Vyatka nasce da un gesto semplice e quasi inconsapevole: mettere da parte le fotografie che non entravano nei giornali. Aleksey Myakishev lavora come fotoreporter per i quotidiani locali di Kirov, nel nordest della Russia, all’inizio degli anni Novanta. Fa il suo lavoro, pubblica ciò che serve, ma accumula in una cartella separata tutto il resto: immagini che non hanno notizia, ma hanno qualcosa di più difficile da definire.

Quegli anni sono anni di trasformazione profonda. L’Unione Sovietica è appena collassata, la Russia provinciale si trova sospesa tra un sistema che non esiste più e un futuro che non si riesce ancora a leggere. Myakishev fotografa quella sospensione: donne anziane che si fermano a parlare in strada con un cane ai piedi, un ragazzo che pesca in mezzo all’alluvione con le case di legno sullo sfondo, un uomo piegato su un giornale in una biblioteca di periferia. Scene minute, quotidiane, piene di quella qualità silenziosa che distingue la fotografia documentaria dall’illustrazione di un’idea.

Nel 1998 la crisi economica colpisce duramente e Myakishev lascia Kirov per Mosca, dove lavorerà per Kommersant e Russian Newsweek. Ma le fotografie della cartella continuano a stargli in mente. Dieci anni dopo il trasferimento, torna su quei negativi girati tra il 1994 e il 1999 e scopre immagini che non ricordava di aver scattato. Da quel ritorno nasce l’idea del libro, e con essa la necessità di completare il racconto con uno sguardo contemporaneo sulla stessa terra.

Dal 2006 Myakishev torna regolarmente nella regione di Kirov, Leica con 35mm e rullini in bianco e nero, in giro per i villaggi con un amico su una vecchia macchina. Il materiale si accumula, prende forma, e alla fine diventa Vyatka: un libro piccolo, tattile, intimo, stampato in 300 copie andate esaurite rapidamente. Un archivio poetico di una Russia che il fotogiornalismo ufficiale raramente ha raccontato con questa misura e questa tenerezza.



