Style Il tema della salute mentale nello show SS01 di Alexander McQueen
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Il tema della salute mentale nello show SS01 di Alexander McQueen

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Andrea Tuzio

Ci sono momenti che fanno la storia, momenti che restano per sempre nell’immaginario di chi ha avuto la fortuna di vederli, di parteciparvi e la capacità di pensarli e di trasformarli in qualcosa che ha segnato per sempre e in modo indelebile il corso degli eventi.
Senza paura di essere smentito, uno di questi momenti nel mondo della moda contemporanea è senza dubbio lo show della Spring/Summer 2001 di Alexander McQueen dal titolo “Voss”

Iniziamo col dire che chiamarlo semplicemente “show” è estremamente riduttivo. È stato un qualcosa che ha valicato ogni tipo di confine e che ha saputo amalgamare in modo assolutamente peculiare e unico moda, arte, performance, denuncia sociale e sensibilizzazione su un tema che oggi è più importante e contemporaneo che mai, la salute mentale.

Sublime, incantevole, scioccante, potente, coinvolgente e destabilizzante, la sfilata SS01 di Alexander McQueen è stata tutto questo e molto altro. Una rappresentazione quasi teatrale di una condizione umana estremamente complessa e ancora oggi denigrata, quella dell’instabilità mentale e di tutte quelle difficoltà legate alla salute mentale che colpiscono a vari livelli un’enorme fetta della popolazione umana. 

Una delle sfilate più note, famose e rivoluzionarie dello stilista inglese scomparso a soli 40 anni nel 2010, “Voss” è un momento altissimo della storia della moda contemporanea sotto tutti i punti di vista.

Il titolo dell show è un richiamo alla natura, alla sua bellezza e incanto (Voss è una città norvegese famosa per la natura selvatica e meravigliosa in cui si trova) e infatti i capi della collezione rispecchiano proprio questo aspetto – si vedano gli abiti costruiti anche con elementi naturali ed animali come gusci di molluschi e uccelli impagliati. Ma ce n’è un altro molto più importante e nascosto davanti agli occhi di tutti i presenti e non soltanto: il contesto e la scenografia dello show.

Una grossa scatola di vetro a mo’ di passerella posta di fronte agli spettatori e ai tantissimi fotografi invitati alla sfilata e che rappresentava il centro nevralgico dell’intero show. 

Piastrelle bianche come quelle tipiche di un ospedale psichiatrico così come le pareti composte da specchi come quelli che troviamo nelle sale degli interrogatori, utilizzati per controllare cosa succede all’interno senza essere visti e, come ultimo elemento, un’altra scatola di vetro ma ricoperta di metallo per nascondere il contenuto. 

La scelta di McQueen fu quella di calare il pubblico immediatamente in un’atmosfera surreale e inquietante: per più un’ora il pubblico è stato lasciato ad aspettare l’inizio della sfilata mentre poteva soltanto vedere se stesso riflesso sulle pareti a specchio della scatola con in sottofondo soltanto il suono di un battito cardiaco molto lento e continuato. 

In questo modo il designer ha coinvolto in modo diretto anche il pubblico, spingendoli in una condizione di stress e angoscia, quasi come vivessero una sorta di coercizione a restarsene lì, seduti e costretti ad aspettare. La stessa coercizione delle persone costrette a vivere intrappolate in una condizione molto difficile da capire, da condividere e che spesso porta, ancora oggi, in molti casi all’emarginazione a causa di repressioni e superficialità (anche se le cose stanno per fortuna stanno cambiando grazie alla normalizzazione e alla sensibilizzazione sul tema della salute mentale). 

Le modelle si muovevano come se fossero vulnerabili e indifese, attanagliate dalla paura e dall’angoscia, di chi è forzatamente rinchiuso non soltanto in luogo fisico ma in un posto dell’anima e della mente dalle quali è difficile scappare. 

Dopo l’ultima modella in passerella, che ha sfilato con un corpetto composto da vetrini di microscopi dipinti di rosso sangue e una gonna rossa di piume di struzzo, le luci si spegnono, la musica si ferma e l’unico rumore di fondo torna ad essere un lento battito cardiaco. 

Una volta riaccese le luci, la scatola ricoperta d’acciaio di apre e mostra il suo interno: la scrittrice Michelle Olley nuda, con un respiratore, un paio di corna, distesa su una chaise longue e circondata da farfalle, come una venere post-apocalittica. 

Un finale che lascia lo spettatore a bocca aperta e senza parole, ma allo stesso tempo lo costringe a riflettere in modo quasi prepotente su uno degli aspetti più delicati e rilevanti per la nostra vita: la cura, la comprensione e l’accettazione dei disturbi mentali a tutti i livelli. 

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Scritto da Andrea Tuzio

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