Prendendo in prestito il titolo dalla celebre frase di Dorothy Gale ne Il mago di Oz, «Non c’è posto come casa», No Place Like Home della fotografa Vicky Martin parte da un’idea apparentemente semplice: la casa come rifugio, come luogo di conforto a cui si desidera tornare dopo ogni viaggio. Ma cosa succede quando è proprio la casa a trasformarsi in una fantasia?


La serie fotografica di Martin si sviluppa all’interno di una casa delle bambole immaginaria, uno spazio domestico in miniatura costruito e messo in scena con precisione quasi teatrale. L’atmosfera è sospesa tra nostalgia e inquietudine. Le due figure femminili che abitano questo ambiente sembrano muoversi in un luogo familiare e al tempo stesso soffocante, dove il ricordo dell’infanzia si intreccia con la consapevolezza adulta.


La casa delle bambole, simbolo tradizionale dell’infanzia femminile, diventa qui un dispositivo concettuale. Da bambine, quello spazio rappresentava il controllo assoluto: ogni oggetto poteva essere spostato, ogni stanza organizzata, ogni storia decisa. Un microcosmo governabile e rassicurante. Ma allo stesso tempo era anche uno strumento educativo silenzioso, un modello in scala delle aspettative future legate ai ruoli domestici e alla femminilità.

Vicky Martin trasforma questo oggetto in un’arena psicologica. Le sue immagini esplorano il conflitto tra il desiderio di rifugiarsi in una versione idealizzata del passato e l’impossibilità concreta di farvi ritorno. La nostalgia diventa una forma di resistenza: un tentativo di aggrapparsi a un sé precedente, non ancora attraversato dalla perdita e dall’estraniamento.


La casa in miniatura appare allora ambivalente: santuario e prigione, spazio di conforto e luogo di costrizione. La sua perfezione artificiale rivela la propria natura costruita, mentre l’ordine domestico suggerisce una tensione latente. Le due protagoniste mettono in scena una battaglia tra fantasia e realtà, tra il bisogno di protezione e la consapevolezza che quel ritorno è impossibile.

In No Place Like Home, la dimensione dell’abitare è insieme materiale e affettiva. La casa non è soltanto un luogo fisico, ma un insieme di memorie, aspettative e narrazioni interiorizzate. Crescendo, lo sguardo cambia, e con questo anche l’idea di casa. Ciò che un tempo appariva rassicurante ora può rivelarsi limitante, perfino claustrofobico.

Se Dorothy torna in Kansas convinta che non esista posto migliore della propria casa, Martin introduce una domanda più complessa: cosa accade quando la casa a cui vorremmo tornare esiste solo nel ricordo? E cosa resta di noi quando quel ricordo smette di essere confortante e comincia a incrinarsi?
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