Photography La cura come equilibrio pratico nella fotografia di Alexandra Corcode
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La cura come equilibrio pratico nella fotografia di Alexandra Corcode

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Anna Frattini

I was made to die but I’m here to stay with you è un progetto della fotografa Alexandra Corcode che parte dall’ostinazione delle presenze che restano quando tutto il resto se ne va, e dall’amore come ultima infrastruttura possibile.

All’inizio di questo progetto Victor ha 95 anni e Susana 92. Sono sposati da più di settant’anni e vivono da soli a Sângeorzul Nou, un villaggio nel nord della Romania. Dopo la morte del loro unico figlio nel 1993, e con il diradarsi inevitabile di familiari e amici, la loro vita si è trasformata in un sistema chiuso: loro due e basta. Non una narrazione romantica ma un equilibrio pratico, quotidiano, fatto di dipendenza reciproca e di cura, di gesti che tengono insieme le giornate.

Victor è cieco da diversi anni. Poi, nel 2019, un tentativo di rapina degenera in un’aggressione sessuale ai danni di Susana. Le ferite fisiche si rimarginano in poche settimane, ma il trauma psicologico resta e cambia tutto: la casa, le distanze, la notte. In un posto che sembra già svuotato, dove la solitudine non è un concetto ma un dato di fatto, la vulnerabilità diventa il centro di tutto. È in quel punto che il lavoro di Corcode smette di essere solo un racconto “intimo” e si apre a qualcosa di più grande, più strutturale.

Due mesi dopo, Victor finisce in ospedale per una cirrosi epatica e muore l’8 ottobre 2019. Da lì il progetto si carica di un peso diverso: non più soltanto la cronaca di una coppia che si regge a vicenda, ma la forma che assume l’assenza quando ti rimane addosso come una seconda pelle. Per Susana, i giorni che restano diventano apprensione, un futuro fatto di spigoli e di memorie che non concedono tregua.

Eppure Corcode non isola Victor e Susana dentro una bolla sentimentale. La loro vicenda si intreccia con una frattura collettiva: dopo la rivoluzione del 1989, milioni di persone lasciano la Romania e dietro restano spesso genitori anziani e parenti in paesi dove la modernità arriva a intermittenza. L’accesso limitato alle risorse, l’assenza di reti solide, la precarietà che diventa normalità: tutto questo non fa solo da sfondo, ma entra nella storia come una forza che modella i corpi e le scelte, e rende più esposti proprio quelli che hanno meno strumenti per difendersi.

Il titolo, I was made to die but I’m here to stay with you, suona come una frase detta sottovoce, una promessa che non ha nulla di eroico e proprio per questo è devastante. Non nega la fine, non la addolcisce: ammette la fragilità come condizione e, nello stesso respiro, rivendica il legame come decisione. Nel lavoro di Corcode l’amore non è un rifugio estetico, è un fatto materiale, il modo in cui due persone attraversano il trauma e la perdita quando il mondo attorno si è già svuotato da tempo.

Forse è qui che il progetto colpisce di più: nel mostrare che certe storie non devono essere “eccezionali” per diventare necessarie. Victor e Susana non sono un caso raro, e proprio questa normalità rende tutto più urgente. È un racconto di supporto reciproco, di dignità fragile, di vite che resistono all’idea di essere destinate a spegnersi in silenzio.

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Scritto da Anna Frattini

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