Toy Stories di Gabriele Galimberti nasce da un gesto semplice, quasi ingenuo: chiedere a un bambino di farsi fotografare insieme ai suoi giocattoli preferiti. Eppure, una richiesta così elementare diventa uno strumento potentissimo per leggere il mondo e un ruolo chiave è svolto dai giocattoli che non si presentano mai solo come oggetti ma come proiezioni.
Alessia è nata e cresciuta in campagna, dove la sua famiglia possiede una delle fattorie più grandi della zona. Ama giocare con gli animali e aiutare suo nonno nei lavori della fattoria. Con i suoi piccoli attrezzi porta il cibo alle numerose mucche Chianina.
Il progetto è iniziato quasi per caso, in Toscana, quando il fotografo ha ritratto la figlia di un amico circondata dai suoi giochi. Da lì l’idea si è trasformata in un metodo: ovunque viaggiasse, Galimberti cercava famiglie disposte ad aprirgli le porte di casa per fotografare i bambini con ciò che amavano di più. Tutto questo, mettendo in ordine ogni giocattolo appartenente a ogni bambino. Nel frattempo, il fotografo ha attraversato oltre 75 Paesi, costruendo un archivio visivo che è insieme intimo e globale.
La struttura delle immagini è sempre la stessa: inquadratura frontale, il bambino al centro, i giocattoli disposti con cura attorno a lui. Ma dentro questa apparente ripetizione si apre un universo di differenze. Ci sono camere ordinate e stanze spoglie, cortili polverosi e salotti pieni di oggetti, pareti colorate e fondali improvvisati. E poi ci sono loro, i bambini, che guardano l’obiettivo con un misto di fierezza e timidezza, consapevoli di essere i protagonisti del proprio piccolo mondo.
Cun Zi Yi ha compiuto 3 anni da un mese e per il compleanno ha ricevuto molti regali. Gioca con tutto, non ha un giocattolo preferito. I suoi genitori dicono che è molto brava a disegnare e che da grande sarà un’artista.
In alcune fotografie l’abbondanza è quasi travolgente: file di macchinine, bambole, action figure, costruzioni, supereroi, videogiochi. In altre, un solo oggetto occupa la scena — un peluche consumato, una palla, un giocattolo rotto ma prezioso. Proprio in questo frangente Toy Stories smette di essere solo un progetto tenero e diventa qualcosa di più complesso. Senza bisogno di didascalie moralizzanti, le immagini raccontano le disuguaglianze economiche e le differenze culturali. Ma lo fanno con rispetto, senza spettacolarizzare la mancanza né glorificare l’eccesso.
Quello che resta costante è l’orgoglio. Che si tratti di una collezione sterminata o di un unico oggetto, ogni bambino mostra ciò che possiede con la stessa intensità. La gioia è spontanea. Ed è proprio questa tensione tra differenza e somiglianza a rendere il progetto così potente: le condizioni cambiano radicalmente, ma il legame affettivo con il proprio giocattolo è lo stesso ovunque.

Toy Stories funziona anche come una mappa dell’immaginario contemporaneo. Alcuni giochi si ripetono da un continente all’altro, segno di un mercato globale che uniforma desideri e aspirazioni. Altri scatti di Gabriele Galimberti sono legati a contesti specifici, tradizioni locali, disponibilità materiali. In ogni caso, l’insieme degli oggetti diventa una dichiarazione identitaria. I bambini non stanno semplicemente mostrando cosa hanno: stanno dicendo chi sono.

La forza del progetto di Gabriele Galimberti sta nell’equilibrio tra messa in scena e autenticità. Le composizioni sono costruite, ordinate, quasi catalogate. Eppure non perdono freschezza. Non c’è forzatura nello sguardo, non c’è pietismo, non c’è retorica. C’è un incontro. Un tempo breve ma sufficiente perché il fotografo entri in uno spazio privato e lo restituisca con delicatezza.
Maudy è nata in una capanna in un piccolo villaggio vicino a Kalulushi, in Zambia. È cresciuta giocando per strada insieme a tutti gli altri bambini del villaggio. C’è solo una scuola semplice, dove i bambini dai 3 ai 10 anni stanno nella stessa classe.
Nel villaggio non ci sono negozi, ristoranti o hotel, e solo pochi bambini sono fortunati ad avere qualche giocattolo. Qualche settimana fa Maudy e i suoi amici hanno trovato per strada una scatola piena di occhiali da sole e, da quel momento, quegli occhiali sono diventati i loro giocattoli preferiti.
Riguardare Toy Stories oggi significa anche interrogarsi su cosa significhi crescere in un mondo sempre più definito dagli oggetti. Quanto di noi si forma attraverso ciò che possediamo? Quanto il desiderio viene modellato dall’ambiente sociale, dalla pubblicità, dalle possibilità economiche?
In fondo, ogni fotografia di Gabriele Galimberti in Toy Stories è una storia minima. Un bambino, i suoi giochi, uno spazio domestico. Ma messe insieme, queste immagini diventano un racconto collettivo sull’infanzia globale: fragile, orgogliosa, profondamente umana.
Keynor è nato a Cahuita, nella costa caraibica del Costa Rica e da allora non si è mai spostato più lontano di 10 km da casa. Vive a 300 metri dalla spiaggia e qualche volta la madre lo lascia andare a fare il bagno accompagnato dal fratello maggiore Deynor, 8 anni.
Il padre ha una passione grandissima per le macchine sportive, che probabilmente non avrà mai, ma ha una collezione di circa 100 modellini. Ogni tanto il padre regala a Keynor uno dei suoi modellini e lui ama giocarci mettendo in scena delle corse intorno a casa.
in cover: Arafa e Aisha Saleh Aman, 4 anni – Bububu, Zanzibar
Arafa e Aisha sono gemelle. Dormono nello stesso letto, hanno gli stessi vestiti, vanno a scuola insieme e dividono gli stessi pochi giochi. Vivono in una casa di due stanze, entrambe camere, mentre la cucina e il bagno sono all’aperto, nel cortile. Il ritratto sopra il loro armadio raffigura il presidente di Zanzibar.
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