Art Trainspotting compie 30 anni: scegli la sala, scegli il 4K
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Trainspotting compie 30 anni: scegli la sala, scegli il 4K

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Leila Stabile
Trainspotting | Collater.al

Ho visto Trainspotting per la prima volta a sedici anni. Oggi ne ho ventisei, quindi in un certo senso festeggio anche io un anniversario, il decimo. Allora mi colpì lo slogan, se così si può chiamare: “scegli la vita”. Per una sedicenne suonava come un elenco di condanne. Le tasse da pagare, il televisore a maxischermo, la famiglia, il completo da comprare. In quel sistema non c’ero ancora, ma sapevo che sarebbe stato il mio futuro. Non l’ho mai sentito mio, e vedere dei giovani andargli contro era la mia via di fuga. Oggi posso dire di aver scelto la vita, ufficialmente: arredo casa, ho comprato un proiettore, scelgo le tende per la mia stanza da fuori sede. Eppure rivedere Trainspotting adesso mi ha fatto un altro effetto. Il film è lo stesso, è cambiato il punto da cui lo guardo. Dieci anni fa volevo solo scappare da quel futuro. Oggi mi chiedo se si possa fare la stessa cosa stando dentro le regole del gioco.

Trainspotting torna al cinema in 4K: tre giorni per rivederlo

Per i trent’anni dall’uscita, il film di Danny Boyle torna sul grande schermo restaurato in 4K. Solo il 19, 20 e 21 ottobre, come evento speciale. È una produzione Sony Pictures Classics per concessione di Adler Entertainment, prodotta da Andrew Macdonald, ispirata al romanzo di Irvine Welsh del 1993.

Il restauro non cambia ciò che il film è. Gli restituisce le condizioni in cui andrebbe visto: al buio, senza distrazioni, con il suono che domina la sala.


Perché Trainspotting è ancora così attuale

A ventisei anni, paradossalmente, la dipendenza non è l’aspetto del film a cui ho dato più peso. Non perché sia meno grave: ha rovinato intere generazioni, causando degrado e morti, e il film non lo nasconde mai. Ma l’eroina, qui, è il mezzo, non il fine. Quello che mi arriva è il malcontento di una generazione che non crede più alle infrastrutture e allo Stato che la governa. Mi viene in mente il discorso di Mark in mezzo alla natura, il suo sfogo sulla Scozia. Lo trovo più attuale che mai, con le proteste di questi giorni in tutta Italia e in tutta Europa, finalmente portate avanti dai giovani. Cambiano i tempi, le droghe, la musica, le cose da fare, ma il degrado continua a passare da tutte le famiglie, e c’è sempre chi trova un pretesto, a volte purtroppo una dipendenza, per fuggire da un sistema deciso da qualcun altro. Oggi se ne parla di più e c’è più sensibilizzazione, il malcontento, quello, è rimasto lo stesso. Boyle racconta di aver capito, durante le ricerche a Edimburgo, che il libro di Welsh non parla di vittime. Riconosce il lato distruttivo della droga, ma si chiede anche cosa ci sia di seducente, perché qualcosa deve pur esserci. È un’onestà scomoda, e credo sia il motivo per cui il film non invecchia e rimanga cosi attuale.


Una storia senza eroi, scritta alla perfezione


Alla prima visione non mi aspettavo nemmeno che qualcuno sopravvivesse, figuriamoci un viaggio dell’eroe. La trama è secondaria, come dice lo stesso sceneggiatore John Hodge: il film è uno studio di personaggi e di situazioni. La scrittura è magistrale proprio lì, nei discorsi, nelle battute, in personaggi costruiti senza una briciola di sentimentalismo e interpretati da un cast a dir poco perfetto. Accompagnati da una fotografia che vede il colore come un vero codice narrativo. Il rosso è il colore legato a tutte le sequenze legate al consumo di droghe: la luce che accompagna il momento dell’acquisto, il tappeto dell’appartamento di madre superiora, anche l’esterno del club Volcano, dove incontra Diane, è dipinto di rosso, a simboleggiare l’imminente scossa nella sua vita. Il verde e il blu, sono i colori freddi che vanno in netto contrasto con il colore caldo artificiale delle droghe, associati all’astinenza e alla realtà, il grigio è l’Edimburgo post-industriale dominata da toni spenti, che comunicano il senso di noia e la “mancanza di prospettive” da cui i protagonisti cercano disperatamente di fuggire. Boyle e il direttore della fotografia Brian Tufano aggiungono grandangoli che deformano i volti, soggettive impossibili e camera a mano come nell’inseguimento iniziale, su Lust for Life.

Poi c’è lo scenografo Kave Quinn, che costruì quattordici set in un’ex fabbrica di sigarette di Glasgow, con Francis Bacon come riferimento. L’esempio più chiaro è l’appartamento di Tommy: curato quando è felice, con pareti quasi venose e a pezzi quando la dipendenza prende il sopravvento, proprio come il suo corpo. In 4K, su uno schermo vero, tutto questo si rivela per quello che è, scenografia folle che crea un realismo metafisico.


Dal club alla cultura rave: la musica come fuga collettiva

La colonna sonora l’avevo quasi rimossa, e mi è bastato risentirla per capire che è semplicemente spaziale, un mix di generi dell’epoca scelto in modo magistrale. Non fa solo da sfondo, ma si incolla alla carne dei protagonisti e alle scene. Penso all’allucinazione di Mark a casa dei genitori: la traccia elettronica (Dark and Long degli Underworld) accelera i bpm e ti aumenta il battito cardiaco, sincronizzando lo spettatore con il trip del protagonista, fino ad arrivare a una traccia iconica come Born Slippy, che ormai per chiunque è sinonimo di Trainspotting. La musica entra persino nei dialoghi e nella trama: è Diane che ricorda a Mark che il mondo cambia e che non si può ascoltare per sempre solo Iggy Pop, ed è la musica dei club a fare da specchio alla sua disperata ricerca di qualcuno con cui passare la notte. C’è il rock di Lou Reed, il britpop di Blur, Pulp ed Elastica, l’elettronica di Leftfield e Bedrock, fino all’eurodance di Ice MC. È lo specchio di uno stesso malcontento generazionale, ma raccontato attraverso due modi opposti di scappare: l’eroina che isola e consuma, e la cultura dei club che cerca di unire i corpi per uscire dal sistema, insieme, per una notte lunghissima.

Scegli ancora, vai al cinema

Trent’anni dopo, il monologo iniziale risuona ancora più forte. Scegli un lavoro, scegli una famiglia, scegli un televisore a schermo gigante, scegli la lavatrice, l’auto, il divano. Oppure fai l’unica scelta che distrugge tutto il resto. Scegli la vita, scegli di andare al cinema, scegli di vederlo sul grande schermo in sala, nel buio, dove nessuno può chiederti di scegliere nient’altro. Hai tempo fino al 21 ottobre. Scegli Trainspotting.

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Scritto da Leila Stabile

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