Art Sfidare le convenzioni di razza e di genere con Adrian Piper al PAC di Milano
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Sfidare le convenzioni di razza e di genere con Adrian Piper al PAC di Milano

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Giorgia Massari

L’aspetto di una persona può definire la sua identità? Con questo interrogativo ci addentriamo nella ricerca dell’artista afro-americana Adrian Piper (New York, 1948), «troppo bianca per i neri, troppo nera per i bianchi», da oggi 19 marzo in mostra al PAC di Milano. Race Traitor è la prima retrospettiva europea dedicata all’artista dopo oltre vent’anni, in mostra sono tantissime le opere di Piper – prestate, tra gli altri, dal MoMA, dal Guggenheim e dalla Tate – che ripercorrono sessant’anni della sua carriera. Adrian Piper, artista concettuale, minimalista e performer, indaga i complessi meccanismi legati alla determinazione razziale e della storia del meticciato. In quanto artista donna, oltre alle questioni razziali e xenofobe, l’artista restituisce personali esperienze subite relative al sessismo e alla misoginia. Ma partiamo dall’inizio del percorso e esploriamo le diverse tecniche – moltissime – e tematiche che il curatore Diego Sileo ha voluto raccogliere in questa retrospettiva.


Adrian Piper, Self-Portrait as a Nice White Lady, 1995 Pastello a olio su stampa alla gelatina d’argento
30,4 x 20,3 cm The Studio Museum in Harlem, New York © Adrian Piper Research Archive (APRA) Foundation Berlin

«Che cos’è la “razza”?» ha chiesto Agata Hofrichter a Adrian Piper durante l’intervista per il catalogo del PAC.

Non è niente. Non esiste una cosa, uno stato, un evento o una condizione verificabile che sia la razza. Il termine “razza” non si riferisce a nulla di reale. È piuttosto una fantasia, come la fatina dei denti, che le persone hanno usato per vari scopi di autocelebrazione o autocondanna, da circa trecento anni.

Ha risposto così Adrian Piper che ha dedicato la sua vita alla lotta contro il razzismo, cercando di eliminare il concetto di “razza” dal suo pensiero. «Cerco di non descrivere mai altre persone con gli aggettivi “nero” o “bianco”, che ora mi sembrano insulti razzisti puri e semplici» continua Piper, «Cerco di sostituire con termini più precisi, come “rosa”, “avorio”, “color crema”, “beige”, “mogano”, ecc. Ma in una conversazione spontanea, a volte le parole razziste antiquate sfuggono comunque perché la mia mente è stata profondamente programmata da esse.»


Adrian Piper, Safe, 1990, Installazione, tecnica mista. Quattro stampe alla gelatina d’argento con testo serigrafato montate su anima di schiuma, traccia sonora. © Adrian Piper Research Archive (APRA) Foundation Berlin Foto: Andrej Glusgold

Il percorso del PAC – che riunisce oltre cento opere tra installazioni, video, fotografie, dipinti e disegni – si apre con le opere giovanili di Adrian Piper, capaci di offrire al visitatore un contesto temporale e culturale ben preciso. Siamo negli anni Sessanta, l’artista non ha ancora iniziato la scuola d’arte ma è già chiaro il suo tentativo di guardare oltre la superficie delle cose. Con gli “LSD paintings” Piper sta cercando qualcosa di altro, più tardi lo farà con gli studi filosofici, in particolare quelli sul filosofo tedesco Immanuel Kant con il quale condivide la convinzione che la vera realtà non è quella che vediamo. In altre parole Piper ricerca il mondo noumenale, che secondo Kant è quel piano del reale che esiste indipendentemente dall’esperienza umana.

Adrian Piper, The Mythic Being: Sol’s Drawing, 1974 Documentazione della performance Cinque stampe alla gelatina d’argento Dettaglio: #5 di 5 20,3 x 25,4 cm Foto della documentazione: James Guttmann Collezione Walker Art Center, Minneapolis, Minnesota, Justin Smith Purchase Fund e T. B. Walker Acquisition Fund, 2015 © Adrian Piper Research Archive (APRA) Foundation Berlin

L’alterego maschile di Adrian Piper

Sono poi le performance a mettere in evidenza l’attivismo di Adrian Piper. Pensiamo a The Mythic Being, il suo alterego maschile comparso per la prima volta nel 1973. Indossa baffi, parrucca e occhiali da sole e sarà ricorrente nelle sue performance fino al 1976. L’obiettivo di Piper è quello di esplorare le possibilità dell’esperienza di qualcuno con la sua stessa storia genetica, quella di riconosciuta discendenza africana, ma con un genere e un aspetto esteriore diversi dal suo. Dal ’76 in poi invece, la consapevolezza politica fa il suo ingresso definitivo nella sua ricerca, entrando anche in dibattiti mediatici come quello del ’91 che vide Anita Hill al centro e che innescò poi l’avvio della terza ondata del femminismo internazionale.


Adrian Piper, Catalysis III, 1970 Documentazione della performance Foto della documentazione: Rosemary Mayer Dettaglio: fotografia #1 di 3 Generali Foundation Collection—Prestito permanente al Museum der Moderne Salzburg © Generali Foundation e Adrian Piper Research Archive (APRA) Foundation Berlin

A concludere questa introduzione alla mostra del PAC di Adrian Piper è un consiglio della stessa artista, che risponde alla domanda di Agata Hofrichter: «Se il lettore interessato di questo testo vi chiedesse una pratica quotidiana da seguire per eliminare la discriminazione razziale, cosa consigliereste?»

Suggerirei di contrastare l’impulso preprogrammato a generalizzare su ampie popolazioni utilizzando il concetto di “razza” con una concentrazione ostinata e persistente su singoli esseri umani concreti. Per esempio, ogni volta che vi sorprenderete a formulare un giudizio su “i neri” o “i neri” o “i bianchi” o “i bianchi” in risposta alle ultime cattive notizie sull’intera razza umana, immaginate i particolari individui color caffè o color pesca o color avorio o color mogano che conoscete e chiedetevi se quel giudizio si applica effettivamente a loro. Se non ne conoscete, o se frequentate solo persone con la pelle dello stesso colore della vostra, dovete uscire di più.

La mostra Race Traitor è aperta fino al 9 giugno 2024 al PAC di Milano.

COVER: Adrian Piper, Everything #2.8, 2003 Fotografia fotocopiata su carta millimetrata, levigata con carta vetrata, sovrastampata con testo a getto d’inchiostro, 21,6 x 27,9 cm Collezione privata © Adrian Piper Research Archive (APRA) Foundation Berlin

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Scritto da Giorgia Massari

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