Art La trasparenza della forma: l’arte tessile di Lee Jimin
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La trasparenza della forma: l’arte tessile di Lee Jimin

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Arianna Maria Leva

Un bicchiere non è soltanto un contenitore, così come una tazza non serve esclusivamente a raccogliere una bevanda. Gli oggetti che attraversano le nostre giornate custodiscono gesti ripetuti, ricordi e abitudini a cui raramente prestiamo attenzione. L’artista sudcoreana Lee Jimin parte proprio da queste presenze familiari per trasformarle in qualcosa di inaspettato: sculture tessili leggere, capaci di conservare la forma degli oggetti senza riprodurne la sostanza. Il risultato è una ricerca che si muove tra artigianato, design e arte contemporanea, invitandoci a osservare ciò che rimane quando la materia viene sottratta.

Nella pratica di Lee Jimin, il tessuto smette di essere una semplice superficie da decorare e diventa uno strumento per ripensare il volume. L’artista lavora applicando materiali tessili a strutture sottili, costruite con elementi lineari, in modo da ricreare il profilo di oggetti riconoscibili lasciandone vuoto l’interno. Non si tratta, quindi, di rivestire una forma già esistente, ma di capire quanto poco basti per renderla ancora identificabile.

È proprio questa tensione a rendere interessanti le sue opere, una struttura può suggerire la solidità di un oggetto senza possederne il peso; una superficie tessile può delineare un volume senza chiuderlo completamente. L’assenza non viene nascosta né riempita, ma diventa parte integrante della composizione. Così, ciò che normalmente consideriamo un dettaglio secondario, lo spazio interno di una tazza, per esempio, acquista una nuova centralità.

Con Transparent Imagination (2024), Lee Jimin concentra questa ricerca sulla tazza, un oggetto quotidiano talmente comune da rischiare di diventare invisibile ai nostri occhi. Nel progetto, il recipiente perde la sua funzione immediata e si trasforma in un punto di partenza per riflettere sui gesti che ripetiamo ogni giorno e sulle esperienze personali che vi si depositano.

Il rapporto tra ciò che sembra reale e ciò che esiste soltanto in apparenza emerge anche nel nome Fakery, che richiama l’idea di una panetteria finta, una sorta di negozio in cui l’immaginario legato agli oggetti quotidiani viene rielaborato attraverso il linguaggio tessile. Il riferimento a un luogo familiare, associato alla produzione e alla vendita di prodotti concreti, introduce un piccolo cortocircuito: qui le forme non nascono per essere utilizzate, ma per essere osservate e reinterpretate.

Bere qualcosa, fermarsi per una pausa, tenere una tazza tra le mani: sono azioni semplici, ma legate a sensazioni e ricordi differenti per ciascuno di noi. L’artista utilizza la trasparenza e lo spazio vuoto per aprire l’oggetto a queste interpretazioni, senza imporre un significato univoco. La forma rimane riconoscibile, ma la sua funzione si allarga: non serve più soltanto a contenere qualcosa, può diventare anche uno spazio in cui proiettare emozioni e percezioni.

Nata in Corea del Sud nel 1999, Lee Jimin si è laureata in Fiber Arts alla Ewha Womans University di Seul nel 2022. Nel 2024 ha partecipato a una residenza artistica al Marunuma Art Park, in Giappone, dove ha anche presentato la mostra personale 続く a Asaka. Tra le tappe precedenti del suo percorso figura inoltre 차 린, esposizione personale del 2023 ospitata da Magpie & Tiger Sinsa Tea Room a Seul. Il suo lavoro si colloca in un territorio in cui la precisione manuale incontra la sperimentazione formale. Il tessuto, materiale spesso associato alla morbidezza e alla flessibilità, viene impiegato per dare stabilità a forme leggere, mentre le strutture sottili permettono agli oggetti di mantenere la propria identità senza diventare masse compatte. È un equilibrio che richiede attenzione tanto alla costruzione quanto a ciò che viene lasciato fuori.

Lee Jimin dimostra così che per cambiare il modo in cui guardiamo un oggetto non è necessario stravolgerlo. A volte basta intervenire sulla sua materia, alleggerirne il volume e lasciare che sia il vuoto a raccontare qualcosa di nuovo. Quello che resta non è più soltanto la sagoma di una cosa conosciuta, ma una possibilità aperta: un invito a osservare con maggiore attenzione ciò che accompagna, spesso senza farsi notare, la nostra quotidianità.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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