Angelika Kollin è una fotografa estone, autodidatta, che da anni lavora attorno a un tema solo: cosa resta delle persone quando la vita le mette alla prova fino in fondo. Il suo ultimo progetto a lungo termine si chiama Mary’s Children, una serie di ritratti fotografici che raccoglie storie di persone che, nonostante tutto, non si sono lasciate definire dalla propria sofferenza.
Kollin, classe 1976, ha vissuto otto anni in Africa, tra Ghana, Namibia e Sudafrica, e proprio in Sudafrica è nata l’idea del progetto. Stava fotografando Mary, madre abbandonata dal marito, costretta a mantenere da sola due figli in un contesto tutt’altro che semplice. Analfabeta, Mary era comunque riuscita ad avviare una piccola attività di vendita di abiti usati per tenere in piedi la famiglia. È stato ascoltando la sua storia, nel momento stesso in cui scattava il ritratto, che Kollin ha capito di avere trovato il cuore di un nuovo progetto, anche se all’epoca non aveva idea di chi altro avrebbe fotografato.


Da lì il lavoro si è allargato, sempre in modo intuitivo, senza una scaletta prestabilita: persone che trovano Angelika Kollin da sole, che le scrivono perché vogliono che la loro storia venga raccontata e fissata in un’immagine. Tra i soggetti del progetto c’è Zikhona, che ha adottato senza esitazioni il nipote Paru, segnato nel corpo da un incendio a soli due mesi di vita, e la sorella maggiore del bambino, dopo che la madre dei due era morta per violenza domestica. O ancora Lethu, che a sei mesi ha subito ustioni al volto e alle mani in un incendio, e che a diciannove anni ha dovuto costruire da solo un percorso di accettazione di sé.
Il titolo del progetto non è casuale. Per Kollin è un modo per dire che veniamo tutti dalla stessa origine, che dentro ognuno di noi esiste una parte più profonda, connessa a qualcosa di più grande, per quanto la si voglia chiamare. È una convinzione che nasce da un percorso personale lungo una vita, fatto di studio di diverse tradizioni spirituali e di un interrogativo che la fotografa si porta dietro da sempre: perché esiste tanta sofferenza nell’esperienza umana, e cosa permette alle persone di attraversarla senza esserne schiacciate.


Mary’s Children nasce proprio da questa domanda. Ogni ritratto documenta una forma di forza che si costruisce dentro la difficoltà, non nonostante essa. Kollin è convinta che siano proprio le prove più dure a rendere alcune persone punti di riferimento silenziosi per chi le circonda, anche se restano ai margini di ogni narrazione pubblica. In un’epoca che continua a premiare fama e ricchezza, il progetto sposta volutamente lo sguardo altrove, verso chi vive fuori dai riflettori ma possiede una forza, una compassione e una dignità che raramente trovano spazio nel racconto mediatico.
Non sono storie di sconfitta, ma di resistenza: persone che hanno scelto, giorno dopo giorno, di non farsi ridurre alla propria sofferenza o alla propria diversità. E l’obiettivo di Kollin, attraverso queste immagini, è riportare chi guarda a una domanda più semplice e più scomoda: cosa significa, davvero, vivere una vita che abbia senso, fatta non di gesti eclatanti ma di piccoli atti quotidiani di onestà e gentilezza verso gli altri.











