandolo a spasso per i musei di New York.
Attraverso le foto di famiglia si ripercorrono gli anni a Flatbush e poi a Boerum Hill a partire dal 1972. Alcuni scatti mostrano anche il biennio in Porto Rico, nel quale la famiglia si era trasferita per un’opportunità di lavoro del padre Gerard. Il ritorno a Brooklyn nel 1976 coincide con l’inizio dei primi seri esperimenti artistici, che porteranno alla prima opera venduta a Warhol nel 1979 (Stupid Games, Bad Ideas) e alla prima personale del 1982 alla Annina Nosei Gallery.
Nella mostra si racconta di un Jean-Michel Basquiat divertito nel costruire pupazzi di neve in mezzo alla strada, o a raccogliere mele con tutta la famiglia. I ritratti con in braccio le due piccole sorelle restituiscono un’atmosfera familiare facile da cogliere a molti, raccontata proprio dalle due curatrici in un articolo su Wepresent. Una mostra che è il contrario del pop, contenitore dentro il quale è spesso stato inserito Basquiat, non spirito collettivo ma nucleo minimo di affetti e creatività.

Jean-Michel-Basquiat | Collater.al
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
Photography
L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
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